Caro Leonardo Bonanno, anche se non ho una rubrica di posta come Feltri sul Giornale o Cazzullo sul Corriere, rispondo direttamente alla tua lettera pubblicata dal Fatto del 4 gennaio in cui denunci le deplorevoli condizioni in cui sono tenuti i nostri allevamenti.
La cosa più grave, secondo me, non è che mucche, polli, maiali vivano nello sporco e nello sterco, in fondo non sono animali domestici come quel saprofita del cane così simile all’uomo nell’approfittare dell’altrui o del più dignitoso gatto, che tanto piace a Feltri, che al massimo ti può dare una graffiata se gli rompi troppo i coglioni.
La cosa più grave è che questi animali vivono “stabulati”, 24 ore al giorno sotto i riflettori. A causa di questo trattamento sviluppano malattie tipiche dell’uomo, disturbi cardiovascolari, diabete, depressione, nevrosi. La carne che noi mangiamo è quindi di animali malati che, facendo un percorso inverso, trasmettono le loro malattie anche all’uomo.
Perché si “stabulano” gli animali? Perché crescano il più in fretta possibile per essere pronti sulla nostra tavola, a peso d’oro. Mi ha confessato un allevatore che solo un quarto del peso di questi animali è di carne, il resto è acqua. Non si tratta quindi di un problema etico, ma economico. L’uomo è un animale onnivoro, è ovviamente antropocentrico, e a dispetto dei vegetariani e dei vegani, ha diritto di sfamarsi come gli pare (il leone si stupirebbe molto se gli si dicesse che non è etico divorare l’antilope) ma è folle che lo faccia a suo danno.
E qui si innesta un discorso che riguarda tutta l’agricoltura. In Svizzera per tenere gli agricoltori sui campi sono previste cospicue sovvenzioni a loro favore. Così gli animali, le mucche in particolare, circolano liberi e poiché il terreno, montuoso, lo consente, le puoi vedere d’estate all’alpeggio. Una sovvenzione del genere era stata prevista anche in Italia. Ma che cosa hanno fatto i nostri contadini? Al posto delle vecchie cascine, così coerenti col paesaggio, hanno costruito orrende casette in cemento e anche in vetrocemento e hanno abbandonato i campi. In sintesi: hanno preso le sovvenzioni ma non hanno rispettato la legge per cui erano state istituite.
Noi non possiamo essere svizzeri né tantomeno la Svizzera, anzi la disprezziamo perché obiettivamente è molto noiosa, c’è un imbarazzante mancanza di polvere in Svizzera, alle cinque del pomeriggio a Lugano non c’è in giro nessuno, che cosa facciano gli svizzeri di sera è un mistero. Fatto sta che quando abitavo part-time da quelle parti la sera mi rifugiavo in un bar di serbi perché lì qualcosa, almeno una rissa, sarebbe successo. Ma qualche insegnamento dalla Svizzera, non solo nel campo dell’agricoltura, dovremmo pur prenderlo.
La Svizzera è un Paese colto che ha quattro Reti tv, quella della svizzera ticinese, quella della svizzera francese, quella della svizzera tedesca e quella della svizzera romanza. Nelle librerie di Lugano puoi trovare testi in italiano, in inglese, in tedesco spesso irreperibili in Italia. I migliori reportage dopo l’11 Settembre in cui tutto l’Occidente lacrimava accusando n’importe quoi del misfatto a cominciare dai Talebani, che non c’entravano niente, li ho visti fare dalle reti svizzere.
La Svizzera, in linea di massima, è un Paese interclassista che ha sempre accolto i déraciné di tutto il mondo, a cominciare dagli anarchici (“Addio Lugano bella gli anarchici van via”), di qui sono passati Trotkzij e Lenin. Naturalmente oggi ci vanno anche gli italiani, e non solo gli italiani, che non vogliono pagare le esorbitanti tasse esistenti nei loro Paesi. Ma siccome in Svizzera le leggi sono leggi, in genere si preferiscono le Cayman o qualche altro paradiso fiscale.
Tristan Tzara ha dato un potente supporto al surrealismo cercando di combinarlo, fra gli anni Trenta e Quaranta, col comunismo, impresa però fallita.
La Svizzera è pacifista e neutrale. Ma non è imbelle. Ogni mese si fanno esercitazioni adattando gli scantinati a bunker, in previsione del peggio, cioè di una guerra nucleare (“Il formidabile esercito svizzero”, Langendorf).
La Svizzera è un Paese ordinato. Se, poniamo, a Lugano cambiano un senso unico, ti avvisano una settimana prima dandoti anche i percorsi alternativi. Naturalmente tutto ciò vale finché gli svizzeri vivono in Svizzera, come passano il confine diventano immediatamente italiani. Avevo una fidanzata italiana che lavorava alla radio della Rsi. Finché stava in Svizzera era svizzerissima, ma bastava che passassimo il Tresa, un fiumiciattolo dalla larghezza di non più di duecento metri, perché si mettesse a buttare cartacce dappertutto. E del resto in Italia vediamo spesso schizzare auto con targa svizzera superando tutti i limiti di velocità.
Ma forse io mi illudo, forse tutto il mondo è paese, forse, nel clima della globalizzazione, quella svizzera in cui ho passato uno dei periodi migliori della mia vita, non esiste più.
Ma torniamo al tema dell’allevamento da cui siamo partiti. La mucca è un animale meraviglioso, bruca erba, la trasforma in latte, caga come dio comanda e trasforma quello che ha mangiato in concime. Un ciclo perfetto. Che si è voluto denigrare sostenendo che la mucca, scoreggiando, produce metano.
Ma noi, per le solite e per niente imperscrutabili ragioni economiche, siamo riusciti a nutrire questo animale erbivoro con carne. Ed è nato il fenomeno, che forse anche lei Leonardo ricorderà, della “mucca pazza”. E a volte, sempre più spesso, mi chiedo se a essere pazzi non siano le mucche ma noi umani che ormai non produciamo più per consumare ma consumiamo per poter produrre qualcosa di ben più insidioso delle scorregge della mucca.
25 gennaio 2025, il Fatto Quotidiano
Il cavallo può tornare ad essere un mezzo di trasporto come è stato per secoli, prima della comparsa delle auto? La domanda non sembri peregrina o provocatoria viste le crisi che coinvolgono il settore ferroviario (lasciando perdere le fantasiose congetture su presunti sabotaggi) e quello dell’auto per motivi più solidi, economici, code estenuanti e ingorghi vari.
Un cavallo, non da tiro ovviamente, può percorrere, con un paio di opportune fermate nelle stazioni di posta, più di 150 km al giorno. Non si può nemmeno ricorrere ai purosangue che sarebbero sprecati, anche se oggi di corse non se ne fanno quasi più, ma perché più sensibili, e quindi più fragili di un normale cavallo da passeggio.
Esemplare è la storia di Hadol du Vivier. Nei primi anni Settanta frequentavo il Turf parigino e si parlava molto di questo trottatore Hadol che nella sua età non ancora matura, tre anni (i cavalli vengono mandati in pista a due anni ma raggiungono la pienezza a cinque) aveva vinto 23 corse sulle 24 cui aveva partecipato e quella persa era stata perché era una corsa ad handicap, e l’handicap riguardava proprio Hadol che partiva cinquanta metri dietro gli altri. Il nastro l’aveva colpito proprio sul petto (nelle corse dove non c’è un handicap i cavalli partono dietro le ali della macchina) e Hadol, spaventato, si era messo di galoppo. Il suo storico driver Jean-Renè Gougeon aveva deciso di lasciar perdere e di far fare al cavallo quello che in gergo si chiama un “trottone di salute” ma si accorse, con sorpresa, che Hadol si mangiava non solo l’handicap ma anche quello che aveva perso in partenza. Arriverà secondo.
Formidabile fu la prestazione di Hadol nel Gran Premio d’Europa, a San Siro, riservato ai quattro anni (1977). E qui assistemmo a una scena che al trotto non si vede mai. Partito inizialmente in mezzo al gruppo Hadol aveva progressivamente staccato gli avversari di una ottantina di metri. Perché non si vede mai? Perché nel trotto, come nel ciclismo, chi succhia le ruote fa molta meno fatica.
Hadol du Vivier era una sorta di prototipo di Formula uno: petto ampio del normanno con una struttura, negli arti inferiori, da levriere americano. Allora la rivalità era fra trottatori americani e francesi, i primi prediligevano la velocità, i secondi la tenuta a distanza. Ma facciamocelo raccontare questo straordinario Hadol da Luigi Gianoli, grande scrittore che raccontava soprattutto, oltreché l’ippica, il tennis, nel suo libro Il Trottatore (1978): “Dal trotto d’una facilità e d’una semplicità estrema, rotondo, né troppo radente né troppo rilevato, rotolante come uno che dipani con sicurezza ma senza fretta un gomitolo di lana, Hadol vincendo l’Europa 1977 a San Siro ha spazzato via sei record europei… e senza una goccia di sudore”.
I punti deboli dei cavalli sono la trachea e l’apparato intestinale che è lungo undici metri. Prima del Grand Prix d’Amerique del ‘78 Gougeon aveva commesso una leggerezza imperdonabile. Aveva fatto correre Hadol anche se aveva qualche linea di febbre convinto che la forza del cavallo era tale da superare queste difficoltà. Ora l’Amerique si corre a gennaio a Parigi e Parigi a gennaio è il polo del freddo. Hadol aveva avuto anche dei problemi alla trachea che segneranno il suo destino. Nel gran premio successivo, mi pare il gran premio d’inverno a San Siro, c’era una nebbia fittissima, il clima meno adatto per un cavallo che aveva i problemi di Hadol. Era ugualmente favorito. Ma io, pur sapendo che non poteva vincere, puntai comunque una cifra cospicua su di lui. Arrivò in coda al gruppo staccatissimo e dietro di me sentii una vocetta odiosa che disse: “il favorito è arrivato ultimo”. Da allora Hadol du Vivier non fu più lo stesso. Quando veniva superato dagli avversari, lui che aveva un profilo nobile fiero, da gran signore, si stupiva che quegli avversari da sempre dominati gli passassero davanti. In una “sgambatura” sempre a San Siro che per i cavalli ha lo stesso valore del riscaldamento per i calciatori, sentii la solita voce odiosa che commentava: “le noble déchu”. Sì, il nobile decaduto ma Hadol, e io con lui, si prese una grande rivincita a Enghien: il clima è temperato, l’aria è limpida. Hadol non era più il favorito. Era dato 4 a uno. Nessuno gli credeva più. Puntai su di lui una cifra che ancora oggi considero enorme e Hadol, in dirittura d’arrivo, stampò sul traguardo, di una corta testa il nuovo idolo, di un anno più giovane, Ideal Du Gazeau (in Francia le generazioni vanno in ordine alfabetico) e fu, credo, la sua ultima corsa. Entrato in razza si suiciderà scagliandosi, volontariamente, contro un ramo robusto e affilato. Troppo sensibile, direi troppo umano, non tollerava di essere decaduto.
Allora Il cavallo può tornare ad essere un mezzo di trasporto? C’è il problema di nutrirlo, almeno che non provveda da sé, il cavallo è un erbivoro e comunque la biada costa sempre meno della benzina. C’è il problema di alloggiarlo ma il suo alloggio costerà sempre meno di un garage. Il cavallo non ingombra la strada a differenza delle auto. C’è il problema collaterale che quasi nessuno oggi sa andare a cavallo ed in effetti salire in groppa a un animale alto più di un metro e mezzo, con staffe o, come fanno tuttora i contadini in maremma senza staffe, non è cosa per tutti.
Si ripristinerebbero poi le stazioni di posta, alcune esistono ancora, e sono piazzate prima di uno scollinamento. In questo caso si ricorre a un cavallo di rinforzo il cui nome ora mi sfugge (l’ho preso da Prezzolini che ai suoi tempi montava). Le stazioni di posta che ancora esistono, per esempio nel Casentino, non hanno solo il compito di smistare la corrispondenza, ma sono anche dei “Sali e tabacchi” e sono pure dei piccoli, deliziosi, supermarket perché il viaggiatore se si è lontani da una città deve essere provvisto di tutto. Le consiglio al viaggiatore curioso e solitario come consiglio di vedere una corsa di cavalli davanti al mare. Le criniere al vento, la giovinezza degli animali, la loro grazia, ricordano un po’ le “jeunes fille en fleurs” di cui parla, in una pagina memorabile, Marcel Proust.
23 gennaio 2025, il Fatto Quotidiano
Ha suscitato preoccupazione a Milano l’iniziativa di una fondazione islamica, La Misericordia, di costruire una nuova moschea a Milano in zona San Siro. Lo si ricava da un articolo de il Giornale (14.01). La preoccupazione per una volta non è tanto ideologica (in fondo a Milano gli islamici sono 200 mila e bisogna pur tenerne conto). La vera preoccupazione, come ha osservato il consigliere comunale di Forza Italia De Chirico è che intorno alla moschea nascano altri edifici di tipo speculativo che nulla hanno a che fare con la religione, bensì col business e che peggiorerebbero, dal punto di vista ambientale ed economico, un quartiere “già sotto pressione per il degrado, l’alto numero di alloggi occupati”. A De Chirico sfugge, forse, che quella che per ora è una sua supposizione, a San Siro, intorno allo stadio Meazza, è già da tempo una realtà. Il progetto delle due società calcistiche che operano a Milano, di proprietà straniera, americana, oltre a quello di abbattere il Meazza che a Milano è un’Istituzione, più del Duomo, perché su quegli spalti si sono sedute generazioni di milanesi, è di costruirvi attorno il solito ambaradan di supermarket, hotel di lusso, centri commerciali e la cosa gli riuscirà facilmente perché l’ippica in Italia è in crisi (in Francia un po’ meno) e quindi prendere possesso di quei terreni sarà un gioco da ragazzi. Gianni Barbacetto, sul Fatto, ha dedicato decine di articoli sulle conseguenze della sciagurata operazione che gira intorno allo “stadio Meazza” che fino a non poco tempo fa si chiamava ancora “San Siro”.
La preoccupazione, non di De Chirico, ma di noi milanesi, è di disgregare socialmente ed economicamente una vasta ed importante area del capoluogo lombardo. Ma questo problema è nato molto prima che arrivassero gli speculatori americani o islamici. Nasce col boom economico dei primi anni Sessanta quando si trattò di assorbire l’immigrazione prima dal Veneto e soprattutto dal Sud. L’immigrazione dal Sud non pose problemi. La polemica fra noi “polentoni” e loro “terroni” si riduceva a uno sfottò bonario (diversa era la situazione a Torino non solo per i famigerati letti caldi ma per le freddezza tipica dei torinesi che ha anche qualcosa a che vedere col direttore di questo giornale). In fondo era gente che veniva qui con una gran voglia, oltreché necessità, di lavorare e i milanesi, imprenditori o lavoratori, hanno avuto sempre un grande rispetto nei confronti di chi lavoratore o imprenditore “rusca”. Mi ricordo di aver avuto un buon rapporto con Fioravante Stell che era stato sindacalista alla Borletti. Socialista, aveva combattuto tutte la battaglie sindacali in Borletti non scontando nulla ai padroni ma parlava con grande rispetto dei Borletti perché “ruscavano”. Erano i primi ad entrare in azienda e gli ultimi a uscirne e questo mi riporta a un altro episodio che riguarda i Rizzoli. Un venerdì di primo pomeriggio Angelo Rizzoli junior si presenta nell’ufficio di Angelo Rizzoli senior, il fondatore di quell’azienda editoriale e gli dice: “Cumenda – lo chiamavano così anche in famiglia – è venerdì e fra poco ci sarà il solito arrembaggio dei milanesi verso i laghi, io vorrei evitare le code e uscire adesso”. Risposta del Cumenda: “Se tu pensi di poter uscire due ore prima degli altri, puoi anche non ripresentarti lunedì”. Questo era il clima in cui venivano educati i giovani rampolli della borghesia imprenditoriale.
Quando facevo l’università, siamo quindi verso la fine degli anni Sessanta, abitavo in un edificio alla fine di via Novara, periferia ovest di Milano. C’erano ancora gli “orti di guerra” perché la città era ancora integrata alla campagna. Anche parecchi anni dopo quando vivevo in una zona più centrale veniva un contadino che mia madre chiamava “l’uomo delle uova” perché ci portava appunto i frutti della campagna circostante.
Oggi si fa una grande questione sugli involucri dei cibi che sono diventati più importanti del contenuto. Per motivi ecologici e di salute oggi l’involucro non deve essere di plastica, deve essere bio, eccetera. Poiché mio padre era direttore di un giornale da noi la carta abbondava e quindi avevamo stabilito un patto col fruttivendolo o col salumiere. Noi gli davamo la carta che avevamo in abbondanza e lui ci faceva un piccolo sconto. Insomma eravamo molto più poveri, siamo nel primo dopoguerra, ma più solidali.
Quando abitavo in via Novara andavo a studiare all’ippodromo del galoppo detto “alla Maura”. Mi piaceva, mentre studiavo, ascoltare il galoppo dei cavalli e le frustate dei fantini. Al ritorno da un’estate a un certo punto alzai gli occhi e vidi che al di là della pista, quella che verrà fra poco smantellata e adibita ad altri usi, c’erano, costruiti in soli due mesi, dei grattacieli. Era nato il Gallaratese, senza un cinema, senza un luogo di ritrovo, senza una piazza e forse senza nemmeno un bar. Poi venne il Gratosoglio che era anche peggio. Il prestigioso studio Peressutti, Belgioioso, Rogers (Pbr) aveva pensato bene di costruire alla base di enormi grattacieli alti dodici piani perfetti dal punto di vista estetico perché non avevano nemmeno balconi che aggettavano in fuori, dei piccoli locali dignitosi che dovevano essere adibiti a negozi o a luogo di ritrovo per i ragazzi. Peccato che divennero quasi subito dei centri di spaccio e di uso di droga.
Era il periodo in cui il direttore del Giorno, Guglielmo Zucconi, mi aveva affidato il compito di andare nei quartieri di Milano come se fossi non a Milano ma a Hong Kong. Tra i nuovi quartieri esplorai Milano Due edificato da Berlusconi. Ebbene di quei luoghi pur disastrati era il peggiore. Era il quartiere della nuova borghesia milanese che non potendosi più permettere, neanch’essa, un appartamento in città, troppo caro, si sfogava in un quartiere di mezzo lusso totalmente privo di vita. Il mito a Milano Due era il famigerato “verde” che i ragazzi non potevano neanche toccare. Era un quartiere disumano dove i ragazzi, e non solo loro, crescevano molto distanti dalla realtà. C’era in realtà un locale, Lo Sporting (o Scorpion?), che però per i prezzi era inabbordabile anche per quelli. Mi ricordo che il direttore dello Sporting, Gino Spada, una brava persona, quando morì Papa Luciani si precipitò nelle salette dove stavano giocando a bridge e diede la notizia. Si sentì rispondere: “due picche!”.
Mi ricordo che uscendo da Milano Due incrociai un ragazzino con regolare racchettina in mano. Gli chiesi: “Ti piace vivere qui?” “Sì, sì” rispose con fare smorto, “c’è tanto verde” ripeteva talmudicamente la giustificazione dei suoi genitori per essere andati ad abitare in quel luogo cimiteriale.
Una volta entrai in quella che sulle prime mi sembrò una gelateria, sedie di plexiglass e nemmeno un confessionale. Era la chiesa di Milano Due. Del resto a Milano Due non si facevano nemmeno i funerali. Sarebbe stato disdicevole far vedere che in quel luogo, fra il verde e i campi da tennis, anche la gente moriva. I funerali li facevano nella vicina e proletaria Segrate. Del resto nemmeno il prete aveva l’aspetto di un prete, ma piuttosto di un manager. Non mi parlò di religione o almeno di spiritualità, ma solo di conti.
E’ molto difficile trovare a Milano Due, ma in realtà in tutta Milano cui questo quartiere dà il tono a tutto il Paese, l’antica Milano col “coeur in man”. Anzi è impossibile trovare nella Milano di oggi un pizzico dell’antica umanità. Insomma è impossibile ritrovare Milano nonostante la statistiche, queste odierne Divinità, la diano come la città in cui si vive meglio in Italia.
21 gennaio 2025, il Fatto Quotidiano