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Massimo Fini, Giorgio Bocca la definì “un anarcoide, un russo mezzo pazzo”.

“Una definizione perfetta”.

Russa era sua madre Zinaide. Lei cos’ha di russo?

“Il senso di malinconia. E il masochismo. Anche se i russi hanno vissuto una mutazione antropologica. Un tempo le russe erano contadine basse e tarchiate, il modo migliore per far arrabbiare mia madre era dirle che le polacche erano più slanciate. Pensi invece alle russe che vediamo adesso”.

Cosa pensa della guerra d’Ucraina?

“La formula dell’aggressore e dell’aggredito è giusta; ma non l’ho sentita quando noi occidentali abbiamo aggredito l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia. Putin si è sentito circondato dalla potenza atomica della Nato. Comunque, appena Trump sarà presidente, la guerra finirà”.

Trump sarà presidente?

“Se non lo ammazzano prima”.

La guerra finirà con la vittoria di Putin.

“No: finirà come diceva Berlusconi. Con una trattativa, e un piano Marshall per ricostruire l’Ucraina”.

Lei ha scritto libri in difesa di Nerone e di Catilina.

“Catilina è il primo dei miei eroi. Incarna la dignitas romana: lealtà, difesa dei deboli, coraggio fisico”.

E Cicerone?

“Mi ricorda Scalfari: un retore “ore rotundo”, dall’eloquio enfatico, che cambia idea quando cambia il vento. Un avvocato vilissimo, mentre Catilina morì sul campo di battaglia”.

Come prosegue la classifica dei suoi eroi?

“Secondo il Che, terzo il mullah Omar, quarto Trotzky, quinto Annibale. Tutti perdenti come me. Tranne Annibale, che è giustamente ricordato come uno dei più grandi comandanti della storia”.

E il Che?

“Deriso dai comunisti perché troppo romantico. Un medico argentino che combatte una battaglia non sua, per i cubani, e quando vede che Castro è diventato un dittatore va a morire in Bolivia. E poi era un uomo bellissimo”.

Trotzky?

“Grande combattente, grandissimo scrittore. Se avesse prevalso lui anziché Stalin, la storia sovietica sarebbe stata meno peggio”.

Trotzky avrebbe vinto la seconda guerra mondiale?

“La seconda guerra mondiale non l’ha vinta Stalin; l’hanno vinta i russi, con decine di milioni di morti”.

Certo. Ma l’hanno vinta anche gli americani. Che poi ci hanno salvati pure dal comunismo. Perché ce l’ha tanto con loro?

“Perché ora basta. Non possono tenere il mondo sotto il loro tallone. E poi non mi piacciono. Se in un locale senti sbraitare in inglese, puoi essere sicuro che non sono inglesi, ma americani”.

Il mullah Omar è indifendibile.

“Il mullah Omar è un uomo che si è battuto prima contro i sovietici, poi contro i signori della guerra che avevano trasformato l’Afghanistan in una terra di abusi e soprusi di ogni genere a spese della povera gente, quindi contro gli invasori americani. Nessuna resistenza dura vent’anni, se non ha l’appoggio della grande maggioranza della popolazione, anche femminile”.

I talebani opprimono le donne.

“Io non difendo l’ideologia talebana, che mi è del tutto estranea, ma il diritto di un popolo a resistere contro l’occupazione dello straniero. Del mullah non mi interessa la fede religiosa; mi interessa la sua figura”.

Fuggì in moto.

“La fuga più meravigliosa della storia. Come Peter O’Toole in Lawrence d’Arabia”.

Lei Fini è forse del tutto pazzo, ma ha scritto una frase geniale: Nella prima metà del Novecento è successo tutto, ma non è cambiato nulla. Nella seconda metà non è successo nulla, ma è cambiato tutto.

“E’ così. I nostri padri potevano essere fascisti o antifascisti; noi non possiamo dire sì o no alla tecnologia. Loro condividevano valori e stili di vita: andavano in bicicletta, avevano due paia di scarpe, uno per le feste uno per gli altri giorni. Noi siamo schiavi del marketing. Al tempo del boom ci dicevano “giovani è bello”, ora “vecchio è bello”. La penso come Cesare Musatti, che a novant'anni, quindi al di là di ogni sospetto, diceva: “Una popolazione composta in maggioranza da vecchi mi farebbe orrore””.

Suo padre Benso era antifascista.

“Liberale. A Parigi incontrò mia madre: veniva da una famiglia ebrea che aveva perso tutto con la rivoluzione, ed era fuggita dopo la carestia del 1922. Al confine con la Lituania vendettero l’ultimo samovar d’argento in cambio di un chilo di pane”.

Lei è del 1943, quindi non può ricordare la guerra.

“Ma ricordo la Milano del dopoguerra: bellissima. Una città di quartieri. Io stavo in via Washington, estrema periferia. Sono cresciuto in strada: battaglie continue, ma guai a colpire l’avversario a terra; e i deboli andavano difesi. Il bullismo l’ho conosciuto solo quando mi sono trasferito in centro”.

Suo padre era direttore del Corriere Lombardo.

“Lo fu per 16 anni. Poi con Fanfani cambiò la linea politica e lo mandarono via. Morì di crepacuore a 61 anni. L’età giusta”.

Al Berchet il suo insegnante di religione era don Giussani.

“Corruttore della gioventù”.

Ma se ora lo fanno santo!

“Scriva allora seduttore. Si dava arie da prete spretato, che dice le parolacce. E in un tempo di classi maschili e femminili nei suoi Raggi trovavi le ragazze”.

Lei è stato molto vicino a Giorgio Bocca.

“L’unico amico vero che ho avuto nel giornalismo. Oltre a Walter Tobagi, che era il contrario di me: pacato, mediatore; sarebbe diventato un grande direttore del Corriere. Lo portai a casa in macchina la sera prima che lo ammazzassero. Vigliacchi: Walter non era un uomo fisico, ma se ti colpiscono alle spalle puoi essere anche un Rambo ma non c’è nulla da fare.”

Montanelli?

“Grandissimo signore. Non faceva pesare la sua autorevolezza, perché l’aveva incorporata. Un uomo di grande stile che oggi rivedo solo in Marco Travaglio, nonostante il suo torquemadismo che non condivido”.

Vittorio Feltri?

“Il miglior direttore della sua generazione, e anche di qualche generazione precedente. Nonostante i nostri diverbi”.

Quali diverbi?

“Eravamo all’Indipendente, Berlusconi aveva rotto con Montanelli e lo corteggiava, lui resisteva. Una sera a cena, un po’ bevuti, Vittorio propose un brindisi: “In culo al Berlusca! Restiamo all’Indi!”. La scena si ripeté per tre o quattro sere. Fino a quando, il mattino dopo, non andò al Giornale. Dal Berlusca”.

Lei ha intervistato Pasolini.

“C’erano tanti Pasolini. Mi ricevette nella sua casa molto borghese, all’Eur. Non aveva affatto un tratto da checca, anzi. Ma poi entrò la madre, e si infantilizzò. Tutto un puci-puci: imbarazzante. Quindi arrivò Ninetto Davoli. La sera mi portò al Pigneto, all’epoca un quartiere di ragazzi di vita e di malavita, dove vidi un altro Pasolini ancora”.

Chi stima oggi nel giornalismo italiano?

“Il vostro Lorenzo Cremonesi. Sempre in prima linea”.

E nel passato?

“Curzio Malaparte. Aveva una conoscenza dell’arte che nessuno ha mai avuto né mai avrà, penso alla sua descrizione del Cristo putrefatto di Grunewald… I libri sono un po’ barocchi. La sua allieva Oriana Fallaci invece è degenerata nel rococò”.

Non le piace la Fallaci?

“Come donna era detestabile. L’ho conosciuta nel periodo migliore, quando stava con Panagulis, che la trattava a ceffoni. Come giornalista era ottima nella superficie, ma non sapeva andare in profondità. Bei racconti, bei ritratti; però di dove andava la storia non capiva nulla”.

Fini, non sarà un po’ misogino?

“Al contrario. Considero le donne le vere protagoniste della vita”.

Si è mai innamorato di un uomo?

“No. A 24 anni ho avuto un rapporto non completo con un tipo, ma ho capito che non era quello che mi piaceva”.

Lei ha scritto che la bellezza femminile ci attrae perché vogliamo possederla e sporcarla un po’.

“E’ un’idea che ho trovato in Bataille. Le donne belle e intelligenti mi hanno capito; le femministe no. Il Manifesto mi attaccò, dopo che Rossana Rossanda mi aveva convinto a comprarne delle quote per salvarlo”.

Lei è amico di Grillo.

“Lo conosco da quando faceva il comico. Quando ha iniziato a fare politica gli ho dato molti consigli: tutti sbagliati. C’ero, quando a teatro distrusse il computer, che poi sarebbe diventato essenziale per i 5 Stelle”.

Conte?

“Parla come un avvocaticchio. Per i 5 Stelle è stata esiziale la scomparsa di Casaleggio, che era la vera mente. Grillo era il frontman. Ora sua moglie Parvin, una gran donna, l’ha convinto a fare un passo indietro, a godersi la vita. L’ho visto di recente: è in gran forma”.

E la Meloni?

“Mi piace molto come persona. E’ vera, schietta, diretta, animata da passione autentica. Dopo lo scherzo dei comici russi ho provato a chiamarla sul vecchio numero di cellulare: “Posso parlare con il presidente del Consiglio?”. Mi ha risposto: “Sono io”. Così sono andato a trovarla a Palazzo Chigi”.

Cosa le ha detto?

“Abbiamo parlato dei figli e della vita. Le ho dato un solo consiglio politico: non farti mettere i piedi in testa dagli americani”.

Lei per quale squadra tifa?

“Toro. Superga, Meroni: una storia tragica, che mi si addice”.

Quali sono i più grandi calciatori di sempre?

“Capello dice Pelè, Maradona, Messi. Io dico Neeskens, Iniesta – gran signore – e Van Nistelrooy, centravanti altruista. Era un mite, ma prese a schiaffi Cristiano Ronaldo, che la palla non la passava mai: “E ora vai a piangere da tuo padre portoghese””.

Lei ha un figlio, Matteo.

“La madre era una professoressa, una persona molto concreta, troppo diversa da me. Un matrimonio sbagliato. Ma siamo rimasti in ottimi rapporti”.

Cosa pensa dei due Matteo, Salvini e Renzi?

“Il peggio del peggio”.

Lei ha cominciato all’Avanti, il giornale socialista. Che giudizio ha di Craxi?

“Buono sul piano umano: la sua apparente arroganza era dovuta a una ritrosa timidezza. Sono sempre stato amico di sua figlia Stefania. Ma sul piano politico ha fatto un disastro, distruggendo quel poco di socialismo che restava in Italia”.

Claudio Martelli era suo compagno di scuola.

“Di banco. L’uomo più cinico che abbia mai conosciuto. Come ha detto Tognoli: “Claudio appena sale un gradino distrugge tutto quello che c’è sotto”. Eppure con lui non riesco a essere cattivo come meriterebbe, perché siamo stati ragazzi insieme. E poi gli invidio una moglie giovane e intelligente come Lia Quartapelle”.

Lei non ha una compagna?

“Ho lasciato quattro mesi fa la mia fidanzata, una storica dell’arte”.

Riesce a vivere da solo, quasi cieco?

“Da trent’anni ho questa scimmia sulla spalla. Fin da quando a Capri la mia fidanzata storica, Mariella, mi fece notare il cielo stellato. Mi accorsi che lo vedevo tutto sfocato, e capii che un cielo stellato non lo avrei visto mai più”.

La Milano di oggi le piace?

“Mi fa orrore. Tutti questi grattacieli come ad Abu Dhabi… Milano era una città di case popolari e di palazzi ottocenteschi: bisognava fermarsi al grattacielo Pirelli, già la Torre Velasca era al limite. Milano è una città di solitudini, a coppia o di singoli. Io oggi non conosco la mia vicina di pianerottolo. E i bambini non giocano più per strada”.

Intervista di Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera. 3 giugno 2024

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Del penoso e grottesco sketch fra il Sommo Pontefice e Benigni a pro della prima “Giornata mondiale dei bambini” (come se non bastassero già tutte le altre: la giornata della mamma, la giornata del papà, la giornata degli zii, la giornata dei cugini, la giornata del gatto, la giornata del cane, la giornata del porco …, cosicché si perde il valore simbolico di quelle giornate che veramente contano) i giornali della cosiddetta destra e Vittorio Feltri hanno dato la responsabilità di quell’indecoroso spettacolo a Benigni. È vero, Roberto Benigni vive la crisi, che toccò anche a un altro grande, molto più grande, personaggio dello spettacolo, Nino Manfredi, del “comico che non fa più ridere”. A me Benigni non è mai piaciuto, troppo paraculo, troppo strusciato ai potenti, da D’Alema a Veltroni a Renzi, non dimenticando che il primo a subire le sue poco gradite attenzioni fu un fragile Enrico Berlinguer, preso in braccio dall’energumeno con una trovata di dubbio gusto che mise in grande imbarazzo il timido segretario del Pci. A me Benigni piace solo quando recita la Commedia perché da tosco qual è gli suona dentro e riesce anche a renderti digeribile l’insopportabile Paradiso con una altrettanto insopportabile, immacolata, intoccabile Beatrice (anche se Dante non è ufficialmente uno  “stilnovista”, nella incontaminata e incontaminabile Beatrice si respira aria dello Stil Novo, dove la donna è messa al di là di ogni tentazione, e Rilke nota sarcasticamente che il timore degli “stilnovisti” era che lei alla fine ci stesse).

Ma nella giornata a pro dei bambini il problema non è Benigni ma è papa Bergoglio. Se si fosse voluto essere misericordiosi (la misericordia era il tema scelto) si sarebbe dovuto sorvolare sul duetto. Perché il Sommo Pontefice l’ha accettato e anzi favorito? Perché temo abbia preso la tabe di Giovanni Paolo II, un papa che è andato vicino a distruggere quel poco che resta della Chiesa cattolica e del senso del sacro in Occidente, vizio che consiste nell’utilizzare i media televisivi e i personaggi televisivi ai fini di una propaganda religiosa che si mette così allo stesso livello del mondo dello spettacolo o piuttosto dell’avanspettacolo. Quando un papa partecipa, come fece Wojtyla, a una trasmissione di Bruno Vespa, si mette inevitabilmente al livello degli ospiti e degli ascoltatori di quel salotto mediatico. Lo stesso avviene se si utilizza un personaggio, oltretutto ormai andato, come Roberto Benigni.

In un mondo occidentale totalmente materialista la Chiesa, forse con l’eccezione dello spirituale Ratzinger, non è stata in grado di intercettare le controspinte di questo fenomeno per cui i giovani e anche i meno giovani si rivolgono all’islam, al buddismo, all’esoterismo, alla magia, all’occultismo, al satanismo e perfino all’astrologia o addirittura al complottismo radicale per cui, dalla notte dei tempi, il mondo sarebbe in mano a “loro”, cioè agli ebrei, una sorta di storicismo capovolto per cui non sarebbero esistiti né Gaber o Jannacci se non come utili servi dei “Protocolli dei Savi di Sion”, né Nietzsche né Giacomo Leopardi. Forse compito della Chiesa sarebbe di fare un po’ d’ordine in questo disordine. Ma la Chiesa, a furia di bazzicare la modernità e di cavalcarla, ha perso ogni autorità. Un esempio clamoroso di questa perdita fu la guerra all’Iraq contro cui Wojtyla aveva tuonato, ma il cattolicissimo Aznar fece orecchie da mercante e toccò al socialista Zapatero, in contrasto con la Chiesa su molte questioni, rimediare la situazione rimettendosi in sintonia col popolo spagnolo che non voleva quella guerra, non perché gliel’avesse detto il Papa ma perché, laicamente, non ne comprendeva le ragioni e l’utilità. A quell’epoca papa Wojtyla godeva di un’esposizione mediatica altissima, come un Elton John o un Bruce Springsteen, ma la sua parola, in campo religioso, valeva quanto quella di un Elton John o un Bruce Springsteen, cioè niente.

Oggi papa Francesco, che aveva cominciato bene a partire dal nome che si è dato, usa come megafono, non sapendo a quale altro santo votarsi, Roberto Benigni. Che squallore.

Il Fatto Quotidiano, 1 giugno 2024

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Tenere un archivio cartaceo è una follia. Però c’è qualche vantaggio. L’archivio digitale lo scorri a gran velocità, quello cartaceo è certamente molto più lento, ma proprio per questo ti può capitare di imbatterti in notizie di cui non avevi fatto conto. È quanto è successo a me l’altro giorno leggendo sul Fatto un pezzo di Arlacchi che mi era sfuggito (23.09.2023).  Arlacchi è stato direttore dell'Ufficio delle Nazioni Unite per il “controllo delle droghe”. In questo pezzo Arlacchi si occupa anche, e con la competenza che gli è propria, del problema della coltivazione del papavero e quindi della produzione degli stupefacenti in Afghanistan dagli anni in cui era governato dal Mullah Omar, leader religioso, politico e militare dei Talebani, a oggi. Arlacchi ammette che il governo di Omar ottemperò alla decisione dell’Onu di bandire la produzione di oppio. Ma il Mullah operò per conto suo, non aveva alcun bisogno di direttive altrui, perché la produzione di stupefacenti è proibita dalla sharia e oltretutto l’Afghanistan talebano non era riconosciuto come Stato, come ancora oggi, dall’Onu. Quando quelle stesse cose le scrivevo io non si dava loro alcun peso.

Durante l’occupazione occidentale dell’Afghanistan la produzione dell’oppio riprese in grande stile. Non solo: erano gli stessi contingenti occidentali, che in teoria avrebbero dovuto limitarla, ad alimentarla favorendo gruppi criminali ben incistati in insospettabili Paesi occidentali. Questo è uno dei motivi, forse il principale, per cui gli Stati Uniti e i suoi alleati aggredirono nel 2001 l’Afghanistan. Il pretesto era che i Talebani avevano partecipato all’attentato delle Torri Gemelle, anche se, abbastanza presto, fu chiaro che i Talebani non c’entravano nulla: non c’era un solo afgano, tantomeno talebano, nel commando che abbatté le Torri Gemelle, né c’era un solo afgano, tantomeno talebano, nelle cellule scoperte successivamente di Al Qaeda: c’erano arabi sauditi, marocchini, egiziani, yemeniti, non afgani, tantomeno talebani. Anche perché gli afgani non sono arabi, sono un antico popolo ‘tradizionale’ che ha un fortissimo senso della propria indipendenza, tanto che viene definito “la tomba degli imperi”, quello inglese nell’Ottocento, e ci misero trent’anni, quello sovietico del Novecento (1979-1989) e ci hanno messo dieci anni, quello americano e dei suoi fedeli cani occidentali, tra cui l’Italia (2001-2021) e ci hanno messo vent’anni. Né si può credere che una resistenza di vent’anni non abbia avuto l’appoggio della grande maggioranza della popolazione, anche femminile.

Il Mullah Omar era nel mirino degli Stati Uniti anche a causa del grande gasdotto che avrebbe dovuto trasportare il gas dal Tagikistan al Pakistan, e quindi al mare, attraversando tutto l’Afghanistan. Omar non era contrario, era un tradizionalista, non un cretino, ma lo insospettiva che in questa operazione fosse interessata la Unocal, americana, dove erano presenti Condoleezza Rice e Dick Cheney. Omar capiva bene che la Unocal non era semplicemente la Unocal, era il cappello che gli americani volevano mettere sull’Afghanistan. Così decise di affidare l’opera alla Bridas argentina, dell’italiano Carlo Bulgheroni.

Al Mullah Omar veniva anche addebitato che l’Afghanistan ospitasse bin Laden. Ma non ce l’aveva certo portato lui, ce l’aveva portato Massud perché lo aiutasse a combattere Hekmatyar, uno di quei “signori della guerra”, insieme a Dostum e a Ismael Khan, che avevano fatto dell’Afghanistan terra di abusi, stupri e ogni genere di soprusi ai danni della povera gente, e che il Mullah avrebbe poi sconfitto nel 1996, ponendo fine a una sanguinosa guerra civile. Omar non aveva nessuna stima di bin Laden, lo chiamava “un piccolo uomo”. Ma poiché bin Laden era ritenuto responsabile degli attentati del 1998 alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania, gli americani bombardavano l’Afghanistan alla sua ricerca, facendo le consuete stragi di civili, senza cavare un ragno dal buco. Allora Clinton propose al Mullah Omar che fossero i Talebani a far fuori bin Laden. Omar mandò a Washington il suo ministro degli Esteri, Wakil Muttawakil, che si disse d’accordo. Disse che avrebbe dato agli americani l’esatta posizione di bin Laden. Ma pose una condizione: che fossero gli americani ad attribuirsi la responsabilità dell’uccisione. Per due motivi. Il primo era che bin Laden, foraggiato dagli americani in funzione antisovietica, aveva aiutato gli afgani, non ancora talebani, non battendosi sul campo ma con aiuti economici, a sbarazzarsi degli invasori. Il secondo era che, sempre con queste risorse, bin Laden aveva partecipato alla ricostruzione dell’Afghanistan distrutto da dieci anni di guerra e vi aveva fatto costruire edifici, ospedali, strade e, eh sì, scuole. Cioè quello che avremmo dovuto fare noi, in Afghanistan abbiamo costruito una chiesa. Ma all’ultimo momento Clinton si ritirò (documento del Dipartimento di Stato dell’agosto 2005).

Adesso i “new talibans” hanno rinnovato il bando della produzione di oppio, bando che era stato fatto proprio dal Mullah Omar quasi un quarto di secolo prima.

Quando, ai primi di ottobre del 2001, gli americani si preparavano all’invasione dell’Afghanistan, dopo essersi assicurati l’appoggio del dittatore pakistano Musharraf e dell’Alleanza del Nord, cioè dei tagiki che non tolleravano di essere stati sconfitti dai “soldati di Dio”, chiesero la consegna di bin Laden, il governo talebano rispose come avrebbe fatto qualsiasi governo: dateci delle prove o almeno degli indizi che bin Laden sia effettivamente alle spalle degli attacchi alle Torri Gemelle e alle ambasciate Usa del 1998, perché noi non possiamo consegnare, senza alcuna garanzia, un uomo che sta comunque sul nostro territorio. Gli americani risposero arrogantemente: “le prove le abbiamo date ai nostri alleati”. Allora Omar si rifiutò di consegnare bin Laden. Così, per una questione di principio, che sarebbe stata valida in qualunque paese occidentale, il Mullah Omar si giocò il potere e in un certo senso la vita.

L’Afghanistan di oggi ha un grave problema. L’Isis. I Talebani sono stati gli unici a combattere seriamente l’Isis, ma dovendo battersi contemporaneamente contro gli occupanti occidentali non sono riusciti a stoppare del tutto la loro penetrazione in Afghanistan. Proprio di recente due poliziotte afgane sono state uccise in un attentato Isis. In quell’occasione abbiamo appreso che nel comparto giudiziario afgano operano duecento donne, spesso in posizioni apicali, con tanti saluti a chi afferma che in Afghanistan le donne non hanno accesso al lavoro.

Fu il Mullah Omar a proibire l’uso delle “mine antiuomo”, prodotte soprattutto da industrie italiane. Fu sempre Omar a proibire i combattimenti fra animali. Ma di queste lodevoli iniziative non si è sentito platus sui media occidentali.

A me piace invece ricordare il necrologio di Omar che cercai di fare, senza risultato, sul Corriere. Diceva: “Massimo Fini rende omaggio al Mullah Omar, combattente, giovanissimo, contro gli invasori sovietici, perdendo un occhio in battaglia e subendo altre quattro gravi ferite, combattente, vittorioso, contro i ‘signori della guerra’ che avevano fatto dell’Afghanistan terra di abusi, stupri e ogni sorta di violenze contro la povera gente, infine leader indiscusso della resistenza agli ancor più moralmente devastanti occupanti occidentali. Che Allah ti abbia sempre in gloria, Omar”.

Il Fatto Quotidiano, 29 maggio 2024