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Nelle recenti elezioni regionali in Basilicata non è andato a votare il 50.2 per cento degli aventi diritto, più della metà. Si conferma quindi la tendenza, ed è un dato generale, all’aumento di un forte astensionismo a cui andrebbero aggiunte le schede nulle e le schede bianche. E se l’astensione arrivasse al 75 per cento si potrebbe dire che siamo ancora in una democrazia? E se, paradossalmente, uno solo andasse a votare? Si scrive che si tratta di disaffezione per la politica. Non è così, il non voto è pur sempre un voto. Si tratta di disaffezione o per essere più precisi di disprezzo nei confronti delle oligarchie partitocratiche che finisce per coinvolgere la stessa democrazia.


Che cosa sia in effetti la democrazia nessuno lo sa dire con certezza. Giovanni Sartori e Norberto Bobbio, che hanno dedicato la loro vita a questo tema e che certamente non possono essere considerati degli illiberali, ne danno una definizione così incerta da diventare evanescente. Scrive per esempio Bobbio: “Per regime democratico s’intende primariamente un insieme di regole e di procedure per la formazione di decisioni collettive, in cui è prevista e facilitata la partecipazione più ampia possibile degli interessati”. Il nocciolo della democrazia è quindi il consenso? Niente affatto. Il consenso può esistere anche nelle dittature, come insegnano nazismo e fascismo, spesso anzi è assai più ampio di quello che i governanti possono ottenere in un regime democratico. Sarà allora il fatto che in democrazia il consenso è spontaneo e nelle dittature coatto? Anche questo è dubbio. Nazismo e fascismo ebbero per un certo periodo un consenso sicuramente spontaneo e volontario. Sono quindi le elezioni? Ma anche in Unione Sovietica, e persino in Bulgaria, come è noto, si tenevano elezioni. È il pluripartitismo? Max Weber nota – e siamo già negli anni venti del Novecento – che “l’esistenza dei partiti non è contemplata da nessuna Costituzione” democratica. Non possono quindi essere i partiti l’elemento caratterizzante della democrazia liberale, che esisteva anche prima della loro istituzionalizzazione. Sarà, come alcuni dicono, “il potere della legge”? Ma il potere della legge esiste anche negli Stati autoritari, anzi più uno Stato è autoritario più questo potere è forte. Si obietterà che negli Stati autoritari la legge è arbitraria e discrimina tra cittadino e cittadino. È perciò, allora, “l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge” il clou della democrazia? Ma anche nei regimi comunisti i cittadini sono uguali, almeno formalmente, davanti alla legge. È allora il principio della rappresentanza? Ma anche il Re rappresenta il popolo. Sarà dunque, come dice Popper, che la democrazia è quella forma di governo caratterizzata da un insieme di regole che permettono di cambiare i governanti senza far uso della violenza? Neppur questo. È storico che nelle aristocrazie il governo può passare da una fazione all’altra senza spargimento di sangue. 


La democrazia quindi si riduce a una serie di regole e procedure che dovrebbero essere invalicabili. La nostra Costituzione dedica ai partiti una sola norma, l’art. 49: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Ma i partiti, presa la mano, hanno afferrato anche il braccio, occupando tutto il sistema nel settore pubblico e spesso anche in quello privato.


Si dirà, secondo il detto anglosassone, one man, one vote. Che ogni voto ha pari valore. Ma nemmeno questo è vero. Sulla questione ha detto cose definitive la scuola “elitista” dei primi del Novecento. Scrive Gaetano Mosca: “Cento che agiscano sempre di concerto e di intesa gli uni con gli altri trionferanno su mille presi uno a uno che non avranno alcun accordo fra loro”. Ciò ha portato Bobbio ad affermare: “Oserei dire che l’unica vera opinione è quella di coloro che non votano perché hanno capito, o credono di aver capito, che le elezioni sono un rito cui ci si può sottrarre senza danni”.


In una democrazia le regole fondamentali, che sono poi quelle poste in Costituzione, dovrebbero essere invalicabili. Nella realtà si viene poi pian piano formando una “Costituzione materiale”, come ammette lo

stesso Bobbio, il quale afferma che “altro è la costituzione formale, altro è la costituzione reale e materiale”. Un caso clamoroso è quello di Silvio Berlusconi che, dopo aver violato buona parte delle norme costituzionali e tutte le leggi penali, ha costruito un oligopolio attraverso il quale era il padrone del Paese, trasformando quindi la democrazia in un’aristocrazia, la sua. C’è poi qualcosa da aggiungere sui nostri rappresentanti. Chi sono costoro? Quali sono le qualità di queste oligarchie, o, come dice pudicamente Sartori, poliarchie che ci governano? In altri tempi e in altri mondi, prima dell’avvento dell’Illuminismo, le aristocrazie per esser tali dovevano avere delle qualità specifiche. Nel feudalesimo, occidentale e orientale, i nobili sono coloro che sanno portare le armi, in certe epoche dell’antico Egitto la professione di scriba conduceva alle cariche pubbliche e al potere, in Cina la conoscenza dei numerosissimi e difficili caratteri della scrittura era la base della casta dei mandarini, nella Roma repubblicana il comando, attraverso la trafila delle magistrature (questore, edile, pretore, console), andava ai giurisperiti che, generalmente, erano anche uomini d’arme, in altre realtà la casta sacerdotale era creduta in possesso di doti particolari per mediare con la divinità. Qual è la qualità prepolitica dei nostri rappresentanti? È, tautologicamente, quella di fare politica, di essere, come scrive Max Weber, dei “professionisti della politica”. Insomma la vera qualità dell’uomo politico è di non averne alcuna. Questo spiega anche la facilità con cui costoro passano da un’oligarchia all’altra, cioè da un partito all’altro, con grande disinvoltura come dimostra il vorticoso cambio di candidature alle prossime elezioni europee. Ma siamo poi veramente noi a scegliere coloro, sia pur mediocri, da cui vogliamo essere rappresentati? No, è la direzione del partito che, fregandosene di ogni eventuale merito, mette in pole position quelli più fedeli.


Le democrazie sono notoriamente i regimi più corrotti. Non che le dittature o le autocrazie non siano corrotte, tutt’altro, ma in una democrazia la cosa è peggiorata perché essendo basata sulla competizione, che negli Stati autoritari non c’è, diventa quasi necessario comprare pacchetti di voti o colludere con organizzazioni criminali. Le cronache italiane recenti ne sono una clamorosa, anche se amara, constatazione. Insomma, l’adesione a un partito da libera scelta diventa un obbligo per chi, per dirla con Ignazio Silone, “vuol vivere un po’ bene”.


Ce n’è abbastanza per disertare le prossime elezioni europee. Oltretutto sono a giugno e si può andare felicemente al mare. L’Italia ha 8300 chilometri di coste una volta bellissime, ma che noi siamo riusciti a rovinare con la cementificazione a favore di quelle oligarchie, politiche ed economiche, di cui abbiamo parlato. Tout se tient.

Il Fatto Quotidiano, 5 maggio 2024

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Il termine “Olocausto” è stato usato e abusato nell’ultimo mezzo secolo. Gli ebrei sostengono che l’Olocausto propriamente detto riguarda solo loro. E hanno ragione perché il loro sterminio fu studiato a tavolino (“la soluzione finale”) e attuato con mezzi tecnologici pensati ad hoc (le camere a gas). Il linguaggio è importante e bisogna restituirgli il suo reale significato.

Detto questo, quello che avviene in Palestina ai danni dei civili gazawi è solo un massacro, e che sarà mai quindi, una bazzecola, una sciocchezza rispetto all’Olocausto ebraico?

Nell’attacco del 7 ottobre degli uomini di Hamas morirono 1400 israeliani e circa 250 vennero presi in ostaggio. Nel momento in cui scrivo (29.04) i civili palestinesi uccisi sono 35mila, ma si può giurare che domani saranno 36mila, le statistiche non servono. Quindi il rapporto della rappresaglia è 35 o 36 a uno. Un po’ sproporzionato, si direbbe. La vendetta sta nei geni dell’ebraismo. Il “porgi l’altra guancia”, di cristiana memoria, non li riguarda. Nella Bibbia è scritto a proposito di Gerico: “Votammo allo sterminio ogni città, uomini, donne, bambini, bestie; non vi lasciammo anima viva”. E quindi il legittimo risentimento ebraico per la Shoah e i suoi orrori era di là da venire.

Attualmente gli israeliani stanno accerchiando Rafah, l’ultima enclave palestinese dove è ammassato un milione e mezzo di gazawi. E dopo aver distrutto le zone a nord, abitate dai palestinesi, gli israeliani li hanno costretti ad emigrare a sud, dicendo loro, o facendo capire, che lì erano al sicuro. Ma al sicuro non erano, per cui sono ritornati nelle loro case al nord ormai completamente distrutte. Insomma sembra che li concentrino da un posto all’altro per poterli colpire meglio.

Il segretario generale dell’Onu Guterres ha avvertito che entro cinque settimane si supererà per tutta la popolazione palestinese il limite della carestia, e che già moltissimi bambini muoiono o sono ridotti alla fame. Ma agli israeliani questo importa nulla, si oppongono anche ai rifornimenti alimentari. Del resto hanno fatto piazza pulita della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, sostituite da alcune organizzazioni di volontari internazionali come World Central Kitchen, di cui han fatto fuori di recente sette esponenti accusandoli di collusione con Hamas. I bambini muoiono di fame? E che sarà mai?

Tre dei più importanti ospedali di Gaza sono stati rasi al suolo, uccidendo pazienti, medici e infermieri, sostenendo che nel loro sottosuolo si trovavano i principali dirigenti di Hamas, che peraltro non sono stati presi. Presso l’ospedale di Khan Younis, il più importante di Gaza, sono stati trovati, sepolti in fosse comuni, trecento cadaveri di palestinesi. Gli ospedali dovrebbero godere, secondo il diritto internazionale che ormai non esiste più, di una particolare immunità. Se si infrange l’imparzialità della Croce Rossa, che è stata rispettata nell’ultimo conflitto mondiale da tutti, nazisti compresi, figuriamoci se si rispettano le regole sempre più fluttuanti e inesistenti di quello che viene chiamato “diritto internazionale umanitario”.

Si dice, anche da parte di alcuni settori israeliani, che il peggior nemico di Israele è Bibi Netanyahu. In effetti, con la sua violenza indiscriminata e ripugnante, con la sua cocciuta volontà di non aderire al progetto “due popoli, due Stati”, ha concentrato su Israele una odiosità che non è solo dei popoli arabi del Medio Oriente o dell’Africa, ma che coinvolge il mondo intero. Ne fa fede il Sudafrica, lontanissimo geograficamente da questi eventi, che ha chiesto al Tribunale internazionale de L’Aia l’incriminazione di Israele per “condotte genocide”. Un atto che non ha nessuna forza pratica, ma un alto valore simbolico.

Gli stessi americani paiono essersi stufati della condotta omicida di Bibi Netanyahu. Per la prima volta nei rapporti tra Israele e Stati Uniti, gli americani hanno sanzionato un gruppo ultraestremista, Netzah Yehuda, che opera in Cisgiordania. Si sentono impotenti nell’esortare, diciamo così, Bibi Netanyahu a un minimo di moderazione. Ma se volessero fare sul serio dovrebbero togliere a Israele le armi e i dollari che gli forniscono ogni anno, gli ultimi ammontano a 26 miliardi, che comprendono anche aiuti umanitari che Israele si guarda bene dal rispettare.

L’odiosità contro Israele ha anche provocato un rigurgito di antisemitismo in Europa e in America, basta pensare alle proteste degli studenti che nei due continenti manifestano pro Hamas, probabilmente senza nemmeno sapere che cos’è realmente Hamas. In epoche più civili, in fondo non tantissimi anni fa, si distingueva fra lo Stato sionista e la comunità ebraica internazionale. Non è che se Israele compie una nefandezza, e negli ultimi anni non si è certamente risparmiato, debba esserne tenuto responsabile un ebreo del ghetto di Roma. Ma questi erano altri tempi, quando si conosceva ancora quel diritto internazionale che nell’ultimo quarto di secolo è stato calpestato soprattutto dagli americani e dagli occidentali in genere: aggressione alla Serbia nel 1999, contro il volere dell’Onu, aggressione all’Iraq del 2003, contro il volere dell’Onu, aggressione alla Libia del colonnello Muammar Gheddafi, con la compartecipazione di francesi e italiani (particolarmente assurda questa, vista dalla prospettiva italiana, sia perché favoriva gli interessi in Libia della Francia contro quelli italiani, sia perché Silvio Berlusconi, allora al governo, aveva stretti rapporti di amicizia con Gheddafi, che considerava quasi un fratello, cosa che non gli impedì, quando Gheddafi fu trucidato nel peggiore dei modi, sodomizzazione compresa, di dichiarare col consueto cinismo “sic transit gloria mundi”).

Ma questo quadro internazionale cambierà, noi crediamo, quando l’impresentabile Donald Trump, il volgare Donald Trump, vincerà le prossime elezioni presidenziali, sempre che negli States non lo assassinino prima, alla moda di John Fitzgerald Kennedy. Come Trump ha ritirato i soldati americani dall’Afghanistan parendogli assurdo che gli Stati Uniti avessero speso diecimila miliardi di dollari per una guerra che secondo lo stesso Pentagono “non si poteva vincere”, come si rifiuta di sborsare altri miliardi di dollari a favore dell’Ucraina che, come ha detto Mark Milley, capo di stato maggiore delle Forze armate americane, “nessuno può vincere”, così, noi crediamo, si rifiuterà di  foraggiare con altre armi e altri dollari uno storico alleato come Israele che è divenuto troppo ingombrante e totalmente insensibile alle richieste americane.

Il Fatto Quotidiano, 3 maggio 2024

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Una notte di parecchio tempo fa girovagavo per le vie di Milano, inquieto e solitario alla ricerca di anfratti
sempre più foschi, quando decisi di rifugiarmi da Oreste, il bar all’angolo di piazza Mirabello. Dovevamo
essere alla metà circa degli anni Ottanta, quando i craxiani, il che non vuol dire che fossero anche socialisti,
si erano impadroniti di Milano e vi spadroneggiavano alla maniera di don Rodrigo, togliendo le donne
“giovani e leggiadre” agli altri, cosa che gli riusciva facile perché erano padroni di una buona metà delle Reti
pubbliche e molto presenti nelle Tv di Berlusconi con cui c’era già l’inciucio. Era la “Milano da bere”,
peccato che a bersela fossero solo i socialisti.
Allora gli scrittori non erano ancora funzionari di Case editrici e quindi relegati nelle loro sedi periferiche, la
Rizzoli in via Civitavecchia, la Bompiani nei pressi di Linate, e quindi vivevano la città interfecondandosi coi
ceti popolari di Brera e del Garibaldi. Da Oreste anche un ragazzo alle prime armi, quale ero io, poteva
incontrare letterati come Eco o Luciano Bianciardi non ancora distrutto dall’alcol, o pittori e artisti come
Sandro e Guido Sommarè che si azzuffavano soprattutto al biliardo perché allora non c’era bar che non
avesse un biliardo al posto delle slot.
In quella sera incrociai Pasquale Chessa, vice della cultura de L’Espresso. Chessa mi disse: “Sai qual è il mio
vantaggio sui colleghi? Che io arrivo alle feste in cui so che andrà Sechi un quarto d’ora prima di Sechi”.
“Una prova di buon giornalismo, davvero”, replicai. Ma Chessa aveva ragione, molte delle carriere si
costruivano nei salotti. Lamberto Sechi, potente direttore di Panorama, ne era per così dire un fautore. In
non so quale suo compleanno si vantò di aver creato nove direttori e un’infinità di vicedirettori. “Sì, replicai
io sulla rubrica ‘La Sculacciata’ che mi aveva affidato su Sette Carlo Verdelli, nove direttori e un’infinità di
vicedirettori, ma nessun giornalista”.
Questa era la scuola Scalfari. La scuola radical chic.
Noi dell’Europeo appartenevamo a una scuola diversa. A cominciare dal direttore, Tommaso Giglio, che
rifiutò di incontrare Gianni Agnelli che lo aveva invitato a Roma. Ma nemmeno noi redattori eravamo
frequentatori di salotti, da Gianfranco Venè, che con Mille lire al mese, un libro tra cronaca e storia che era
la sua cifra, raggiunse nel 1988 l’agognato successo per morire poco dopo perché il dio non ama i sogni
degli uomini, a Guido Gerosa a Sandro Ottolenghi a Corrado Incerti alla stessa Fallaci. Perdevamo troppo
tempo a lavorare. Montanelli disprezzava i salotti, Giorgio Bocca, con la sua scontrosa e scabra timidezza,
era proprio negato, come dimostrerà il suo fallimento in tv dove bisogna essere, in un modo o nell’altro, dei
“piacioni”.
L’integralismo di Tommaso Giglio, il suo non voler avere rapporti fuori dal giornalismo, era anche
l’integralismo della Rizzoli di allora. La poca o nulla dimestichezza con la politica dei suoi dirigenti era quasi
commovente. Quando ci fu in Rizzoli uno sciopero dei poligrafici, non solo non avevano il numero di
Luciano Lama, segretario della Cgil, ma non sapevano nemmeno come contattarlo. Questa ingenuità
politica i Rizzoli la pagheranno a caro prezzo quando Andrea Rizzoli si mise in testa, per superare il
complesso di inferiorità nei confronti del padre, di fare un grande quotidiano. Angelo Rizzoli senior, dopo
averci pensato per parecchio tempo (sugli edifici della Rizzoli di via Civitavecchia campeggiava già il titolo
che aveva in mente, “Oggi. Il quotidiano di domani”, che lì rimase per cinque anni), alla fine decise di non
farne nulla. Andrea Rizzoli comprò il Corriere e fu la fine della Rizzoli. È chiaro che se sei padrone di un
quotidiano come il Corriere certi compromessi con imprenditoria e finanza li devi fare.
Facciamo un passo indietro e torniamo ai salotti. Un gran protagonista era Carlo Rossella, una sorta di
doppelganger in grande stile di Pasquale Chessa. Molto elegante, non perdeva un’occasione. Rossella
l’avevo incrociato quando facevo il cronista de L’Avanti e lui de La Notte, quotidiano del pomeriggio, di

destra, diretto da Nino Nutrizio. Eravamo entrambi poco più che ventenni. Rossella mi disse: “Io da un
giornalista di cinquant’anni non ho nulla da imparare”. Capii allora che era un cretino, cosa che non gli ha
impedito di fare una notevole carriera.
Anche il modo di lavorare di Carlo Rossella era in perfetto stile Rossella. Quando era inviato all’estero
scendeva in un albergo a cinque stelle e il suo piacere era, bicchiere di whisky in mano, chiacchierare con
l’ambasciatore. Chiunque abbia anche solo annusato il nostro mestiere sa che bisogna scegliere un albergo
modesto perché è il primo passo per prendere contatto con la realtà del luogo. Il mestiere dell’inviato non
è di far filosofia o geopolitica per meno abbienti ma di raccontare. Ettore Mo e Lucio Lami, i migliori inviati
di esteri, e in particolare di guerra, dell’ultimo cinquantennio, non filosofavano, raccontavano quel che
vedevano sul campo. È quello che fa oggi Lorenzo Cremonesi nella guerra russo-ucraina o in quella israelo-
palestinese. E nemmeno Cremonesi è uomo da salotto.
Ma facciamo un ulteriore passo a ritroso. Quando ho parlato dei pittori che frequentavano Oreste o il
Giamaica, forse non erano ricchi ma certamente non facevano la fame. Erano già lontani i tempi della
Latteria delle sorelle Pirovini, quando i pittori schizzavano qualcosa sul tovagliolo e in cambio ne avevano
una cena. Con la Latteria delle Pirovini sembrava di ritornare alla Parigi di Montmartre, della Belle Epoque e
dei successivi anni Trenta, quando tutti gli artisti, tranne Picabia e in seguito Picasso, erano poveri e
formavano tra loro una comunità dove, con vari espedienti, ci si dava una mano l’un l’altro. E anche a un
ragazzo senz’arte né parte, sia che avesse velleità artistiche sia che non ne avesse, bastava entrare in un
caffè per incontrare personaggi che sarebbero diventati famosi di lì a poco. Cosa che mi ricorda, fatte le
debite proporzioni, la mia frequentazione giovanile di Oreste. Ecco, oggi una comunità di artisti come quella
che si creò nella favolosa Montmartre non esiste più, in nessuna città europea e tantomeno americana.
Il lettore si chiederà, forse, il perché di questo racconto piuttosto scombicchierato. È per riafferrare,
attraverso l’aneddotica di quell’arte minore che è il giornalismo, e le sue alternanti vicende ed epoche, e il
modo diverso di interpretarla di alcuni protagonisti, un’Italia che fu e una Milano che fu, che, soprattutto
ora che i grattacieli di viale della Liberazione mi incombono addosso, grattacieli che puoi ritrovare ad Abu
Dhabi o in qualsiasi città del mondo, non riconosco più.
Nostalgia a parte, però una cosa è certa. Il nostro mestiere è diventato irrilevante. Un tempo un editoriale
del Corriere poteva far cadere un governo. Oggi gli editoriali del Corriere, e non solo del Corriere
naturalmente, servono solo per pulirsi il culo.