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Ci furono tempi felici in cui facevo il cronista. All’epoca il curriculum del nostro mestiere aveva step piuttosto precisi. All’inizio ai praticanti si davano da redigere le “brevi”, i TACCUINI, cioè notizie di poca importanza che riguardavano piccoli eventi cittadini. Se passavi questo step diventavi “inviato di città”. E in una metropoli come Milano non mancavano, soprattutto negli “anni di piombo”, eventi di portata nazionale. Come la misteriosa morte dell’editore Giangiacomo Feltrinelli che mal maneggiando un ordigno morì sotto un traliccio dell’alta tensione a Segrate (Indro Montanelli scrisse crudamente che Feltrinelli era “un povero ragazzo malato di guevarismo”). O la morte di Pino Pinelli, un anarchico del tutto teorico, mite, che dopo un interrogatorio pesante fu fatto “volare” dal quarto piano della Questura di Milano. O Il vile omicidio sotto casa del commissario Calabresi. Dopo infinite inchieste della Magistratura i mandanti vennero individuati in Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, gli esecutori in Ovidio Bompressi e Leonardo Marino. Sofri ottenne, caso quasi unico nella storia giudiziaria italiana, la Revisione del processo ma anche la Revisione lo ritenne colpevole. Ciò non gli ha impedito, scontati sette anni dei ventidue che gli erano stati comminati, di diventare editorialista del più importante quotidiano di sinistra, La Repubblica, e del più diffuso settimanale di destra, Panorama: promosso evidentemente per meriti penali. C’è una fotografia, che conservo gelosamente, di noi della cronaca dell’Avanti, a cena dopo la morte di Feltrinelli (allora i giornali chiudevano molto tardi, verso le 3 del mattino) Ugo Intini, Liano Fanti, Attilio Schemmari, Arturo Viola ed io, felici per aver tenuto botta allo strapotere del Corriere. Insomma anche nelle piccole redazioni, come era quella dell’Avanti, ci si poteva togliere qualche soddisfazione.

In seguito diventavi inviato “regionale” e poi “nazionale”. Se avevi dimostrato attenzione e interesse per i fatti internazionali diventavi inviato tout court. E qui c’era un altro step. Non è detto che un inviato, anche un grande inviato, abbia la weltanschauung, cioè la visione del mondo, necessaria per commentare fatti di geopolitica.

Le soddisfazioni di un inviato di esteri erano sostanzialmente due. La prima, più importante, era di conoscere culture diverse dalla nostra di cui avevamo solo letto o sentito parlare. Fu in un viaggio in Kenya e Tanzania nel 1970, quando non facevo ancora il giornalista, che cominciai ad elaborare i miei sospetti sulla “cultura superiore” che daranno poi origine, anni dopo, a La ragione aveva Torto?.  La seconda è che se stavi un mese, poniamo, nel Sudafrica dell’apartheid, come è capitato a me, dovevi occuparti solo di quello che accadeva in quel Paese, cioè non dovevi seguire quotidianamente le miserie della politica politicante italiana, le catacombali polemiche su fascismo e antifascismo, su Vannacci o sulle dichiarazioni di Mollicone.

Attualmente gli inviati di esteri, soprattutto su terreni di guerra, si dividono in due categorie. C’è chi invece di dar conto di ciò che succede sul campo si inventa come analista dando interpretazioni che si potrebbero fare tranquillamente anche da Milano, da Parigi, da Berlino. C’è invece chi scrive di ciò che succede sul campo, non limitandosi a intervistare questo o quel comandante militare, o un sociologo o un politologo, ma parlando anche col salumiere o il prestinaio. E ti rende quindi l’humus in cui vivono quelle popolazioni. E’ il cosiddetto giornalismo “in presa diretta” che ha caratterizzato la mia generazione e un paio di quelle successive. A questa categoria appartiene Lorenzo Cremonesi, inviato di lungo corso del Corriere, probabilmente il migliore dopo la morte dell’inarrivabile Ettore Mo, persona, parlo di Mo ma anche di Cremonesi, dai modi assai modesti e riservati come sono tutti quelli che, sicuri del proprio mestiere, non hanno bisogno di dimostrare nulla, da Montanelli a Giorgio Bocca.

Cremonesi ha seguito tutte le più importanti guerre dell’ultimo quarto di secolo, dall’Afghanistan all’Iraq alla Siria, al conflitto israelo-palestinese, alla guerra russo-ucraina. L’ultima volta che l’ho sentito, per telefono, si trovava a Charkiv, sotto le bombe russe. Uno dei pregi di Cremonesi è quello di cercare di entrare nella mentalità anche dei gruppi combattenti la cui ideologia gli è più estranea. La prima volta che incrociai Cremonesi, naturalmente sulle pagine del Corriere, fu in occasione dell’invasione occidentale/Nato dell’Afghanistan del 2001. Raccontava questo episodio. I giornalisti occidentali entravano in Afghanistan dal Pakistan e naturalmente i giovani afghani, cioè i talebani, erano ostili ai giornalisti che appartenevano a paesi che stavano invadendo la loro terra. Un gruppo di giovani talebani si mise a prenderli a sassate. Ma intervenne un vecchio, in quelle culture l’anziano ha un grande prestigio e non importa che sia un capo clan o una persona qualsiasi, che disse “no ragazzi questo non si fa”. Eravamo a Kandahar l’ultima roccaforte talebana dove gli americani scaricavano bombe su tutto, compresi i campi da gioco dei ragazzini. Annota Cremonesi “pare incredibile ma a Kandahar regna l’ordine, l’ordine del Mullah Omar”. Perché per il Mullah gli stranieri, a meno che non appartenessero a forze combattenti ostili, erano degli “ospiti”. E ci sono infinite circostanze che dimostrano che tutti coloro che sono stati prigionieri dei Talebani vennero trattati con correttezza, soprattutto le donne, stando molto attenti alle loro particolari esigenze femminili. C’è da tener presente che allora i Talebani, accusati a torto di essere alle spalle degli attentati dell’11 Settembre, erano per l’Occidente “l’orrore puro”. Ci voleva del coraggio per raccontare un episodio a loro favorevole.

Il bello delle vacanze estive è che, sottratti all’impegno di seguire la politica politicante, ci si può dedicare alla lettura di libri interessanti. Uno di questi è “Guerra infinita. Quarant’anni di conflitti rimossi dal Medio Oriente all’Ucraina” di Lorenzo Cremonesi dove l’autore mescola gli eventi di guerra di cui è stato testimone, comportandosi con grande coraggio ma anche con la necessaria prudenza, che gli deriva proprio dalla sua esperienza di inviato, alla sua vita personale. Ma vedo che il suo libro ha avuto poche e riottose recensioni, in genere su media di basso livello. E se Cremonesi ha sentito il bisogno di telefonarmi, perché l’avevo citato favorevolmente in un’intervista a Michele Brambilla de Il Giornale, vuol dire che si sente un isolato. Invece, a parer mio, meriterebbe il Pulitzer.

11 Agosto 2024, Il Fatto Quotidiano

 

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La serie che ogni estate Il Fatto Quotidiano organizza nel mese di Agosto, per vincere la noia, è dedicata quest’anno ai personaggi “maledetti”. In genere i “maledetti” sono personaggi che, ad un certo momento della loro vita si sono schierati dalla parte sbagliata della storia come racconta un bel libro di Andrea Colombo intitolato appunto ‘Maledetti. Dalla parte sbagliata della storia’ (edizione Lindau). Nel libro di Colombo sono raccolti personaggi illustri che aderirono a nazismo o non ne presero sufficientemente le distanze, da Conrad Lorenz a Martin Heidegger a Emil Cioran a Micea Eliade. Sui “maledetti” io sto in una botte di ferro avendo scritto un libro dedicato a Lucio Domizio Enobardo, in arte Nerone un personaggio che ha sempre goduto di cattivissima stampa, superato forse, in questa sinistra classifica, solo da Adolf Hitler.

Ma la storia di Nerone è, anche da questo particolare punto di vista, del tutto singolare. Nerone non solo non è stato “dalla parte sbagliata della storia” ma ha avuto un ruolo propulsivo non solo per le vicende dell’Impero romano ma, se si fosse dato retta ad alcune sue intuizioni per la stessa storia dell’Occidente. In realtà Nerone fu un grandissimo uomo di stato che pensava, per dirla con Nietzsche, “in grande stile”, fu un visionario che cercò di modellare il mondo secondo le sue intuizioni ed immaginazioni. Fu Nerone a creare, sulla spinta di Claudio, ma con molta maggiore energia, quella burocrazia che fu la spina dorsale dell’Impero e gli consentì di resistere al proprio disfacimento. Fu Nerone a intuire che un potere che si estendeva dall’Europa al Medio Oriente all’Africa non poteva più essere governato con la mentalità quirita, ristretta, dei tempi del consolato quando Roma era ancora, nella sostanza, una società contadina. E’ stato Nerone a progettare di dividere l’Impero fra due capitali, Roma e Alessandria d’Egitto che era allora la città più importante e colta del mondo ellenistico da cui Nerone attinse i formidabili tecnici che gli consentirono di tentare le più ardite operazioni, come quella di tagliare l’istmo di Corinto per evitare che i mercantili romani naufragassero nelle turbolente acque al largo di Capo Matapan. E quel tracciato, sospeso per la morte dell’imperatore, fu ripreso paro paro nel 1881, cioè quasi duemila anni dopo.

Se i Romani avessero accettato all’epoca la divisione dell’Impero avrebbero poi potuto governarla, invece di subirla, quando nacque l’Impero Romano d’Occidente.

Fu Nerone a progettare un’arditissima manovra in campo tributario – stoppata poi dai senatori – diminuendo le tasse dirette che più colpiscono il cittadino a favore di quelle indirette. E, in estrema sintesi Nerone cercò di portare avanti una politica che oggi chiameremmo keynesiana con la costruzione di grandi opere pubbliche, aiutato in ciò dal famoso incendio, per reagire ad un periodo di stagnazione economica.

Ora non è possibile riassumere qui in poche righe una vita così ricca e complessa come quella di questo imperatore romano. Chi voglia saperne di più può leggere il libro che gli ho dedicato intitolato significativamente “Nerone. Duemila anni di calunnie”. Però, per fare un tragitto più breve, si può andare a visitare la Domus Aurea, recentemente restaurata almeno in parte e il ritratto che ne viene fuori è quello di un uomo solare totalmente in contrasto con la sua leggenda nera.

Questa leggenda è alimentata e continua ad esserlo dagli ambienti cristiani che lo ritengono il primo persecutore della loro fede. Niente di vero. In realtà Nerone, sostanzialmente un laico, ma curioso di tutto era attratto dalle religioni orientali, in particolare dall’Ebraismo e dal Cristianesimo spinto in ciò dalla sua seconda moglie, Puppea, legata agli ambienti ebraici. Una persecuzione sistematica dei cristiani fu iniziata da Domiziano una ventina di anni dopo. Il fatto è che i cristiani, per vocazione al martirio o perché consideravano la Roma di Nerone sodoma e gomorra, si accusarono dell’incendio che naturalmente fu del tutto casuale in una città costruita in legno con grattacieli alti come i nostri e fu proprio Nerone, in conseguenza dell’incendio, a costruire i palazzi in materiale ignifugo. Lo stesso prevenutissimo Tacito è costretto ad ammettere che l’opera di Nerone per tamponare l’incendio e per porre riparo al disastro è degna di una moderna Protezione civile. Del resto come poteva Nerone celebrare con la sua lira l’incendio  dall’alto del palatino, come sostiene Svetonio, se proprio il palatino stava andando a fuoco? E’ che se l’incendio era doloso, come l’autorità romana, viste le confessioni dei cristiani, aveva ragione di credere, era un attentato difronte al quale l’11 Settembre è una bazzecola. Dei cristiani residenti a Roma ne furono processati 300, 200 vennero assolti, gli altri crocefissi secondo le crudeli usanze dell’epoca. Ma Paolo, il leader dei cristiani, poté continuare a divulgare liberamente la sua fede con la sola limitazione di non lasciare le mura della città. In termini moderni: una sorta di “custodia cautelaris”.

Ma non c’è niente da fare. Nonostante gli storici moderni diano un’immagine molto più equilibrata dell’imperatore maledetto, nell’immaginario collettivo la fantasia di un imperatore che dà fuoco alla sua capitale è troppo potente. In una bella pubblicità del Crodino di qualche anno fa si vede un Nerone tutto arruffato e colante di sudore. Il barman gli chiede: “che cosa hai Lucio? Ti vedo tutto affannato e sudato”. “Amo appena bbruciato mezza Roma”.

8 Agosto 2024, Il Fatto Quotidiano

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Ci risiamo con Nicolas Maduro. Il presidente venezuelano è stato riconfermato nelle recentissime elezioni con il 51% dei voti a favore. Naturalmente si è scatenata la solita ridda di reciproche disinformatie: gli oppositori di Maduro contestano la regolarità delle elezioni, non solo quelli interni ma in pratica quasi tutti i media occidentali. Per l’occidente Maduro è un dittatore, punto e basta. Devo dire che ho parecchi dubbi su questa narrazione occidentale fortemente influenzata dagli Stati Uniti che vedono di cattivissimo occhio il tentativo di impiantare in centro e sud America il cosiddetto “socialismo bolivariano”.

E qui bisogna fare un lungo passo indietro. Il “socialismo bolivariano” si richiama al venezuelano Simon Bolivar, che alla fine del ‘700 aveva avuto l’idea di creare una “Grande Colombia” che radunasse la maggior parte dei paesi latinoamericani. Dal punto di vista sociale l’idea era semplice quanto complessa: cercare di tagliare le unghie alle classi dominanti che detenevano il potere economico e politico e puntare verso una più ragionevole uguaglianza sociale. Insomma un programma socialista come dice la parola stessa. Nel frattempo però erano avvenuti grandi cambiamenti a livello geopolitico ed economico. Il Venezuela nell'Ottocento se la cavava abbastanza bene perché era, insieme ad Argentina e Brasile, uno dei maggiori esportatori di carne del mondo. Ma nel frattempo la base della ricchezza non era più nell’esportazioni di carni ma nel petrolio di cui il sottosuolo venezuelano è ricco. Col petrolio si scatenarono sul Venezuela gli appetiti di tutti i paesi industrializzati. Il Venezuela fu travolto da questa nuova situazione e del “socialismo bolivariano” non si parlò più. L’idea fu ripresa nel 1999 da Hugo Chavez, da qui il termine “chavismo”, un militare che godeva in Venezuela di grande prestigio. Morto Chavez per tumore il potere passò a Maduro, ex autista di autobus e sindacalista. Poiché Maduro non aveva il prestigio di Chavez gli americani pensarono di servirsi di un certo Juan Guaidò, chiamato dalla stampa occidentale “il giovane e bell’ingegnere” per contrapporlo alla rozzezza di Maduro. Tentarono, attraverso Guaidò, un colpo di Stato che fallì miseramente perché Guaidò non aveva una base sufficiente né fra le elite né tanto meno fra il popolo. Guaidò fu incarcerato e quasi subito liberato rifugiandosi in Nicaragua. Ora voglio vedere in quale paese, anche dell’Europa democratica, uno che ha tentato un colpo di Stato può cavarsela così facilmente. In Spagna gli indipendentisti catalani, a cominciare dal loro leader Puigdemont, per avere dichiarato l’indipendenza della Catalogna, sono stati arrestati e incarcerati per sette anni mentre Puigdemont è tuttora esule in Belgio. Proprio negli ultimi mesi in Spagna, sotto la presidenza del socialista Pedro Sanchez, si sta cercando di risolvere l’antichissima questione catalana.

Affermare perciò che Maduro è un dittatore tout court mi sembra difficile. Il fatto è che ha l’ostilità di tutti i paesi, e i media al loro servizio, legati ai gringos come chiamano da quelle parti gli americani. Maduro ha l’appoggio di Cuba e soprattutto del Brasile governato da Lula da Silva che fu estromesso dal potere con accuse di corruzione poi rivelatesi del tutto infondate. In occasione della sua rielezione Maduro ha affermato che è in atto un complotto della destra mondiale per fare piazza pulita di ciò che rimane del socialismo in centro e sud America. In questo senso va il successo in Argentina di Javier Milei, un iperliberista che vuole fare piazza pulita di qualsiasi welfare e ha definito il socialismo parente stretto del Demonio includendo nell’anatema Papa Bergoglio.

Il problema adesso è di vedere se Lula, Maduro, e i pochi alleati che hanno in Sudamerica, compresa la Cuba castrista, riusciranno a resistere a questo ritorno in forze delle destre internazionali. In un articolo del 30-07, tutto di parte, Il Giornale riusciva a mettere tra “i maledetti” l’incolpevole Che Guevara. La storia del Che la conosciamo benissimo: medico argentino andò a combattere a Cuba unendosi ai castristi. Quando si rese conto che il castrismo deviava verso la dittatura lasciò il Paese per andare a combattere una disperata battaglia di libertà in Bolivia, dove venne ammazzato. Ma prima di dare addosso a Castro e al castrismo, bisognerebbe ricordare cosa era Cuba prima della vittoria della Rivoluzione. Governava Batista che aveva fatto di Cuba una sorta di casinò ad uso e consumo dei ricchi americani. Certo a Cuba c’è oggi una dittatura, ma a chi altri potrebbe appoggiarsi il “socialismo bolivariano” che ha l’ostilità dell’intero mondo occidentale, compresa la democratica Europa?

Nel recente forum economico mondiale di Davos Milei è stato ricevuto con tutti gli onori esprimendo le sue idee iperliberiste a anti socialiste definendo il socialismo una sorta di “Male Assoluto”. Ne bisogna dimenticare che durante la recente pandemia una cinquantina di medici cubani venne in Italia per darci una mano. Insomma la solidarietà per i cubani non è solo un’idea astratta. A Cuba la scuola è gratuita e la sanità anche. Conosco un ragazzo cubano, Ramiro, che è venuto via da Cuba non a causa del regime ma per ragioni personali e che oggi gestisce un locale abbastanza elegante a Milano: come tanti suoi coetanei ha una cultura di prim’ordine e con lui si può parlare di tutto perché è una persona open mind. Naturalmente il regime castrista soffre le deficienze di tutti i regimi dittatoriali, case sfasciate, territorio abbandonato a se stesso, desolazione, un po’ come era ai tempi dell’Unione Sovietica che ho fatto in tempo a vedere. Ma per me che sono un socialista libertario da sempre – ed è bene ricordare agli smemorati che il socialismo si differenzia dal comunismo perché cerca di raggiungere una ragionevole uguaglianza sociale senza comprimere i diritti civili – se devo scegliere fra il pur imperfetto “socialismo bolivariano” di Lula o di Maduro e l’Impero del Capitale non ho dubbi.

4 Agosto 2024, Il Fatto Quotidiano