In vista della fatidica data del 4 marzo Peter Gomez ha pubblicato un interessante libretto, Il vecchio che avanza, che è una sorta di ‘avviso ai naviganti’ per un voto se non ‘utile’ almeno consapevole, mentre si moltiplicano gli inviti, istituzionali e non, anche larvatamente minacciosi, a recarsi alle urne come sacro diritto/dovere del cittadino democratico.
Ma cosa sia la democrazia, e in che senso si differenzi da qualsiasi altro sistema di potere nessuno ce lo spiega, dandolo per scontato.
Partiamo dalle cose più divertenti. Noi paghiamo della gente perché ci comandi. Un masochismo abbastanza impressionante che, come notava già Jacques Necker nel 1792, “dovrebbe lasciare stupiti gli uomini capaci di riflessione”. Evidentemente noi contemporanei questa capacità di riflessione l’abbiamo perduta e che ci sia un potere sopra le nostre teste lo diamo come irreversibile, ma farebbe inorridire o sbellicare dalle risa un Nuer. I Nuer sono un popolo nilotico che vive, o meglio viveva, nelle paludi e nelle vaste savane dell’odierno Sudan meridionale. Un Nuer non solo non paga nessuno perché lo comandi, ma non tollera ordini da chicchessia. I Nuer infatti non hanno capi e nemmeno rappresentanti. “E’ impossibile vivere fra i Nuer e immaginare dei governanti che li governino. Il Nuer è il prodotto di un’educazione dura ed egalitaria, profondamente democratico e facilmente portato alla violenza. Il suo spirito turbolento trova ogni restrizione irritabile; nessuno riconosce un superiore sopra di sé. La ricchezza non fa differenza…Un uomo che ha molto bestiame viene invidiato, ma non trattato differentemente da chi ne possiede poco. La nascita non fa differenza…Ogni Nuer considera di valere quanto il suo vicino”. Così li descrive l’antropologo inglese Evans-Pritchard che, negli anni Trenta, visse fra loro a lungo e li studiò. Un miracolo? O, quantomeno, un’eccezione? Non proprio. Si tratta infatti di una di quelle “società acefale”, di quelle “anarchie ordinate” nient’affatto rare nel Continente Nero prima della dominazione musulmana con le sue leggi religiose incompatibili con la libertà e, soprattutto, prima che arrivassimo noi con la nostra democrazia teorica, in salsa liberale o marxista, funzionale alla nostra economia, che ha completamente distrutto l’equilibrio su cui si sostenevano le popolazioni africane e l’Africa stessa. Queste società erano riuscite a coniugare libertà e uguaglianza, due poli apparentemente inconciliabili su cui i figli dell’Illuminismo, i liberali e i marxisti, si accapigliano da un paio di secoli facendo elaborazioni raffinatissime ma senza cavare un ragno dal buco. Il fatto è che i Nuer, o tutte le società consimili, pensano, proprio come Locke uno dei padri della democrazia liberale, che gli uomini nascano, per natura, liberi, indipendenti e uguali. Ma questo nel mondo liberale o marxista non è mai avvenuto e tuttora non è.
Il nocciolo della questione è che nessun potere, qualsiasi potere, è legittimo. Si tratta solo di finzioni. Conviene Stuart Mill: “Il potere stesso è illegittimo, il miglior governo non ha più diritti del peggiore”. Nessun potere è di per sé legittimo per la semplice ragione che si deve rifare a un punto di partenza concettuale che è, per forza di cose, del tutto arbitrario. Quel che conta, come ha chiarito magistralmente Max Weber, è che il potere sia creduto legittimo da coloro che vi sono sottoposti, o, quantomeno, da una buona parte, per assicurare una certa stabilità al sistema e al potere stesso. Ma nell’Italia democratica, e anche in molte altre democrazie occidentali, questa credibilità è venuta meno in fasce sempre più larghe della popolazione. Da qui il fenomeno crescente dell’astensione che preoccupa i ‘padroni del vapore’, in particolare i partiti, perché capiscono benissimo che se si estendesse ulteriormente la sarebbe finita una volta per tutte col loro potere illegittimo e prevaricatorio. E noi torneremmo a essere liberi, indipendenti e uguali. Come i Nuer.
Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano, 24 febbraio 2018
La polemica che ha coinvolto il comandante di Marina Gregorio De Falco, candidato alle prossime elezioni per i 5Stelle, potrebbe essere definita lunare se non fosse terrestre, molto terrestre aderente non solo alla più avvilente campagna elettorale da quando è nata la Repubblica, ma anche, e peggio, a uno spirito del tempo, puritano, bacchettone, ipocrita.
Dunque, secondo voci provenienti dalla pattumiera del pettegolezzo preelettorale De Falco avrebbe malmenato la moglie nel corso di un litigio sorto a proposito della loro separazione e sarebbe perciò un candidato ‘indegno’. Non risulta che la donna abbia sporto denuncia. Si tratta quindi di un fatto squisitamente privato, familiare in cui nessuno ha diritto di mettere becco. “Fra moglie e marito non mettere il dito” dice un vecchio proverbio popolare, saggio come tutti i proverbi. E male, malissimo, ha fatto il candidato premier dei 5Stelle Di Maio ad annunciare che telefonerà alla moglie di De Falco per accertare la verità dei fatti. Non sono cazzi suoi. Ci mancava ancora che un leader politico si mettesse in cattedra, come un novello Santi Licheri, a sindacare sui rapporti fra marito e moglie (lo ha fatto anche Renzi).
Questa confusione fra ciò che è privato, e tale deve rimanere, e ciò che è pubblico offre il destro all’editorialista del Giornale Francesco Maria Del Vigo per sparare nel mucchio dei 5Stelle, mischiando cose che non stanno insieme, liti familiari e atti penalmente rilevanti, reati colposi e reati dolosi, candidati che hanno trattenuto quattrini in loro legittimo dominio e candidati inquisiti penalmente per essersi impossessati in modo truffaldino di denari dello Stato, cioè nostri (Forza Italia, il partito di riferimento del giornale berlusconiano, ne ha 22, il Pd 29). Faceva una certa specie, faceva pena, faceva ridere, leggere l’altro giorno a tutta pagina il titolo “Ora lo possiamo dire: Grillo è un evasore” su Il Giornale, il quotidiano di proprietà, di fatto, di Silvio Berlusconi, il più grande evasore ed elusore fiscale degli ultimi vent’anni e per questo condannato in via definitiva a quattro anni di detenzione e definito “delinquente naturale” (cioè uno che delinque anche quando non ne ha bisogno). Nel mio Dizionario del Ribelle ho risolto la voce Pudore con una sola parola: “scomparso”. E in questa spudoratezza, che è lo spirito di questi tempi, rientrano anche quelle “vergini dai candidi manti” che a vent’anni di distanza ricordano improvvisamente di essere state ‘molestate’ o vittime di “atti inappropriati” (che cosa significhi questa formula vorrei che qualcuno me lo spiegasse, non vorrei finire nelle sillane liste di proscrizione di ‘Metoo’ o di ‘Time-s Up’).
Se fossi stato nei panni dei 5Stelle Gregorio De Falco non l’avrei candidato. Ma per tutt’altri motivi. Per aver maramaldeggiato su Francesco Schettino intimandoli di risalire a bordo, sapendo benissimo che il comandante della Concordia era ormai fuori di testa e fuori gioco. Quello che avrebbe dovuto fare De Falco, invece di esibirsi da fenomeno davanti all’opinione pubblica, era di mandare un elicottero da Livorno (ci vogliono quindici minuti per arrivare all’Argentario) calando sulla Concordia un paio di ufficiali di Marina che prendessero in mano la situazione. E infatti lo pseudoeroe invece di essere promosso come si aspettava fu trasferito agli uffici amministrativi della Direzione marittima di Livorno. E al momento della tragedia davanti all’Isola del Giglio il comandante di una di queste grandi navi a proposito della muscolare esibizione di De Falco commentò: “In Marina c’è chi va per mare e chi sta più comodamente a terra”. Così come nella politica e nel giornalismo c’è “chi va per mare”, cioè cerca di seguire princìpi, logica, coerenza, magari sbagliando, e chi, avendo la coda di paglia e stando comodamente al coperto della propria spudoratezza, scrive articoli alla Francesco Maria Del Vigo.
Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano, 22 febbraio 2018
La tesi esposta da Massimo Fini in un articolo apparso sul FQ del 13 febbraio 2018 è contraddittoria, perché sostiene che una «democrazia liberale» deve riconoscere il diritto di esistenza, e dunque anche di espressione e di libera circolazione, anche ad «idee antidemocratiche», «purché, naturalmente, non cerchino di farsi valere con la violenza». Ciò implica logicamente che, se tali idee non si facessero valere con la violenza, ma si imponessero a maggioranza con metodo democratico, dovrebbero essere accolte e riconosciute come legittime ( in applicazione dell'Articolo 21 della Costituzione Italiana stessa). A danno del sistema, perché un regime antidemocratico non concederà al precedente regime democratico lo stesso diritto a esistere. Piero Calamandrei ha affermato che «nei regimi dove manca una legalità da difendere, può avvenire che il giurista "senta il dovere di deporre la toga per prendere le armi"». Ciò che Massimo Fini non vuole ammettere è che i principî di libertà, uguaglianza e fratellanza emersi dalle ceneri della Rivoluzione francese del 1789 non sono e non possono essere "universali". E nemmeno possono essere considerati ideali cui tendere come possibilità teorica, perché in realtà sono una impossibilità logica. Portati alle loro estreme conseguenze, tali principî mostrano il loro limite e la loro radicale illusorietà. La stessa di cui si alimentano i populismi emergenti, i quali pretendono di vedere realizzate per tutti promesse a priori impossibili da mantenere. E chi diffonde consapevolmente tali illusioni è responsabile del disordine politico attuale più di chi a tali illusioni ingenuamente crede.
Giorgio Sirtori
Non vedo che differenza ci sia fra un sistema democratico che impedisce il diffondersi di idee antidemocratiche (vedi la proposta Boldrini tipicamente ‘fascista’) e un sistema totalitario che impedisce il diffondersi di idee democratiche. Come scrive Flaubert ne L’educazione sentimentale nessun sistema di governo, democratico, totalitario, di diritto divino è legittimo perché si basa su una petizione di principio: l’autoconvinzione di essere l’unico legittimo. Tutti questi sistemi di governo, e altri che si potrebbero citare, non sono, come scrive Flaubert, che finzioni. Nessuna legalità è veramente tale. Faccio notare che la Democrazia nasce da una Rivoluzione violenta, quella francese, in seguito Napoleone si incaricherà di portare la ‘buona novella’ in Europa sulla punta delle baionette. Non vedo perché non possa avvenire il contrario. A meno che non si creda, come è insito in ogni storicismo, che la democrazia sia destinata a essere eterna e sanzioni quindi la fine della Storia.
Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano, 20 febbraio 2018