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Nella vicenda venezuelana dove i principali Paesi europei (ad eccezione del governo italiano nella sua versione 5Stelle –il muscolare Salvini, dopo tutte le sue smancerie con Putin, ha provveduto subito ad allinearsi ai voleri americani, ubi maior minor cessat) hanno preso partito per Guaidò, l’autoproclamatosi presidente del Venezuela, sia pure ad interim, è a dir poco curiosa la posizione della Spagna, fra i più accesi sostenitori di Guaidò. Non più di un anno e mezzo fa il governo spagnolo, appellandosi alla Costituzione, come in Venezuela fa Maduro, ha messo in galera tutti i più rappresentativi esponenti indipendentisti, da Junqueras a Turull a Rull, e costretto all’esilio il loro leader, Puigdemont, nonostante l’indipendentismo catalano fosse uscito vincitore da un regolare referendum. Adesso la Spagna sostiene la legittimità di Guaidò, contro Maduro, nonostante il “giovane e bell’ingegnere” non abbia ricevuto legittimità da alcun referendum, ma solo da un appoggio popolare, la cui quantità e qualità è tutta da verificare, e soprattutto da quello internazionale a guida americana. In un certo senso il governo spagnolo, avallando la legittimità di Guaidò, ha preso partito contro le logiche giuridiche che gli avevano permesso di mettere in galera gli indipendentisti catalani.

I governi europei che appoggiano Guaidò non si rendono conto di scavarsi la fossa da soli. Con la stessa logica un leader dei ‘gilets jaunes’ potrebbe autoproclamarsi presidente della Francia delegittimando Macron. Io ho molta simpatia per i ‘gilets’, un movimento popolare spontaneo e apartitico, ma qui non si tratta di simpatie per questo o per quello, per i ‘gilets’ piuttosto che per Macron, per Quaidò invece che per Maduro, qui sono in gioco princìpi di diritto internazionale indisponibili: 1.Il diritto all’’autodeterminazione dei popoli’ sancito nel 1975 a Helsinki da quasi tutti i Paesi del mondo. 2.Il principio della ‘non ingerenza’ negli affari interni di uno Stato sovrano.

Per la verità è da almeno vent’anni che questi diritti e questi princìpi, volti a garantire un minimo di convivenza fra i vari Stati del mondo, vengono sistematicamente  violati, soprattutto dagli americani, ma non solo. Si cominciò nel 1999 con l’aggressione americana alla Serbia in favore del Kosovo, terra serba da secoli, con l’appoggio e la complicità del governo D’Alema (gli aerei americani che andarono a bombardare per 72 giorni una grande capitale europea come Belgrado e che fecero 5.500 morti, partivano da Aviano). Si è proseguito nel 2003 con l’aggressione americana all’Iraq, contro la volontà dell’Onu, sotto l’ipocrito velo della Nato, un fantoccio nella piena disponibilità yankee. Nonostante contro quell’aggressione avesse tuonato Papa Wojtyla, vi parteciparono anche i cattolicissimi spagnoli sotto il governo del cattolicissimo Aznar. Ma con l’avvento al governo del socialista Zapatero, non lontanissimo per affinità elettive da quel chavismo di cui oggi Maduro è l’infelice erede, le truppe iberiche si ritirarono. Parteciparono invece gli italiani (governo Berlusconi) che non sapendo su cosa stavano mettendo i piedi subirono la tragedia di Nassiriya.  E’ accaduto nel 2011 con la Libia di Gheddafi per iniziativa franco-americana, ma con l’appoggio del pur recalcitrante Berlusconi, quindi doppiamente colpevole.

I risultati delle violazioni dei cardini del diritto internazionale sono sotto gli occhi di tutti. In Kosovo si è registrata la più grande ‘pulizia etnica’ dei Balcani, ed è tutto dire: dei 360 mila serbi che vi risiedevano ne sono rimasti solo 60 mila. Con la guerra a Saddam una metà dell’Iraq è stata gentilmente consegnata agli iraniani, senza che gli eredi di Khomeini abbiano dovuto sparare un solo colpo di kalashnikov. In Somalia gli Shabaab si sono alleati col Califfato, in Libia, dopo la defenestrazione di Gheddafi, la situazione è talmente caotica che persino i ‘mercanti di uomini’ debbono pagare una taglia all’Isis per poter fare il loro sporco mestiere. In Siria l’intervento americano contro Assad in favore dei rivoltosi ha incoraggiato la Russia a mettere le proprie mani armate nell’area e acceso gli appetiti delle potenze regionali della zona, dalla Turchia a Israele allo stesso Iran.

So per certo che la posizione a 5Stelle del governo italiano sta subendo fortissime pressioni, da Washington, da Bruxelles, dai Paesi sudamericani legati agli Usa, perché abbandoni la propria neutralità. Se credono nella validità delle proprie convinzioni i 5Stelle devono tener duro. Altrimenti daranno aggio ai loro avversari di ribadire quello che sempre, a torto o a ragione, dicono di loro: che promettono quello che non sono in grado di mantenere. Ma, in fondo, questa è una questione minore, tutta italiana. A Caracas si gioca qualcosa di un po’ più importante, il futuro del mondo moderno: se la forza del diritto deve cedere definitivamente al diritto della forza.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 8 febbraio 2019

 

 

 

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“Squadre come il Frosinone non dovrebbero giocare in serie A perché non attirano fan, né interessi, né emittenti nel campionato. La promozione e la retrocessione sono la più grande idiozia nel calcio”. Also sprach Aurelio De Laurentiis, produttore cinematografico e patron del Napoli, una squadra che ha nove stranieri su undici, battuta solo dall’Inter (10 su 11) con un solo giocatore italiano, il terzino destro D’Ambrosio, ex Toro. Quella di De Laurentiis mi sembra una dichiarazione d’un razzismo sociale ributtante. Secondo costui solo le città grandi e ricche avrebbero il diritto a giocare in Serie A.

Nel primo dopoguerra, quando il calcio non era ancora diventato un fenomeno prettamente economico e televisivo (le due cose sono strettamente legate), e conservava i valori identitari, simbolici, rituali che per più d’un secolo hanno fatto la fortuna di questo gioco, la Pro Vercelli vinse sette scudetti, il Casale uno e uno la Novese di Novi Ligure. Nel secondo dopoguerra la Pro Patria di Busto Arsizio ha militato per parecchi anni in A, il Lecco c’è rimasto un anno, e tuttora il Sassuolo, che non ha nemmeno un proprio campo, è in Serie A e ha offerto, in alcuni anni, un ottimo calcio così come il Chievo che è la squadra di un quartiere di Verona (certo che se poi ogni anno le cosiddette ‘grandi’ gli portano via i migliori giocatori è difficile mantenersi a certi livelli).

L’ottimo De Laurentiis più che al calcio dovrebbe darsi all’ippica, se esistesse ancora, perché, come gli ha fatto notare il presidente del Frosinone, giustamente piccato, pur avendo una squadra zeppa di talenti pagati milioni di euro, dal 2007 non ha ancora vinto nulla di significativo. E dovrebbe sapere che per molte tifoserie lottare per non retrocedere è più emozionante che vivacchiare a metà classifica con la sola ambizione, oltretutto piuttosto chimerica, di inserirsi in quella comica competizione che è l’Europa League, altra invenzione, con le ‘terze’ che scendono dalla Champions e il sistema a gironi, per fare business, ancora business e sempre più business.

Pietrificare la serie maggiore di uno sport con le squadre che possono garantire più pubblico e quindi maggiori introiti, senza promozioni e retrocessioni, è tipico della cultura yankee costantemente orientata al business. Così van le cose per esempio nel loro basket che io guardo all’una di notte per conciliarmi il sonno perché è troppo tecnico e non si dà che una grande squadra possa perdere da una inferiore –che è poi quello che vorrebbe De Laurentiis- mentre la cosa meravigliosa e magica del calcio è che anche una ‘piccola’ può sempre battere una ‘grande’ o metterla in seria difficoltà come è avvenuto sabato scorso dove la Super Juve, in casa, ha strappato un sofferto pareggio (3 a 3) col Parma, dodicesimo in classifica. Noi siamo europei, non americani e dovremmo cercare di conservare la nostra cultura almeno negli sport. Gli inglesi, che sebbene fuori dalla Ue sono pur sempre europei, lo fanno: Wimbledon, il più importante torneo del Grande Slam, si gioca ancora sull’erba, non sul cemento, non sul sintetico, e tennisti e tenniste devono essere rigorosamente vestiti di bianco.

La “grande idiozia” non è nel meccanismo delle promozioni e delle retrocessioni, la “grande idiozia” è proprio la proposta di Aurelio De Laurentiis. La Serie A si alimenta dalle squadre delle categorie inferiori, dalle quali acquista i giocatori che ritiene migliori. Se i tifosi del Frosinone o del Lecce o del Benevento o del Cittadella, solo per fare i primi nomi che ci vengono in mente, sanno già che non potranno mai ambire, nemmeno in teoria, alla Serie A, finiranno per perdere passione e interesse per il calcio, sia quello da stadio che quello in tv. La Serie A si troverà così come sospesa nell’aria e nel vuoto e cadrà a vite con l’intero sistema. E la ‘gallina dalle uova d’oro’, spremuta in tutti i modi, verrà alla fine uccisa dagli inesausti adoratori del denaro.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 5 febbraio 2019

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Storie di ordinaria follia. Burocratica. Della Tim. Vicenda che è capitata a me, ma pure a molti altri utenti anche se non nelle forme kafkiane della mia.

Ho due linee di telefono fisso, una collegata al fax, una risalente a quando era ancora vivo mio padre prima sotto Stipel poi diventata Sip poi Telecom infine l’attuale Tim. Insomma un numero che sta in casa mia da oltre 70 anni. Naturalmente gli apparecchi sono cambiati e modernizzati. Anche se il vecchio modello, tipo ‘telefoni bianchi’, che io tengo in un’altra stanza, fa il suo porco dovere. Tant’è che quando lascio la cornetta del telefono principale attaccata male, quello invece squilla.

Il secondo numero, collegato al fax, non mi serviva più. A settembre ho chiesto alla Tim, con una certa fatica perché non si riusciva mai ad arrivare ad un umano, di toglierlo di mezzo. Finalmente la Tim mi informò che il giorno 30 novembre sarebbe arrivato il tecnico, senza peraltro dirmi a che ora. Sono quindi rimasto in casa tutto il giorno. Ma quello non si è fatto vedere. Allora con la solita difficoltà delle nuove tecniche (devi schiacciare un’infinità di numeri, come il lettore sa bene) sono riuscito a fissare un nuovo appuntamento. Il tecnico non è arrivato. Alla Tim avevo fatto ben presente che volevo togliere il numero suppletivo ma lasciando ovviamente l’altro, quello di sempre. Il 15 gennaio, circa cinque mesi dopo la mia prima richiesta, si è alla fine presentato un tecnico in carne e ossa. Un vecchio operaio che aveva cominciato con la Sip e la cosa mi ha rassicurato. Anni prima infatti avevo avuto un incrocchio per cui se funzionava la segreteria telefonica non funzionavano il fax e il fisso. E viceversa. Era venuto un giovane tecnico, di ultima generazione, che quando, un po’ preoccupato, gli spiegai il problema si mise a ridere: “E’ cosa da nulla”. Non riuscì a combinare un picchio. Ne chiamai un altro, sempre giovane, col quale si ripeté la stessa scena. Ne chiamai un terzo e nulla cambiò. Mi rivolsi allora a un vecchissimo tecnico che risaliva addirittura alla Stipel. Risolse tutto.

L’ultimo tecnico, quello ex Sip, operò molto bene. Sembrava tutto risolto. Il telefono principale funzionava, il numero collegato al fax era stato tolto di mezzo. Chiesi al tecnico una certificazione che documentasse la nuova situazione. Mi disse che ormai tutto avveniva per vie interne alla Tim, che quindi non ce n’era bisogno. Qualche giorno dopo ricevetti una telefonata della Tim. Una donna mi disse: “Lei ha lasciato Tim. Vorremmo quindi…”. “Io non ho mai lasciato Tim. Ho solo chiesto di togliere un numero suppletivo”. “Mi lasci controllare”. Poi mi richiamò confermando che le cose stavano come le avevo detto. Ricevetti però una seconda telefonata Tim che mi poneva la stessa questione. Diedi la stessa risposta. Ce ne fu poi anche una terza dello stesso tenore, stessa domanda, stessa risposta. A questo punto pensai che questa logorante interlocuzione con la Tim fosse finalmente chiusa.

Bene. Domenica mattina, verso le undici, alzo il telefono, faccio un numero e una voce registrata mi dice: “Per ragioni amministrative il suo telefono è disattivato”. Aggiunge poi, la voce, di chiamare il numero di emergenza. Per un colpo di sfiga avevo rotto il cellulare. Ero quindi completamente isolato. Il cellulare però non è obbligatorio. Uno può non avercelo per ragioni sue. Per smaltire il nervosismo sono andato in piscina. Sono ritornato alle quattro e il telefono continuava a non funzionare, c’era sempre la stessa voce registrata che cominciava: “Per ragioni amministrative…”.

Ritengo che in una società come questa, basata tutta sulle telecomunicazioni, e in una città come Milano, modernizzatissima ma dove uno non conosce nemmeno il suo vicino di pianerottolo, lasciare una persona per quattro o più ore senza la possibilità di comunicare sia un tantino criminale. Un vecchio, un single, può sentirsi male e non può nemmeno chiamare il 118. In ogni caso, anche se era la Tim che aveva sbagliato tutto, aveva almeno il dovere di informarmi qualche giorno prima che mi avrebbe disattivato il telefono.

Verso le quattro e mezza del pomeriggio il telefono ha ripreso, misteriosamente, a funzionare. Erano passati cinque mesi dalla mia prima richiesta. Tim mi ha spiegato che c’erano stati dei difetti e degli equivoci nelle loro comunicazioni interne (che non è affatto detto che non si possano ripetere, e infatti l’altro giorno il telefono è rimasto disattivato per mezzora). Insomma la più importante società di telecomunicazioni, che è la proprietaria delle linee telefoniche, non sa comunicare al proprio interno. E il dottor Gubitosi che ieri ha rilasciato un’intervista trionfalistica al Corriere, dove è prospettata una serie di agganci internazionali con altri operatori, farebbe bene, prima, a sistemare un po’ meglio la propria organizzazione interna.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2019