Egr. Direttore,
M. Fini, nel suo stupendo articolo pubblicato oggi dal F. Q., prevede che anche Maduro seguirà la stessa sorte degli altri leader detronizzati dagli Usa e dalle cosiddette democrazie occidentali quando sono diventati sgraditi alle forze del bene. Queste ultime, dopo aver bombardato, massacrato e occupato, hanno completato l'opera insediando governi fantoccio. Fini ricorda anche il golpe di Pinochet che provocò inaudite sofferenze al popolo cileno. I sostenitori del legittimo governo democratico di Allende vennero torturati e massacrati. Aggiungo, perché Fini non lo cita, che tale scempio di diritti e di vite umane venne presto dimenticato, altrimenti non si spiega la seguente idilliaca lettera che papa Wojtyla inviò, anni dopo, al macellaio: "Al generale Augusto Pinochet Ugarte e alla sua distinta sposa signora Lucia Hiriarde Pinochet in occasione delle loro nozze d'oro matrimoniali e come pegno di abbondanti grazie divine, con grande piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale ." Giovanni Paolo II". Le forze del bene risposero in coro: "AMEN".
Maurizio Burattini
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Se mi è consentito vorrei solo dire: bravo Fini!
Massimo è riconosciuto da sempre come una voce fuori dal coro, ma bisognerebbe avercene una decina come lui per aiutarci a non smarrire la bussola - in quest'epoca in cui il consueto pensiero unico è potenziato ed amplificato esponenzialmente dalla globalizzazione - o, al limite, provare a clonarlo.....
Io conoscevo tutti i fatti e le circostanze da lui citate, ma faticavo ormai, sotto le bordate mediatiche, a metterli in fila.....
Ancora bravo!
Vincenzo Orsini
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Gentile Direttore,
ho letto oggi, sul numero 224 del Fatto, un bellissimo articolo di Massimo Fini, che ho molto apprezzato.
Lo condivido e sottoscrivo in pieno, solo con una piccola notazione critica:
negli scontri degli ultimi quattro mesi in Venezuela, non sono stati uccisi 125 oppositori.
Ci sono stati 125 morti, certo, la maggioranza delle quali (un'ottantina) vittime di colpi di arma da fuoco, bottiglie incendiarie, razzi ed esplosivi di fabbricazione artigianale, linciaggi, da parte di bande di oppositori violenti.
La maggioranza di queste vittime non sono appartenenti alle Forze di Polizia, che pure hanno dovuto versare un cospicuo contributo di sangue, ma civili ritenuti, a torto o a ragione, "chavisti" come il povero Orlando Figueroa, un ventenne picchiato, ferito e poi bruciato vivo, solo perché indossava una maglietta rossa, oppure passanti coinvolti per caso.
Emblematico il caso di una signora che seguiva, camminando su un marciapiede con le borse della spesa, una manifestazione di sostenitori del governo, ma senza parteciparvi, uccisa da una bottiglia di acqua ghiacciata lanciata dall'alto di un edificio.
Circa 25 morti sono attribuibili ad appartenenti alla Polizia o alla Guardia Nazionale (quasi tutte per lacrimogeni lanciati ad altezza d'uomo) che sono stati, peraltro sottoposti, nella quasi totalità dei casi, a procedimenti disciplinari e giudiziari .
Un'altra ventina di vittime sono persone, spesso estranee alla lotta politica, molte delle quali anziane, ammalate o ferite, a cui è stato impedito, con blocchi stradali effettuati nei quartieri e nelle strade in cui vivevano, di essere soccorse e trasportate in Ospedali e Pronti soccorsi.
Tutto questo è anche documentato da un bellissimo servizio-inchiesta della giornalista televisiva statunitense Abby Martin.
Ma queste dovute precisazioni non inficiano il contenuto dell'articolo, che andrebbe letto attentamente da parecchi componenti della Redazione del Fatto.
Purtroppo fra i media occidentali, di cui parla Massimo Fini, che da mesi fanno da cassa di risonanza acritica alla Cnn e alla stampa asservita ai potentati economici, seppellendo i lettori di menzogne sulla situazione del Venezuela, da qualche tempo dobbiamo annoverare, con grande delusione di molti sinceri democratici, anche il Fatto Quotidiano.
E, mi creda, quell'"asticella dell' infamia" a cui allude Fini, a proposito degli articoli di Guido Guzzanti sul Giornale, è spesso superata agevolmente dai corrispondenti da Caracas o da Buenos Aires.
Distinti saluti.
V.A. Galdieri
Ringrazio i lettori per i complimenti ad un pezzo molto spinoso quale era quello su Maduro. Al lettore Galdieri faccio notare che uno dei pregi del Fatto è di accogliere anche opinioni assai diverse e spesso contrastanti fra di loro. E ciò è dovuto sia all'impostazione del giornale che, com'è noto, è autogestito e indipendente, sia al suo Direttore, Marco Travaglio, che è un liberale autentico, un montanelliano.
Due parole su Wojtyla in riferimento a una lettera, riportata dal lettore Burattini, che Giovanni Paolo II inviò al generale Pinochet. Durante i venticinque anni del suo Pontificato Wojtyla fu una Superstar ma le vocazioni crollarono, i monasteri si svuotarono, iniziò anche una forte crisi del sacerdozio e si ridusse al minimo quel poco di senso del sacro che era rimasto in Occidente. Come mai questa stridente contraddizione? La crisi della Chiesa cattolica è dovuta a vari fattori legati soprattutto alla modernizzazione che si porta dietro materialismo e un edonismo straccione. Ma Wojtyla ci ha messo molto del suo. Sia perché si è confuso con la modernizzazione usandone a tappeto i mezzi (tv, jet, viaggi spettacolari, creazioni di 'eventi', concerti, gesti pubblicitari, 'papamobile', 'papaboys') sia, e forse soprattutto, perché è stato un Papa politico che è entrato a piedi uniti in questioni, appunto, politiche che poco o nulla hanno a che fare con la ragione inditta della Chiesa che, lo dico 'in partibus infidelium', dovrebbe essere la cura delle anime e dello spirito. Per restare in Italia basterebbe ricordare i suoi anatemi contro l'indipendentismo della Lega delle origini, come se un Paese fosse più o meno religioso se unito o trino. Con questa funzione politica, e non con una sorta di dimenticanza, si spiega la lettera, che mi permetto di definire infame, che scrisse al generale tagliagole Pinochet e alla sua 'augusta' consorte. Su questa buona o, per meglio dire, cattiva strada sembra avviato anche il molto popolare Papa Bergoglio che è andato a stringere la mano a un altro assassino di Stato come il generale Abd Al-Fattah Al-Sisi. Forse, tra i più recenti, il Pontefice che è stato più vicino alle esigenze spirituali dell'uomo moderno è l'ascetico Ratzinger, teologo finissimo, che, quando era ancora Cardinale, scrisse: "Il Progresso non ha partorito l'uomo migliore, una società migliore e comincia ad essere una minaccia per il genere umano". In ogni caso, né Wojtyla né Ratzinger né Bergoglio, sempre pronti a 'chiagne' sulle vittime del terrorismo o di terremoti o delle 'bombe d'acqua', hanno mai speso una parola, una sola, per i civili, uomini, donne, bambini uccisi in Afghanistan dai nostri bombardieri. Ma questo è un altro discorso.
Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano, 25 agosto 2017
Domenica stavo guardando Bologna-Torino dove si sperimentava, come su tutti gli altri campi, il famoso VAR. E mi sono messo a ridere a crepapelle. Su un contropiede del Toro, Destro, del Bologna, tocca la palla che finisce a un giocatore granata, Belotti, che la cicca in modo indecoroso e poi a un altro, Berenguer, che mette in rete. Non può essere fuorigioco perché a lanciare gli attaccanti del Torino è stato un avversario. Una situazione classica. L’arbitro fischia. Ci sono quattro minuti di incertezza. Si può ricorrere al VAR o no? Alla fine l’arbitro annulla il gol. Finirà che a ogni azione incerta ci sarà una sorta di assemblea fra arbitro, guardialinee, quarto uomo, i due arbitri di porta e quelli che stanno nelle catacombe del VAR. Che siano poi questi a dare la sentenza definitiva è una stronzata. Proprio perché giudicano da una posizione asettica, senza sentire la pressione dei tifosi. E allora dove va a finire il fattore campo? Già adesso le tv scrutano il labiale dei giocatori per cui uno che ha preso un tremendo pestone non può nemmeno urlare una sacrosanta bestemmia senza essere in seguito sanzionato, anche se l’arbitro non aveva sentito nulla. E in attesa della moviola in campo (figuriamoci il casino) l’invasione della tecnologia sui campi di calcio, nell’infantile e prometeico tentativo di evitare l’errore, che ci sarà sempre, contribuisce a togliere al calcio la sua magia e il suo incanto. Uno dei gol più memorabili è quello segnato di mano, contro i lentissimi vacconi inglesi, da Diego Armando Maradona.
Questa storia grottesca del VAR fa parte di una tendenza più generale che va ben oltre i campi di calcio: sostituire l’uomo con la tecnica. Farne una semplice appendice. Si tratti di casellanti o di operai di fabbrica, l’uomo a poco a poco scompare. Ci sono robot che badano ai vecchi, una sorta di cyborg terapia, che organizzano tutto nella nostra casa a cominciare da ciò che deve stare in frigorifero, dagli acquisti, dalle temperature. Automobili che si autoguidano. Altre e multiformi specie di replicanti per cui sembra di essere entrati diritto e di filato in Blade Runner.
Ma torniamo al punto. Facciano pure i moderni Frankenstein, piccoli e grandi, ma lascino almeno stare il calcio che era stato l’ultimo luogo, in Occidente, dove si era rifugiato un po’ di quel senso del sacro che abbiamo perduto. Adesso, al posto del sacro c’è la tecno e l’economia. Il VAR e Neymar. E così il nostro grande giocattolo di sempre andrà fatalmente, e sia pur lentamente, a morire. Come avevo previsto nel 1982 quando fu introdotto il terzo straniero. E io le previsioni le sbaglio raramente. Andate a dar via i ciapp, come disen qui a Milan.
Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano, 24 agosto 2017
Gli attentati degli jihadisti sono una cosa atroce. Ma più atroce, se possibile, è quello che viene dopo. Si sono viste persone che, passato il pericolo, invece di aiutare i feriti filmavano la scena con i loro smartphone e coppie che si facevano dei selfie avendo cura che, alle loro spalle, fosse ben visibile il macello, selfie che poi fanno circolare orgogliosamente su Facebook. Poi inizia il gran ballo funebre delle ipocrisie, delle cerimonie, delle manifestazioni, delle gare a dimostrarsi i più coinvolti, i più emotivamente colpiti, i più buoni. Una porzione del marciapiede su cui è avvenuta la strage è stata sostituita da una lavagna su cui ‘la gente comune’ scrive le solite banalità e falsità, più o meno le stesse degli uomini politici: “siamo tutti catalani”, “il terrorismo non ci piegherà”, “non abbiamo paura”. Se conservassero un po’ di sincerità o di senso del pudore queste persone forse scriverebbero: sono felice di averla scampata bella. Ci sono poi i reportage dalle cittadine o dai quartieri dove vivevano le vittime. Tutti si premurano di affermare che erano tutte delle brave persone, gli uomini dei mariti esemplari e le donne delle spose fedeli. Il che sarà anche vero. Ma è totalmente privo di senso. Non è che queste stragi sarebbero meno gravi se gli uomini fossero dei fedifraghi e le donne adultere. C’è quindi l’inevitabile retorica sui bambini. E certamente in queste ‘stragi degli innocenti’ i bambini sono i più innocenti di tutti, lo sono per definizione. Ma lo sono anche quelli degli altri, che non sono meno bambini dei nostri bambini. Nella prima Guerra del Golfo (1990) gli americani per non affrontare fin da subito l’imbelle esercito iracheno (che era stato battuto persino dai curdi, in soccorso di Saddam dovette intervenire la Turchia) bombardarono per tre mesi Baghdad e Bassora uccidendo 158mila civili fra cui 32.195 bambini. Una volta lo dissi a Zapping, quando questa trasmissione era condotta da Aldo Forbice. Mi aspettavo grida di orrore o che mi dessero del bugiardo mascalzone. Invece né l’una cosa né l’altra (del bugiardo non potevano darmi, la fonte era al di sopra di ogni sospetto: i dati provenivano dal Pentagono, anche se erano sfuggiti di mano perché una coraggiosa funzionaria, Beth Osborne Daponte, poi licenziata in tronco li aveva rivelati) la notizia scivolò subito via parlando di Rutelli e altre nullità dell’epoca.
Nelle stragi jihadiste sguazzano poi le tv, i talk, i social media che, come ha notato su questo giornale il generale Mini, amplificando a dismisura questi episodi fanno solo il gioco della Jihad aumentando la potenza del terrore, quello reale e, soprattutto, quello psicologico. Che ad onta di tutti gli atteggiamenti pettoruti e muscolari dei leader e di chi scrive sulle lavagnette è enorme. Emblematico è l’indecoroso spettacolo visto in Piazza San Carlo a Torino dove per un solo rumore sospetto una folla priva di ogni freno inibitorio e perduta ogni dignità si urtava, sgomitava, calpestava provocando 1.500 feriti, alcuni gravi, e un morto (ci fu qualcuno che, vedendo un bambino a terra che stava per essere calpestato dagli indemoniati, un uomo alto e robusto che, gridando: “c’è un bambino a terra, c’è un bambino a terra”, allargando le braccia riuscì a stoppare i codardi, ma non era un italiano, era un nero, un disprezzatissimo migrante africano).
Qualche lettore penserà forse che io tifo per la Jihad. Per la verità sono stato il primo, e l’unico, prima ancora che l’Isis si chiamasse Isis e il Califfato non esisteva ancora ma si definiva ‘Stato Islamico dell’Iraq e del Levante’ a scrivere che era “il più grave pericolo per l’Occidente dopo la Seconda Guerra Mondiale” (presentazione del mio libro Il vizio oscuro dell’Occidente del 2012). Ciò che mi aveva insospettito era proprio quell’aggiunta “e del Levante”. Voleva dire che aveva ambizioni che andavano molto al di là dell’Iraq. Nessuno mi dette credito. È il mio eterno ed esasperante destino di Cassandra. E ora l’Isis ce lo troviamo davanti. E che si siano rase al suolo le sue roccaforti in Iraq, Mosul e Raqqa (facendo alcune decine di migliaia di morti fra i civili sunniti e inventandosi la favoletta che costoro erano costretti a rimanere in quelle città dall’Isis, come se poche migliaia di guerriglieri, che oltretutto avevano altro da fare, potessero controllare un milione di persone) conta fino a un certo punto. Perché l’Isis è un’epidemia che sfrutta l’elemento religioso, ma le cui radici più profonde sono sociali. Ed era prevedibile che sconfitto da forze enormemente superiori, sia in senso numerico che tecnologico, in Medio Oriente avrebbe intensificato i suoi attacchi in Europa con il mezzo che in una ‘guerra asimmetrica’ è inevitabile: il terrorismo.
In ogni caso la nascita di un fenomeno come quello dell’Isis dovevamo aspettarcelo dopo la filiera di guerre contro i Paesi musulmani inanellata nell’ultimo decennio. 2001: aggressione all’Afghanistan. Le vittime civili non sono calcolabili perché non sono mai state calcolate. Gli afghani infatti hanno il grave torto di non essere né arabi, né cristiani, né ebrei e di loro si può fare carne di porco. Stime a braccio danno le vittime civili in sedici anni di guerra fra le 200 e le 300mila. 2003: Iraq. Le vittime civili causate, direttamente o indirettamente, dall’intervento americano sono 650mila. Il calcolo è stato fatto molto semplicemente da una rivista medica inglese che ha confrontato il numero dei morti, nello stesso periodo di tempo, durante il regime di Saddam e gli anni della guerra americana. 2011: Libia. Anche qui il numero dei morti civili non è stato finora calcolato con esattezza. En passant si può ricordare che in un attacco aereo al palazzo dove si trovava Gheddafi furono uccisi 2 suoi nipotini. Che erano bambini anche loro. In ogni caso le tragiche conseguenze dell’eliminazione del dittatore libico sono oggi sotto gli occhi di tutti. E non è stato solo un errore, come pudicamente diciamo, ma una serie di orrori di cui siamo responsabili.
A questo discorso si lega in qualche modo la vicenda di Giulio Regeni tornata all’onor del mondo dopo che il governo italiano ha deciso di rinviare il nostro ambasciatore al Cairo. Si lega almeno dal lato dell’informazione. Le responsabilità dell’Università di Cambridge e soprattutto della tutor di Regeni, Maha Abdelrahaman, nell’aver inviato un ragazzo sprovveduto al Cairo per un improbabile ricerca sui ‘sindacati indipendenti’ senza metterlo in guardia sui rischi che correva sono fuori discussione. E Il Fatto sta insistendo molto su questo aspetto. La tutor, egiziana, che è stata docente di sociologia all’Università del Cairo, non poteva non sapere quale era la reale situazione in Egitto. Ma il giovane Regeni è stato tratto anche in inganno dalla completa ‘disinformatia’ che i giornali occidentali hanno steso sul generale tagliagole e golpista Abd al-Fattah al-Sisi occultando la sua sanguinaria repressione degli oppositori e di ogni tipo di dissenso. Anche da questo punto di vista noi abbiamo la coscienza pulita. Sul colpo di stato di Al-Sisi e sulle sue conseguenze abbiamo scritto una serie di articoli: Egitto, l’assurdo processo a Morsi (Fatto del 9/11/2013); I casi di Egitto e Ucraina la democrazia funziona solo quando ci fa comodo (Fatto del 31/1/2014); Al-Sisi, il criminale che piace all’Occidente (Fatto del 31/1/2015); Se l’Occidente democratico sta con i tagliagole d’Egitto, allora io sono antidemocratico (Fatto del 29/6/2015); Doveva morire Giulio perché l’Italia scoprisse il mostro Al-Sisi? (Fatto del 11/2/2016); Ops, ci siamo sbagliati: i Fratelli Musulmani erano meglio di Al-Sisi (Fatto del 15/4/2016); Altro che pace: il Papa non stringa mani insanguinate (Fatto del 18/4/2017); C’è dittatore e dittatore: Maduro è brutto, Al-Sisi è bello (Fatto del 15/8/2017).
La Jihad può fare orrore. Ma la ‘cultura superiore’, nuovo modo di declinare il razzismo poiché quello classico, dopo Hitler, è impraticabile, fa schifo. E non è detto che i due fenomeni non siano complementari.
Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano, 23 agosto 2017