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 “Io non mi sento italiano”, Giorgio Gaber, 2002

“Il Bel Paese”, così aveva fama l’Italia, tanto che a fare il cosiddetto “tour d’Italie” venivano i grandi intellettuali e artisti europei, da Goethe a Stendhal a Oscar Wilde.

E in effetti l’Italia è un “unicum”, dal punto di vista storico, culturale, artistico, e anche geografico e ortografico. Abbiamo le Alpi, col monte Bianco di quasi cinquemila metri, gli Appennini, il Delta del Po che ricorda un po’ quello del Mississippi e soprattutto 8.300 chilometri di coste. Peccato che le coste ce le siamo rovinate da soli cementificandole, coinvolgendo in questa cementificazione anche alcuni siti archeologici di grande importanza, come quello di Agrigento.

L’Italia è unica per la cultura. Viene dalla latinità e anche dal pensiero greco (la “Magna Grecia”) e lo è rimasta col Rinascimento (Leonardo da Vinci, Michelangelo, Botticelli per dire solo di alcuni).

L’Italia rimarrebbe un “Bel Paese” se non fosse abitata dagli italiani di oggi. Colpisce il suo cinismo da mercato. Si dirà che questo cinismo ormai riguarda tutti nel mondo globalizzato ad eccezione di poche enclaves, ridotte al margine, dove gli autoctoni hanno conservato la propria dignità. Ma un padre che specula sulla morte della propria figlia è un “unicum”, questa volta negativo, di noi italiani. A questa speculazione ha aderito anche la sorella della vittima, Elena, e perfino la nonna. Un tempo, in fondo non poi così lontano se anch’io ho avuto il modo di viverlo, una famiglia colpita da una disgrazia si chiudeva in un dignitoso e silenzioso riserbo.

Fa impressione anche la sciatteria degli italiani di oggi, che coinvolge artigiani, giornalisti e quasi ogni altra categoria (giornalismo: ma è mai possibile trovare certi strafalcioni sul Corriere della Sera, il più importante quotidiano italiano?). Un tempo l’artigiano aveva l’orgoglio del suo manufatto, il “capolavoro”, tanto che, ancora oggi, a Milano puoi vedere certi tombini sui quali l’artigiano aveva messo in sigla il proprio nome. Adesso l’artigiano fa il suo lavoro alla bell’e meglio, contando sull’ignoranza del committente. Tu chiami, e qui comincio a parlare di esperienze personali, un fabbro. L’appuntamento è per le due del pomeriggio e quello alle cinque non si è ancora fatto vedere. Ho un garage dove, non potendo più guidare la macchina, tengo una vecchia bicicletta, una Rossignoli con cinque cambi che mi è emotivamente cara perché mi ricorda un’altra stagione della mia vita. Che fanno gli operai della commendevole ditta Di Falco che in Milano hanno ottenuto tutti gli appalti dell’Ecobonus (e anche questo meriterebbe un’indagine della magistratura, perché così siamo in un regime che viola la concorrenza)? Entrano nel garage, probabilmente rubano la bici, a meno che non ci abbia pensato prima qualcun altro, e vi mettono i loro arnesi e le loro masserizie, dimenticandosi, anzi sfottendolo, il proprietario. C’è un furto e una violazione di domicilio. Potrei, naturalmente, rivolgermi alla magistratura, ma con i tempi delle nostre procedure penali e civili otterrei soddisfazione tra una mezza dozzina d’anni e forse più. Anche perché in Italia s’è venuto creando un doppio diritto, uno per “lorsignori”, fra cui oltre ai politici ci sono anche gli imprenditori, e l’altro per i comuni mortali. È vero che gli artigiani sono tartassati dal fisco, si fa per dire, perché lavorano quasi sempre in nero (ed è anche per questo che possono non presentarsi ad un appuntamento già fissato). Ma prova tu, lettore, a fare un’infrazione stradale e il fisco ti è subito addosso con gabelle, tasse e sovrattasse (ricordo una bella vignetta di Giovanni Mosca, l’umorista: si vede un tasso, inteso come animale, con in groppa un tasso più piccolo. “Che cos’è?”, chiede, nella vignetta, l’omino al compagno: “È il tasso col sovrattasso, è un animale che esiste solo in Italia”). Del resto se sei ricco e famoso le cose si svolgono molto diversamente. Ricordo i casi di Valentino Rossi e di Luciano Pavarotti che patteggiarono col fisco ottenendo una riduzione della metà, milioni di euro o miliardi di lire.

Io sono un “fragile”, sia per età che per la menomazione della mia vista. Mi è capitato di essermi perso in un quartiere a me poco noto. Chiedevo indicazioni ai passanti e quelli tiravano dritto. Siccome ho ancora buoni riflessi, sono caduto solo una volta, inciampando in un gradino in piazza Cavour, finendo lungo disteso sul marciapiede. Nessuno che si sia fatto avanti per darmi una mano. 

L’individualismo e l’avidità di denaro sembrano la cifra soprattutto nella media borghesia. Io abito in un palazzo abitato da questo tipo di individui. Non si sono accontentati dei vantaggi dell’Ecobonus, supposto che esistano (credo di più a Giorgia Meloni che ha detto che l’Ecobonus ci è costato oltre cento miliardi) ma hanno voluto anche un telo pubblicitario che per due anni ci ha tolto la vista, il sole, l’aria. Credo, come ho già detto altra volta, che se tu proponessi a un bangla: ti do del denaro ma tu per due anni rinunci all’aria, al sole, alla vista, quello ti manderebbe a dar via il culo.

Non abbiamo più valori né ideali. Il Fascismo li aveva, forse sbagliati, ma li aveva.

Siamo il Paese record con quattro mafie: la Mafia propriamente detta, la ‘ndrangheta, la camorra, la Sacra Corona Unita. Ma al di sopra di queste si eleva una supermafia, più occulta, che si chiama partitocrazia. È quello che oggi si chiama “amichettismo”, che ha gli stessi metodi della mafia: offre protezione in cambio di sudditanza. Anzi oggi che la mafia ha rinunciato, intelligentemente, a spargere sangue, la similitudine è perfetta. In peggio, perché la mafia conserva un codice d’onore (si veda la dignitosa morte di Matteo Messina Denaro) quella dei colletti bianchi no. Basta pungerli con uno spillo e spifferano tutto, tanto sanno che, in un caso o nell’altro, la galera è solo un’idea platonica, al peggio andranno ai “domiciliari” evidenziando anche qui una sperequazione fra i reati dei ceti sociali alti, per così dire, e quelli da strada, commessi in genere dai poveracci, per i quali vale il brocardo di madama Santanchè: “In galera subito e buttare via le chiavi”.

Scrivevo in un libro pubblicato nel 2010 da Chiarelettere: “Un’Italia ormai inguaribilmente corrotta, nelle classi dirigenti come nel comune cittadino, intimamente, profondamente mafiosa, come sempre anarchica ma senza più essere divertente, priva di regole condivise, di principi, di valori, di interiorità, di dignità, di identità. Un’Italia senz’anima”.

Il Bel Paese? Una fogna a cielo aperto.

Il Fatto Quotidiano, 14 febbraio 2024

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“C’è da chiedersi se la legittimazione del magistrato non trovi più ragione, o almeno non solo e non tanto nella sua sottoposizione alla legge, quanto nel suo rapporto con i cittadini fondato sulla fiducia”. Di chi è questa frase inaudita, che è passata quasi inosservata sui nostri media? Di un cittadino qualsiasi, di uno Sgarbi qualsiasi che di legge non sa nulla se non, quando faceva “Sgarbi quotidiani”, che bisognava attaccare i magistrati in funzione berlusconiana? No. È del vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli, di fatto il capo del Csm avendo il presidente, in questo caso Mattarella, solo una funzione formale. Perché la frase è inaudita? Perché sottopone il magistrato non alla legge ma al consenso popolare. “Giudici guidati da sano sentimento popolare” era la giustizia come la concepiva il nazismo. Pinelli dimentica nientemeno che la fondamentale distinzione di Montesquieu (potere esecutivo, potere legislativo, potere giudiziario) per cui la magistratura è un ordine indipendente sia dall’esecutivo sia dal legislativo.

Com’è possibile che il vicepresidente del Csm dimentichi i fondamentali del diritto? Perché in realtà Fabio Pinelli non è un magistrato togato, in servizio, ma è scelto fra “professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio” (art. 104 Cost.). I nostri Padri costituenti, uscendo noi dal fascismo, vollero una Magistratura totalmente indipendente (per la verità i magistrati - altra mentalità, altra coscienza, altra epoca - riuscirono a essere indipendenti anche durante il Regime, tanto che Mussolini fu costretto a inventarsi i “tribunali speciali”) ma perché non fosse totalmente scollegata, in una sorta di torre eburnea, dalla società, vollero che nel Csm ci fossero anche esponenti del consorzio civile. Fatta la legge, fatto l’inganno. I partiti immisero nel Csm sì esperti di diritto, ma a loro legati e sottoposti. Pinelli è in “quota Lega”, così spudoratamente si dice, e l’avversario da lui sconfitto, Roberto Romboli, era in “quota PD”. Per fare un esempio quasi a tutti noto, Maria Elisabetta Alberti Casellati Serbelloni Mazzanti Viendalmare è stata prima una parlamentare di Forza Italia, poi è entrata nel Csm in quota Forza Italia, dopodiché ne è uscita ministro per le Riforme istituzionali. È il cosiddetto sistema delle “porte girevoli”.

Bisogna però dire che anche i magistrati togati si sono degradati. Intanto si sono divisi in correnti ideologicamente ispirate a questo o a quel partito (il solo Antonio Di Pietro non è mai entrato in nessuna corrente) e quindi anche quando agiscono “in scienza e coscienza” gettano un’ombra sulla loro attività. Poi esternano le loro idee, non solo sulla magistratura ma anche sulla politica. Si dirà che la libertà di espressione è un diritto di tutti, ma quella del magistrato, che ha in mano la sorte dei cittadini, non è una professione qualunque. È, o dovrebbe essere, una vocazione come quella del medico e quindi deve accettare qualche limite. Così come il Presidente della Repubblica non può esporsi a favore o contro questo o quel partito.

I magistrati d’antan, ma qui dobbiamo risalire agli anni Cinquanta, non esternavano nulla, parlavano solo “per atti e documenti”. Ho conosciuto Emilio Alessandrini, il magistrato che sarà assassinato dalle BR, che era di questa pasta, e avevo con lui un buon rapporto, ma mai mi parlò non dico dei processi che aveva in mano ma di nessun altro processo in corso.

La nostra magistratura è stata decente nei primi anni Cinquanta e Sessanta, in seguito, non a caso, la Procura della Repubblica di Roma divenne il “porto delle nebbie”: avocava a sé i processi più spinosi e non se ne sapeva più nulla.

Vennero in seguito, nei primissimi anni Novanta, le inchieste denominate Mani Pulite. Cos’era successo? Era nato un vero movimento di opposizione, la Lega di Umberto Bossi, che rompeva il consociativismo per cui il PCI si era legato al potere. Dopo decenni di sostanziale impunità anche lorsignori, politici e imprenditori, venivano richiamati al rispetto di quella legge cui noi tutti, comuni mortali, dobbiamo sottostare. All’inizio ci fu una vera e propria esaltazione di quei magistrati, sia da parte della gente che non ne poteva più, sia da parte dei grandi giornali che avevano la coda di paglia perché quel sistema corrotto l’avevano assecondato o comunque coperto (ricorderò per tutti, ancora una volta, Paolo Mieli, direttore del Corsera, che intitolò il suo editoriale “Dieci domande a Tonino”, come se ci avesse mangiato insieme a Montenero di Bisaccia, e adesso ci dà lezione di morale). Ma, nel giro di pochi anni, un paio circa, la narrazione cambiò. I veri colpevoli erano i magistrati, i corrotti e i corruttori le vittime che spesso divennero giudici dei loro giudici. A questa narrazione si oppone, pateticamente, in una recente intervista al Fatto Quotidiano, Antonio Di Pietro ora che, cambiata l’aria, si vogliono beatificare Bettino Craxi, condannato a dieci anni di galera per “corruzione e finanziamento illecito” mai scontati perché questo soggetto riparò in Tunisia da cui gettava fango sulle Istituzioni italiane - e quindi anche su sé stesso perché di quelle istituzioni era stato premier - e persino Berlusconi, cui si dedicano famedi, strade e chissà, fra qualche anno, anche città.

Antonio Di Pietro, poiché era il più esposto, fu bersagliato con sette processi da cui uscì regolarmente assolto. Uno di questi processi partiva da una querela di Berlusconi che, com’è stato accertato, pagò due testimoni perché infamassero Di Pietro. I testimoni furono condannati, ma Berlusconi, come sempre, se la cavò. Berlusconi smantellò anche il partito, Italia dei Valori, che Di Pietro aveva messo in piedi quattro anni dopo le sue dimissioni da magistrato, corrompendo con tre milioni uno dei suoi parlamentari, Sergio De Gregorio (che confessò e patteggiò la pena).

Chiesi una volta a Di Pietro, che durante le inchieste di Mani Pulite non avevo mai nominato, consapevole del pericolo insito nel personalizzarle (il magistrato è sempre attaccabile, se non lui personalmente attraverso le mogli, i parenti, gli amici, la funzione no) perché dopo le sue dimissioni non si fosse subito presentato in politica, dove avrebbe avuto un plebiscito. “Perché, disse, non sarebbe stato corretto approfittare della popolarità acquisita come magistrato”. Gli risposi con la frase che poi usai anche al Palavobis, una delle prime manifestazioni dei cosiddetti “girotondi”, organizzata da Paolo Flores D’Arcais (dodicimila persone e forse più): “Non si può combattere con una mano dietro la schiena contro chi non solo le usa tutte e due ma all’occorrenza anche il bastone”. Per questa affermazione il ministro della Giustizia dell’epoca, Roberto Castelli, Lega, ospite del sempiterno Vespa, chiese la mia carcerazione. A parte che una cosa del genere non può essere di iniziativa di un ministro ma semmai di un Pubblico ministero, alla fine non se ne fece nulla.

A furia di rifiutare la violenza, alla fine ne siamo stati violentati.

Il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2024

 

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L’attrice Sharon Stone, 66 anni, vincitrice di un Golden Globe e candidata all’Oscar, ha annunciato di essersi iscritta alla piattaforma Tinder che favorisce gli incontri. Fino a non molto tempo fa queste iscrizioni si facevano in forma clandestina non piacendo a nessuno di far sapere la propria solitudine. All’inizio Tinder era nata come piattaforma di incontri più o meno sessuali, ma man mano chi vi si iscrive, e ci sono anche donne giovani e belle, non lo fa per trovare una fuitina sessuale ma cerca se non proprio l’amore un’anima gemella con cui costruire una storia duratura. Ha detto la stessa Stone: “Cerco l’amore”. Insomma sono gli antichi “annunci matrimoniali” che adesso hanno preso forma tecnologica.

Perché il fenomeno è interessante? Perché denuncia il problema, o piuttosto il dramma, della solitudine nel nostro mondo occidentale. Problema/dramma che è percepito in particolare nelle grandi città. Nelle piccole cittadine è molto minore: tu scendi in strada, incontri sempre qualcuno che ti conosce o ti riconosce con cui andarsi a bere un bicchiere insieme o a giocare a tressette ciapanò. In una città come Milano (a Roma va già un po’ meglio) moderna, modernissima, tu sei connesso col  mondo intero ma non conosci non dico chi abita nel tuo condominio ma nemmeno il vicino di pianerottolo.

Non è stata sempre così Milano. Michele Brambilla ha scritto sul Giornale (primo febbraio) un bell’articolo sulla Milano d’antan. Ne ho scritto anch’io qualcosa su un mio libro, Una Vita. Era, quella, una città di quartieri e nel quartiere ci si conosceva tutti. Se una famiglia si trovava in difficoltà le altre erano pronte ad aiutarla. Era insomma la “Milan col coeur in man”. C’era solidarietà. A parte una sottile striscia di ricchi e di ricchissimi che avevano però il buon gusto e il buon senso di non farsi vedere o comunque di non spandere troppo (come fanno tuttora gli svizzeri) eravamo tutti poveri, molto più poveri di quanto lo si sia ora. Avevamo ancora il senso della comunità. E non parliamo solamente della mia Milano pleistocenica, anni Cinquanta, ma anche di una Milano successiva, se la può ricordare con nostalgia anche Michele Brambilla che ha una dozzina d’anni meno di me.

A Milano c’erano poi anche alcune figure fondamentali. Il “ghisa”, il vigile di quartiere, disarmato come il bobby londinese, che era un’autorità assoluta. Se succedeva qualcosa in piazza si diceva “c’è lì il ghisa, dillo al ghisa, decide il ghisa”. C’era poi il Commissario di quartiere che ci conosceva tutti, che sapeva benissimo quali erano i nostri vizi. A me è capitato di essere accusato dalla Procura di Firenze di “contraffazione di marchio industriale”. Se si fossero rivolti al Commissario di quartiere avrebbero risparmiato un bel po’ di tempo perché sapeva che di tutto potevo essere sospettato, di violenze, di molestie sessuali, persino di stupri se non di omicidi, ma non di “contraffazione di marchio industriale” che è la cosa al mondo che mi è più lontana.

La Milano di oggi è diventata moderna, modernissima, e forse questo era inevitabile nella globalizzazione, ma ha perso qualcosa: la sua anima.

Il Fatto Quotidiano, 7 febbraio 2024