Capita spesso quando passeggio che uno straniero mi chieda l’indicazione di una via. Io naturalmente gliela do, ma stupisco: come mai viene a chiederlo a un vecchio talpone, smarrito, come me? Il fatto è che sono l’unico nei dintorni ad avere le orecchie libere, gli altri le hanno occupate dagli smartphone oppure sono impegnati col tablet. Se voi andate nei locali trendy di Corso Como, a Milano, vedrete che ai tavolini ci sono soprattutto coppie, ma quasi non si parlano impegnati in telefonate che possono venire da tutto il mondo ma anche da qualche tavolo accanto. Anche a me sono capitate queste esperienze. Una volta avevo invitato a cena una mia amica, donna educatissima, che ci tiene molto a far fare la cacca ai cani nel posto loro riservato (perché queste bestie, così simili all’uomo per sottomissione, soccombismo, parassitismo hanno anche la pretesa di farla, robb de matt). Bene, per le due ore che durò la cena lei stette allo smartphone, anche in vocale per cui non capivo se parlava con me o con altri. Evidentemente non le interessavo granché, ma stando così le cose avrebbe potuto farmi risparmiare i 200 euri della cena.
Capitava alle volte in treno di avere la fortuna di trovarsi davanti una bella donna con le gambe accavallate e la gonna appena sopra il ginocchio. Si chiacchierava e le si faceva un po’ il filo, anche se nel caso particolare che ho in mente non ebbi il coraggio di scendere alla stessa stazione (“Alla compagna di viaggio…E magari sei l’unico a capirla e la fai scendere senza seguirla…A quella conosciuta appena non c’era tempo e valeva la pena di perderci un secolo in più” Le passanti, De André, 1974). In treno potevano nascere flirt e chissà amori. Adesso lei non ti guarda neanche, attaccata allo smartphone, non sarà mica il caso di parlare con una persona in carne ed ossa? Con gli altri viaggiatori non è nemmeno il caso di attaccar bottone, stanno facendo la stessa cosa, per lo più impegnati in affari.
L’avvento del digitale ha cambiato profondamente, in fondo in pochissimi anni, le nostre vite, la socialità. I vecchi sono rimasti tagliati fuori. Ma la cosa nell’immediato futuro riguarda anche i giovani. Perché il mondo digitale cambia a una velocità supersonica. Negli Stati Uniti una persona di quarant’anni è già obsoleta.
Che cosa ne sarà di queste generazioni che non leggono e non scrivono a mano? Il contatto con la carta e la calligrafia sono fondamentali sia per chi scrive che per chi legge. Una cosa è leggere una mail, fredda per definizione, una cosa è leggere un manoscritto da cui puoi anche intuire la personalità di chi scrive (non a caso esiste una scienza che si chiama ‘grafologia’). Le università della California e di Ulma e di tante altre importanti città sono tutte giunte alla medesima conclusione: “scrivere a mano e leggere su carta sono pratiche insostituibili”. Bene ha fatto il ministro dell’Istruzione Valditara a riportare il diario a scuola e a proibire l’uso dei cellulari in classe, anche se usati a scopo didattico.
Secondo recenti studi “i disturbi dell’apprendimento degli studenti sono aumentati del 357 per cento e i casi di disgrafia del 163 per cento” dal Corriere della Sera (26.08). Inoltre l’Organizzazione mondiale della sanità, l’Unesco, le Nazioni unite, la Commissione europea e anche la commissione Istruzione del Senato italiano hanno individuato nell’abuso degli smartphone la principale causa del crollo verticale delle capacità mentali dei giovani e della crescita esponenziale dei loro disturbi di ordine psicologico come depressione, ansia, aggressività, squilibri alimentari e tendenze suicidarie.
Bisognerebbe mettere mano senza por tempo in mezzo a questa gigantesca questione che finisce per destituire l’umano della sua umanità. Ma ci credo poco. Questa corsa veloce, sempre più veloce verso il Futuro, tempo che fra non molto diventerà inesistente, col pretesto di semplificarci la vita ce la sta rendendo insopportabile. E tutte le roboanti dichiarazioni di cui abbiamo cercato di dar conto son solo retorica.
18 Settembre 2024, Il Fatto Quotidiano
In Gran Bretagna c’è una proposta di legge per vietare il fumo anche in ambienti all’aperto, in questo modo verrebbe anche stroncata un’usanza molto cara agli inglesi: una pinta di birra accompagnata dalla sigaretta alla fine di una giornata di lavoro. Gli “schiavi salariati” non sono più tali solo in azienda ma anche fuori.
A Milano ci aveva già provato il sindaco Sala: era proibito fumare nei parchi se c’era una donna incinta. Insomma avresti dovuto andare a tastare il ventre di tutte le donne per assicurarti che non fossero in fase di gravidanza. Ottima occasione di approccio anche se poi, per fortuna o per sfortuna, dipende dai punti di vista, non se ne fece niente.
Ci sono provvedimenti contro il gioco d’azzardo, contro l’alcool (a Cuneo l’amministrazione Pd ha vietato, in alcune zone della città, il consumo di alcool per tutta la giornata, forse era meglio che il Pd restasse il Pci che in queste cose era meno talebano). Siamo vicini, per ora solo come “moral suasion”, al raccomandare un’attività sessuale contenuta, perché poi se a qualcuno vengono disturbi cardiocircolatori il peso delle cure ricade sulla società (sempreché riesca a raggiungere le strutture pubbliche e non sia costretto a ricorrere alla sanità privata, ovviamente molto più costosa).
Tutti questi divieti sono controproducenti. Perché non c’è nulla che attiri di più di ciò che è vietato. Quando negli anni Settanta, dominati dal movimento studentesco, scopare da proibito, come era stato fino allora, divenne obbligatorio, ne passò la voglia.
Questi divieti oltre che a incidere sulla libertà delle persone rilevano anche su quella di informazione. Se si è in tempo di guerra è proibito pubblicare informazioni che potrebbero essere utili al nemico. Ma noi, Italia, attualmente, al meno dal punto di vista formale, non siamo in guerra con nessuno. Stiamo applicando una censura di guerra in tempo di pace.
Quello del giornalista è un mestiere delicato perché noi andiamo a ficcare il naso nei fatti altrui, anche i più intimi (Sangiuliano e Maria Rosaria Boccia docent). La questione acquista una particolare rilevanza quando c’è un procedimento penale in corso. Si pubblicano atti istruttori, con le relative notizie sull’indagato, prima ancora che costui sia rinviato a giudizio. Nella delicata fase istruttoria, cioè delle prime indagini dove gli inquirenti ovviamente navigano ancora nel buio, possono essere coinvolte persone che risulteranno poi estranee all’inchiesta. Ma il tritacarne massmediatico ne fa ugualmente strame. Il codice di Alfredo Rocco aveva trovato il sistema per un ragionevole equilibrio fra la necessità delle indagini e il diritto, ma preferirei chiamarlo interesse, della popolazione a essere informata e il diritto, ma preferirei dire l’interesse, dei giornalisti a informare: l’istruttoria è segreta, il dibattimento è pubblico (nei regimi totalitari anche il dibattimento è segreto). Cioè, attraverso il vaglio del GIP, arrivano al dibattimento solo gli elementi che possono essere utili e necessari al processo.
Devo dire che c’è una degenerazione anche fra i magistrati. Un tempo il magistrato parlava solo “per atti e documenti”, non rilasciava interviste e anche nella vita privata doveva stare attento a chi frequentava. E questo modo di vivere la vita del magistrato è durato a lungo, fino a tempi relativamente recenti. Io ho avuto un buon rapporto, amichevole, con Emilio Alessandrini il magistrato che sarà poi assassinato dalle Brigate rosse. Ma mai Alessandrini mi parlò non dico delle istruttorie che aveva per le mani, ma nemmeno, e tantomeno, delle istruttorie di cui si occupavano i suoi colleghi. Adesso al cronista basta andare a leggere gli atti istruttori, che essendo, da regola e giustamente, in mano ai difensori, per sapere quello che un tempo costava la fatica della ricerca.
Quella del magistrato, come del medico, come di ogni soggetto che abbia incarichi istituzionali, non è una professione come tutte le altre. Se andate a rivedere i giornali dell’epoca di Mani Pulite, né Francesco Borrelli né Antonio Di Pietro né gli altri rilasciarono interviste. Poi, travolti dalla popolarità, cominciarono a farlo sia pur col contagocce. Personalizzare le inchieste è estremamente pericoloso, perché il magistrato, soprattutto il Pubblico ministero, può anche essere integerrimo e avere agito secondo, come si dice, “scienza e coscienza”, ma avrà pur sempre una moglie, una compagna, degli amici e, attraverso costoro, essere attaccato. Durante le inchieste di Mani Pulite non nominai mai né Borrelli né Di Pietro, rendendomi conto del rischio della personalizzazione delle inchieste. Parlavo solo dell‘”Ufficio del Pubblico ministero”, come recita il nostro Codice. Nella lascivia laudatoria in cui furono coinvolti i magistrati del Pool di Milano, almeno nella prima fase, (ma ci vollero appena due anni perché tutto si capovolgesse e i magistrati diventassero i veri colpevoli e i ladri le vittime, spesso giudici dei loro giudici, tra l’altro Berlusconi affermò, in terra di Spagna, che in Italia era in atto una guerra civile fra politica e Magistratura) Paolo Mieli totalmente immerso in questa lascivia pubblicò – poi cambierà opportunisticamente sponda – un editoriale sul Corriere della Sera intitolato “dieci domande a Tonino” come se ci avesse mangiato insieme a Montenero di Bisaccia.
Insomma, io credo che noi giornalisti dovremmo andare con mano più leggera quando pubblichiamo atti delle istruttorie.
“Vietato vietare” è un brocardo giusto e su questo abbiamo speso tutta la prima parte di questo articolo. Ma ci sono casi, in particolare nel sistema giudiziario, dove il divieto è più giusto, utile e opportuno, del contrario.
13 Settembre 2024, Il Fatto Quotidiano
Il film Babygirl della regista olandese Halina Reijn, protagonista Nicole Kidman, è molto importante perché scava a fondo nel fenomeno del sadomasochismo nei nostri pensieri e nei nostri atteggiamenti più intimi, tema questo su cui si preferisce in genere sorvolare, tanto è scabroso, lasciandolo ai vignettisti, Manara e Crepax docent. Cioè il sadomasochismo resta, in qualche modo, virtuale.
Una premessa è d’obbligo. Il sadomasochismo, non solo quello sessuale, è la spina dorsale della nostra società. In qualsiasi ambito, di lavoro, domestico o familiare, c’è uno che domina e un altro o altri che ne vengono dominati esemplare in questo senso è il film di Losey, Il Servo (1963) dove il domestico, uno straordinario Dirk Bogarde, finisce per dominare il giovane e nobile padrone James Fox che finirà alcolizzato, inerme e a nulla varrà la reazione della fidanzata di Fox che, con una pesante collana sfregia il viso di Bogarde. Molti anni dopo il regista William Friedkin, con Cruising, cercherà di scimmiottare Il Servo. Ma è un film che non ha nessuna sottigliezza psicologica, nonostante gli sforzi di Al Pacino, perché il sadismo è agito a colpi di frusta. Ora nel sadismo sessuale, che io chiamerei però erotico, perché è tutta una questione mentale, il sadico non vuole infliggere sofferenze fisiche alla vittima, vuole umiliarla e renderla ridicola. Umiliazione e ridicolo sono il centro di questo sadismo erotico. E infatti in una scena di Babygirl lei, completamente nuda, è in ginocchio poi è costretta a camminare a quattro zampe a pulire i cocci per terra e infine a mettersi in piedi contro la parete, così si trova nella posizione assolutamente svantaggiata: non può vedere mentre viene vista.
Nella realtà della vita è lei la masochista, cioè la masochista è donna e tanto appare più vitale nella vita algida, altera, convinta della propria femminilità, una a cui in strada non oseresti fare nemmeno il più innocente degli apprezzamenti, tanto più è masochista. Non a caso nel film la protagonista è una manager affermata. Le richieste più masochiste me le sono sentite fare dalle femministe.
Alla donna non piace sottomettere l’uomo ma esserne sottomessa. Inoltre, alla fin della fiera, c’è uno che penetra e una che viene penetrata (lasciamo perdere qui Lgbtq+ che renderebbe il discorso troppo farraginoso e complesso). Una mattina ero in aereo con una mia bellissima amica appartenente all’alta società milanese e romana. Aveva da poco letto il mio “Di[zion]ario Erotico”. Disse “è sempre la solita storia: c’è uno che sottomette e un altro che viene sottomesso”. “E a te cosa piace, sottomettere o essere sottomessa?” “Sottomessa” disse senza esitazione. “Sottomettere un uomo, brr, che orrore”. Contro l’oblò la vedevo molto bene in viso aveva le labbra socchiuse e umide si capiva benissimo che pensava al momento in cui sarebbe stata sottomessa. Purtroppo non riuscii ad approfittarne, al momento del dunque mi manca sempre qualcosa.
La differenza fondamentale fra l’uomo e la donna non è che lui ha il pisello e lei no, ma che lui è voyeur e lei esibizionista. Una complementarietà perfetta. In questo gioco non gioco molto conta l’esibizionismo di lei. Alla donna non interessa il corpo del maschio a meno che il pene non sia in erezione per valutarne la virilità (lo strip-tease maschile introdotto molti anni fa anche in Italia non ha avuto alcun successo). E’ esibire il proprio corpo ciò che la eccita. Bisogna pur ammettere, sia pur controvoglia, che non c’è nulla di più bello di un armonioso corpo femminile nudo, ma basta che apra le gambe e tutto si inlaida. Ma alle donne piace essere viste anche nelle posizioni più oscene, degradanti, umilianti.
Importanti in questo gioco non gioco sono i vestiti. E’ eccitante vedere quegli abiti eleganti indossati la mattina con tracotante sicurezza caduti in modo inglorioso, sparsi sul pavimento. Ma fondamentali, direi, più del corpo di lei, sono le sue mutandine sul cui fondo puoi valutare le emozioni che ha provato durante la giornata. E’ come se andassi oltre la superficie del suo corpo, è come se entrassi nel suo “dentro”. “Non possiede la sua donna chi non conosce il fondo delle sue mutandine” (Di[zion]ario Erotico, p. 105, 2000, Marsilio).
Una delle più gravi, e forse la più importante conseguenze della ‘atra senectus’ è che tu puoi farti con la mente i più eccitanti racconti, degradandola fino all’inverosimile, umiliandola, mettendola nelle posizioni più oscene e soprattutto ridicole, ma il corpo non ti sostiene più. Non ti resta che la masturbazione. C’è una notevole differenza tra la masturbazione maschile e quella femminile. La masturbazione maschile è furiosa quasi che “corrompendosi in terra”, come dice la Bibbia, sprecasse la possibilità della fecondazione. La masturbazione di lei è lenta, graduale quasi pacata. Perché il maschio non ama il suo corpo, la donna sì anche quando sta pensando di degradarlo nel modo più ridicolo e osceno.
10 Settembre 2024, Massimo Fini