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E’ di moda di questi tempi che quando c’è qualcuno che insidia il Potere in una dittatura in un’autocrazia ma anche in una democrazia si cerchi di fermarlo aggrappandosi a ogni sorta di cavillo giuridico che ne nega la legittimità e quindi autorizza di conseguenza contro costui e i suoi sostenitori la violenza. E’ successo in Romania dove Calin Georgescu, filorusso, sulla via di una sua probabile elezione a presidente è stato stoppato con l’accusa di aver utilizzato per la sua propaganda elettorale TikTok e quindi andando poi a vedere come si era procurato i mezzi per utilizzare TikTok. Ci sono state manifestazioni di massa a favore di Georgescu ma inutilmente. Succede in Ucraina dove Zelensky la cui popolarità è in netto calo per aver perso la guerra con la Russia si rifiuta di indire elezioni col pretesto che il Paese è in guerra, ma in Gran Bretagna Winston Churchill fu eletto Primo ministro nel pieno di una guerra ben più importante e devastante di quella russo-ucraina. E’ successo, in un certo senso, anche negli Stati Uniti dove Donald Trump è stato messo sotto inchiesta dalla Magistratura per aver pagato una showgirl e non aver preso le distanze da coloro che avevano assaltato Capitol Hill. Ma The Donald, è stato protetto dalla sua stessa elezione a Presidente per cui si è procurato un’immunità di fatto.

Succede in queste settimane nella Turchia del tagliagole Recep Tayyip Ergogan, che da quando è al potere ha messo in soffitta la Turchia laica di Atatürk. Ma in questo caso c’è qualche possibilità che il tiranno possa saltare perché l’ha combinata troppo grossa. Dico “qualche” possibilità, cioè una ridotta possibilità, perché la Turchia è membro della Nato e in Turchia a Incirlik c’è la più grande base aerea yankee. E quando ci sono di mezzo gli americani si sa come va a finire, quasi sempre, anche se non sempre perché in Afghanistan, dopo vent’anni di occupazione, gli yankee sono stati cacciati a pedate nel culo. Ma questa volta Erdogan l’ha fatta troppo grossa tanto da meritarsi, udite udite, una reprimenda della Ue: “Gli arresti del sindaco Imamoglu e di oltre 300 manifestanti sollevano seri interrogativi sul rispetto, da parte della Turchia, della sua consolidata tradizione democratica”. A parte quella “consolidata tradizione democratica”, che fa venire in mente il ridere perché la Turchia non è democratica dalla fine dei tempi di Atatürk, quasi un secolo fa. Ma Erdogan questa volta l’ha fatta troppo grossa. Ha arrestato per “corruzione e finanziamento al terrorismo” Ekrem Imamoglu che non è l’ultimo della pista visto che è stato eletto per due volte sindaco di Istanbul, una città di più di quindici milioni di abitanti. E dalla parte di Imamoglu stanno anche passando molti elettori dell’Akp, il partito di Erdogan che sorvolato l’acronimo vuol dire beffardamente “Partito della giustizia e dello sviluppo”. Particolarmente proterva è l’accusa a Imamoglu di “essere un finanziatore del terrorismo”. Ora proprio un mese fa il leader del Pkk, il partito indipendentista, di ispirazione laica e marxista, Öcalan, tuttora detenuto nelle prigioni turche, ha dichiarato la “smilitarizzazione” del suo movimento e quindi di conseguenza la rinuncia alla lotta armata. Anche se la questione resta incerta perché il Pkk è legato come dice il suo stesso nome, Partito dei lavoratori del Kurdistan, ai curdi, cioè i soli che avrebbero diritto a governare in quel territorio che non per nulla si chiama Kurdistan. Ma i curdi, anche per le loro divisioni interne, sono fragili e comunque come ha scritto sul New York Times il giornalista William Safire: “Svendere i curdi è una specialità del dipartimento di Stato americano”. Lo si è visto anche di recente quando furono determinanti, perché sul terreno sono fra i combattenti migliori del mondo, insieme all’aviazione americana, nello smantellamento del Califfato di al-Baghdadi (2019). Invece di ringraziarli, in Iraq, dove vive una consistente minoranza curda, furono ulteriormente oppressi dall’Iraq allora governato da un fantoccio americano, anche se di estrazione curda. Inoltre i curdi non hanno santi in paradiso, non sono ebrei, non sono cristiani sono sì islamici ma di un islamismo che si è sovrapposto e imposto su una cultura “tradizionale”, come è avvenuto in Afghanistan. E comunque si è mai sentita levarsi una voce nel mondo, Papa compreso, a favore dei curdi? (“Chi si ricorda dei poveri curdi?”, 2010).

Una divagazione a parte, se così si può dire, merita la storia di Abdullah Öcalan, il leader del Pkk. Dopo varie traversie, che lo spazio non ci consente di riassumere qui, Öcalan si era rifugiato in Italia. Presidente del Consiglio era Massimo D’Alema che si rifiutò di concedergli l’asilo politico e con l’appoggio degli americani e degli israeliani, che non mancano mai, questi ultimi, nelle operazioni più turpi, fu rispedito nel 1999 nelle prigioni turche. Che cosa siano le prigioni turche, e non credo proprio che la situazione sia migliorata con Erdogan, ce lo racconta benissimo il film Fuga di mezzanotte del 1978 per la regia di Alan Parker. Billy, un americano accusato di traffico di stupefacenti, passa anni nella prigione di Sağmalcılar dove ne succedono di ogni sorta, in un crescendo di violenza, fra guardie, kapò, chi tenta di fuggire e spie. Dopo un tempo di prigionia che sembra infinito, Billy può finalmente ricevere la sua fidanzata Susan. Ma al di là di un vetro di pesante cristallo. E allora lei, scostandosi la camicetta, gli mostra il bel seno nudo. Un’immagine commovente. Perché se è vero che la forza muove il mondo e non i sentimenti, sono i sentimenti, anche nei frangenti tragici, anzi proprio in questi, che danno un senso alla nostra vita.

 

26 marzo 2025, il Fatto Quotidiano

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C’è allarme per l’aumento del gioco d’azzardo determinato soprattutto dalla possibilità che oggi si può giocare online senza dover andare in sala corse o al Casinò o all’ippodromo. Oltre a ragioni fiscali che qui non ci interessano perché è presupposto che gli allibratori paghino le tasse come tutti gli altri, l’allarme è determinato dal fatto che il giocatore può diventare ludopatico cioè diventare un addicted del gioco. La ludopatia è una malattia molto moderna mai riconosciuta come tale fino a tantissimi anni fa. Le grandi organizzazioni dell’azzardo online per lavarsi la coscienza ed evitare ulteriori strette governative sul gioco ammoniscono di “giocare responsabile”. E’ un ossimoro perché l’azzardo è di per sé irresponsabile altrimenti non si chiamerebbe azzardo. Premetto che, secondo me, ciascuno è libero di rovinarsi la vita come più gli piace e non per nulla il Codice Penale non punisce l’ultima tappa di questa autodistruzione, il suicidio. 

Per capire il giocatore d’azzardo bisogna cercare di entrare nella sua psicologia. Anche se il gioco d’azzardo prevede l’impiego di soldi (altrimenti si trasforma in un gioco privo d’attrattive e per niente divertente, tipo burraco che lasciamo volentieri alle signore di una certa età) non vi si gioca per soldi, per guadagnare dei quattrini dato che il giocatore è necessariamente un perdente contro il banco il quale trattiene per sé circa il 60 per cento della vincita. 

Il poker, intendo il poker normale a cinque carte e non il texas hold ’em che abbiamo ereditato dagli Stati Uniti, è il meno d’azzardo dei giochi d’azzardo, perché vi contano la perfetta conoscenza delle regole e della tecnica del gioco, la psicologia, in un tavolo nuovo devi capire il più rapidamente possibile quella dell’avversario, quella cosa misteriosa che si chiama ‘presenza al tavolo’, misteriosa come il carisma per cui l’avversario ti deve temere sempre anche se non hai niente in mano, ed è quindi uno scontro di personalità, aggiungo anche che il vero giocatore deve giocare allo stesso modo, senza che sul suo viso, imperturbabile, appaia emozione alcuna, sia che la puglia sia di diecimila euro o di un milione (ho visto bravissimi giocatori, alcuni dei quali mi hanno insegnato il poker, perdere tutta la loro abilità man mano che si alzava la posta). In tutti i restanti giochi, roulette, chemin, blackjack, tutto è affidato al caso o a un fumosissimo calcolo delle probabilità, è chiaro che se alla roulette è uscito 18 volte il rosso alla diciannovesima la pallina volerà sul nero. 

Nel poker non hai mai un punto sicuramente vincente: la scala reale massima viene battuta dalla minima. C’è solo un caso, ma è di scuola, in cui esiste questa sicurezza: tu hai due dieci in mano, con gli scarti ti entrano altri due dieci e, poniamo, un asso mentre tu hai scartato un re, una regina, un fante e quindi tutte le Scale reali sono tagliate fuori non esistendo, a differenza del texas, la possibilità di un poker di cinque. 

Il vero giocatore, e questo apparirà ancora più curioso, non vuole vincere ma, almeno inconsciamente, perdere. Poiché questo gli movimenta la vita. Quante volte ho visto il mio ‘compagno di merende’ di allora, che chiamerò prudentemente DB, uscire dal casinò di Campione, passare deluso, perché aveva vinto, sotto quell’arco che sembra dire, quando lo si imbocca all’inizio della serata, “lasciate ogni speranza o voi che entrate”.

Comunque poiché gioca col denaro ma non per il denaro, ogni occasione sarà buona per sperperare subito quanto ha vinto. In altri giochi, alle corse dei cavalli, gli “stramaledetti quadrupedi”, e persino alla pelota. C’è poi una legge ‘gravitazionale’, per dirla con Battiato, per cui tu la prima volta che entri in un Casinò vinci e questo ti incoraggerà a giocare ancora e sarà la tua perdizione. Ho già raccontato la storia di “monsieur douze”, giocava solo sul 12 e vicini, che entrato la prima volta, titubante, al casinò di Campione vinse una cifra strabiliante e in seguito perderà tutto, non solo quello che aveva vinto, ma la casa, la famiglia, le figlie, tutto.

Il vero problema del gioco d’azzardo online non è che possa indurre alla ludopatia ma che rompe la comunità. Prima per poter giocare dovevi andare in Sala corse, per fare la schedina del Totocalcio dovevi andare al bar oppure per giochi più popolari, come i dadi, scendere in strada. Oggi stai a casa e giochi online. In un certo senso è la stessa storia del cinema e di Netflix dove puoi vedere tutti i film che vuoi restando a casa. E’ la storia del biliardo sostituito dalle slot. Ma sono fatti del tutto diversi, una cosa è giocare al biliardo con altri giocatori, altra è appiattirsi sulle slot che hanno sbaragliato il biliardo perché occupano meno spazio e rendono di più, una cosa è entrare in un cinema insieme ad altri spettatori di cui puoi sentire i commenti e poi magari continuare la chiacchiera fuori altra è farsi una solipsistica sega. E tutto questo ha a che fare con qualcosa di più grande, di più grave e di più serio: la solitudine dell’uomo moderno. 

 

23 marzo 2025, il Fatto Quotidiano

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Quatta quatta, ma in realtà non tanto quatta, la Cina sta conquistando il mondo. Non fa, a differenza del cosiddetto Occidente, guerre inutili, la conquista avviene attraverso la conoscenza, la ricerca, l’innovazione in particolare nel campo di quella tecnologia digitale che oggi sembra governare il mondo. Innumerevoli sono le start-up cinesi, guidate da ragazzi che hanno studiato in università cinesi, che sono in grado oggi di sfidare i giganti della Tecno americani: Liang Wenfeng fondatore di Deepseek in primissima posizione nel mondo dell’intelligenza artificiale, Wang Xingxing fondatore di Unitree Robotics “diventata un fenomeno dopo che i suoi robot umanoidi hanno debuttato ballando musica folk” (copyright Danilo Taino) Zhang Yiming di ByteDance, la società proprietaria di TikTok, così potente che in Romania per delegittimare il candidato indipendente e filorusso Calin Georgescu lo hanno accusato di utilizzare TikTok (bell’esercizio di democrazia, direi) e ancor più perché sono milioni i ragazzini e le ragazzine che si esercitano su TikTok nella speranza di diventare degli influencer. C’è poi Wang Tao, fondatore di Dji, il maggior produttore mondiale di droni.

Cosa dovrebbe fare l’Europa nei confronti della Cina? Sottomettersi come ha fatto dalla fine della Seconda guerra mondiale agli americani? Certamente no, anche se la Cina ha una cultura antichissima e troppo fine per produrre sguaiataggini alla Donald Trump. Dovrebbe cercare di avere buoni rapporti commerciali con questo colosso economico, e non solo economico, come aveva tentato di fare a suo tempo, nel 2019, l’allora ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, l’oggi disprezzatissimo Di Maio che sarà partito anche come “bibitaro” ma un certo intuito politico ce l’aveva. Ma naturalmente gli yankee, avvertendo il pericolo, bloccarono tutto. E noi, come sempre, ci sottomettemmo.

Non so come si viva oggi in Cina non lo so come non lo sa nessuno perché la censura è ferrea molto più di quella che c’era in Russia ai tempi dell’Unione Sovietica. Sia detto di passata: il tempo di maggior liberalità in Russia è stato quello degli Zar e quindi quando si accusa Putin di essere uno Zar gli si fa un favore, solo dieci degli insorti comunisti o filo-comunisti furono fucilati, purtroppo fra questi c’era anche il fratello di Lenin, a volte si faceva solo finta di fucilarli come accadde a Dostoevskij, Memorie del sottosuolo che era uno scherzo direi da preti ma ti lasciava in vita. Del resto Dostoevskij che era un panrusso integrale poteva capire bene la sottigliezza, chiamiamola così, di quell’ingranaggio. Ma anche i terroristi filo-comunisti erano di un’altra pasta, è nota la storia di quel terrorista che al passaggio della carrozza degli Zar avrebbe dovuto gettarsi con una bomba fra le gambe dei cavalli, ma vi rinunciò quando si accorse che sulla carrozza c’erano anche i figli dello Zar e della Zarina. Camus li ha chiamati i “terroristi gentili”. Comunque altri Zar, altri terroristi, altri tempi.

Quindi non ci sono reportage dalla Cina, bisogna risalire a quello, bellissimo, di Vittorio Feltri che risale però al 1989. 

Non conosco quindi i cinesi di Cina ma conosco quelli che si sono trasferiti in Italia, in particolare a Milano, da tempi quasi pleistocenici in zona Sempione, non per nulla chiamata Chinatown, che trafficavano in pelletteria. Conosco quindi i cinesi che vivono da decenni o anche da tempi recenti a Milano. Bene. A Milano c’è un’assurda norma che impone ai ristoranti di chiudere alle due di notte, fa eccezione Le Capannelle non a caso vicino a San Vittore che di questo decreto comunale si fa un baffo e lì si raccolgono gli inquieti della notte, quel che resta della mala milanese, quel che resta delle puttane da strada, un mélange che i gestori riescono a controllare con molto tatto, così com’era quando esistevano ancora le bancarelle notturne davanti alle quali si raggruppava lo stesso tipo di clientela. Se voi andate in un ristorante gestito da italiani poco prima delle due vi dicono che stanno chiudendo, se è tenuto da cinesi ne calano giù dieci pronti a servirvi. Del resto se voi andate a New York nelle strade del centro non vedete un solo cinese, poi voltate un angolo, sembra un formicaio impazzito. Ad Harlem, quartiere storico dei neri, li vedete immobili, a gruppi all’angolo di una strada. Non c’è violenza ma la sensazione della violenza. Ho girato per Harlem per un’intera giornata e ho visto solo due poliziotti bianchi, di origine, mi parve, scozzese. Non trovavo un taxi. Quando finalmente ne acchiappai uno il tassista mi disse se ero pazzo. Molto meglio il Bronx dove la violenza c’è realmente ma dà almeno vitalità al quartiere. Vi andai una volta e chi mi accompagnava e guidava la macchina, il corrispondente dell’Europeo, ebbe l’imprudenza di fermarsi di botto e in modo ostentato. Scesi dalla macchina e già in tre o quattro mi erano addosso. Gli feci fare un largo giro e rientrai nel Bronx cercando di mimetizzarmi.

Ah la vecchia e cara indolenza dei neri, che va bene quando stanno in Africa, non in una grande città.

E adesso dico una cosa che va in senso esattamente contrario a ciò che ho scritto. I cinesi sono diventati capitalisti, capitalismo di Stato, si capisce, ma pur sempre capitalismo. E i giovani imprenditori che abbiamo citato ne danno ampia dimostrazione. Ora all’origine della cultura cinese c’è Lao Tse, Il libro della norma, che predica la non azione, la inazione. Il capitalismo è stato talmente forte da sfondare anche questa cultura bimillenaria.

Nei giorni scorsi a Milano si è data una pièce intitolata Cassandra con una straordinaria interpretazione di Elisabetta Pozzi, e Cassandra, lo dico in estrema sintesi, avverte sui rischi di dimenticare il presente in ragione del futuro: “Io vedo l’uomo tecnologico scendere una ripidissima strada in sella ad una splendente bicicletta senza freni: all’inizio era stato piacevole, per chi aveva pedalato sempre in salita e con immane, penosa fatica, lasciarsi andare all’ebbrezza e alla facilità della discesa, ma ora la velocità continua ad aumentare e si è fatta insostenibile, finché ad una curva finiremo fuori!”. Ad un certo punto Pozzi non in questa versione di Cassandra ma in una di poco precedente, si volta verso il pubblico e dice: “Il futuro è già qui!”. E gli spettatori non si rendono conto che il discorso li riguarda molto da vicino. Come la Cassandra della mitologia greca oggi l’intero mondo, Cina compresa, ed escluse alcune realtà del tutto marginali, come gli indigeni delle Isole Andamàne, quella parte delle Andamàne che non siamo riusciti a ‘civilizzare’, crede in un futuro migliore del presente. Siamo colmi di speranze. Eppure Nietzsche ha scritto: “In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c’era una volta un astro, su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e più menzognero della ‘storia del mondo’: ma tutto ciò durò soltanto un minuto. Dopo pochi respiri della natura, la stella si irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire…Quando tutto ciò sarà nuovamente finito, non sarà avvenuto nulla di notevole” (La filosofia nell’epoca tragica dei Greci, Friedrich Nietzsche).

 

18 marzo 2025, il Fatto Quotidiano