0
0
0
s2sdefault
powered by social2s

Correva la metà degli anni Settanta. Una mattina Tommaso Giglio, il mitico direttore dell’Europeo, mi convocò nel suo ufficio. Giglio, ciociaro, aveva il viso di un Totò triste e perennemente corrucciato. Ma quella mattina la sua mascella era particolarmente contratta. “E allora” disse “adesso prendiamo una smentita ad ogni pezzo?”. Ero da cinque anni all’Europeo e quella era la prima smentita, querele non ne avevo avute mai.

Forse Giglio era eccessivo nel suo rigore, ma credo che al fondo avesse ragione. Per lui la credibilità del giornale era fondamentale. “L’ha scritto l’Europeo” doveva suonare come una sentenza della Cassazione. Per questo facevamo un giornale meno aggressivo dei concorrenti dell’Espresso, ma più attendibile.

Ma la di là dell’Europeo di quegli anni il rigore ha, o dovrebbe avere, un ruolo centrale nel nostro mestiere. Che è un mestiere delicato. Più che una professione come un’altra dovrebbe essere una vocazione, solo un gradino sotto quella del medico o del magistrato. Noi andiamo a ficcare il naso nelle vite, nei panni e a volte nei letti altrui. Possiamo rovinare la reputazione di una persona senza motivo. La cosa è aggravata da quel micidiale istituto che si chiama ‘avviso di garanzia’. Lo vollero qualche decennio fa le sinistre e con le migliori intenzioni: se un cittadino è indagato è giusto che lo sappia per potersi difendere. Solo che, com’è noto, l’inferno è lastricato di buone intenzioni. Oggi basta essere raggiunti da un ‘avviso di garanzia’ per essere stritolati da quello che, non per nulla, si chiama il “tritacarne massmediatico”. Il principio, fondamentale in diritto, della presunzione di innocenza si trasforma di fatto in una “presunzione di colpevolezza” di cui non sono responsabili i magistrati, che applicano semplicemente la legge, ma i media, nel loro complesso, che sono lontanissimi da quel rigore predicato tanti anni fa da Tommaso Giglio. Ma qui si apre un altro discorso che non riguarda in particolare i giornalisti ma il nostro sistema giudiziario. L’abnorme lunghezza delle nostre procedure fa sì che la presunzione di innocenza si trasformi, in virtù della prescrizione, in una sostanziale impunità anche per soggetti di cui la Cassazione ha accertato la colpevolezza (Berlusconi docet). Il vero e irrisolto problema della Giustizia italiana è l’estenuante lunghezza delle sue procedure, sia nel penale che nel civile. Avere giustizia, quando ci si arriva, dopo vent’anni, non è rendere giustizia.

Ma queste sono questioni che riguardano il nostro sistema giudiziario in generale e non il rapporto in particolare fra i giornalisti e la legge penale per i reati di diffamazione. Si dibatte in questi giorni fra Consulta, Corte europea dei diritti dell’uomo e la corporazione dei giornalisti schierata a coorte in propria difesa, se sia giusto che il giornalista possa finire in carcere. Premettiamo che, a parte il caso di cui dirò, da che esiste la Repubblica nessun giornalista è mai andato in galera per un reato di diffamazione. Restiamo ai casi più recenti. Alessandro Sallusti, direttore all’epoca del Giornale, fu condannato all’arresto ai “domiciliari” (altra distinzione classista: ai “domiciliari” vengono mandati i vip di vario genere, per gli stracci va bene la galera, magari anche senza processo, “in galera subito e buttare via le chiavi” come affermò la “garantista” madama Santanchè) ma disse che preferiva fare il martire in gattabuia. Comunque fu immediatamente graziato dal Presidente della Repubblica, il vituperatissimo Giorgio Napolitano. Lino Jannuzzi, un diffamatore seriale, fu condannato ai “domiciliari” per la reiterazione del reato. Venne infine graziato da un altro Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Siamo una casta privilegiata, inutile nasconderlo, ammanicata a quella politica che continuamente attacchiamo.

L’unico caso di un giornalista che abbia scontato per intero la condanna al carcere è quello di Giovannino Guareschi che, in un intricatissimo caso di politica internazionale (siamo nei primi anni ‘50), pubblicò, ritenendole in buona fede vere, due lettere apocrife di Alcide De Gasperi. Guareschi, coerente con se stesso come sempre, rinunciò all’appello e scontò 409 giorni di carcere.

Noi giornalisti, soprattutto quando facciamo i cronisti, possiamo sbagliare. A volte, diciamo così, legittimamente. Nei primi anni ’90 ebbi un insidioso processo per una querela intentatami dal trio Ligresti-Cutrera-Brenta, “la banda di viale Elvezia”, che stava saccheggiando l’edilizia milanese. Su tre punti il giudice mi assolse con formula piena perché fu accertato che avevo scritto il vero, su un quarto punto mi assolse perché “le circostanze erano tali che il giornalista poteva essere tratto legittimamente in inganno” (come si chiami tecnicamente questa formula assolutoria non ricordo, chiedete a Travaglio).

Ci sono altri casi invece in cui diffamiamo, senza nocciolo di verità, per colpa nostra, perché non abbiamo controllato a dovere le fonti. Se la diffamazione è di “eccezionale gravità”, come prevede la norma attuale che si vorrebbe riformare, non vedo per quale ragione mai al giornalista dovrebbe essere risparmiato il carcere. Il giornalista è un cittadino come tutti gli altri e deve essere sottoposto alla legge come tutti gli altri, soprattutto se vogliamo continuare a fare la morale all’universo mondo.

Due riforme invece vanno fatte, questa volta a favore del giornalista. Noi siamo investiti di continuo da querele palesemente inconsistenti. Sono le cosiddette querele “temerarie”, a volte per milioni di euro. Ma benché si tratti di querele fasulle ci costringono, per difenderci, a perdere denari in avvocati e soprattutto tempo. Chi querela dovrebbe fare un deposito cauzionale pari a un decimo della somma richiesta. Secondo Travaglio e altri se il querelante perde la causa perderebbe anche quella somma che dovrebbe essere data al giornalista o al suo giornale. Questo, secondo me, non è giusto perché impedirebbe al cittadino che chiamiamo comune, che quei soldi non li ha, di ricorrere in giudizio anche quando sa di aver ragione. Il deposito, e l’ovvio pagamento delle spese legali, sarebbero un deterrente sufficiente.

L’altra questione che ci riguarda da vicino è la famigerata “continenza”. Se definisco “ladro” un ladro, che è accertato esser tale, posso essere condannato per diffamazione se non ho usato termini “continenti”. Ora, se io passo col rosso so di aver commesso un’infrazione, se uccido una persona so di aver commesso un omicidio, ma quali siano i termini “continenti” è cosa vaghissima per cui chi scrive anche il vero è costretto a camminare sulle uova. Questa sì è una discrezionalità che dovrebbe essere tolta al giudice.

Quindi, in definitiva, sì al carcere del giornalista quando la legge lo prevede, no alla filastrocca delle querele farlocche che i berluscones, e tutti i berluscones della terra, possono permettersi perché loro i soldi li hanno e noi, se abbiamo fatto con onestà il nostro mestiere, no.

Il Fatto Quotidiano, 29 giugno 2021

0
0
0
s2sdefault
powered by social2s

“Proprio sul filo della frontiera il commissario ci fa fermare. Su quella barca troppo piena non ci potrà più rimandare. Su quella barca troppo piena non ci possiamo ritornare. E sì che l'Italia sembrava un sogno steso per lungo ad asciugare, sembrava una donna fin troppo bella che stesse lì per farsi amare, sembrava a tutti fin troppo bello che stesse lì a farsi toccare. E noi cambiavamo molto in fretta il nostro sogno in illusione incoraggiati dalla bellezza vista per televisione, disorientati dalla miseria e da un po' di televisione… Pane e coraggio, commissario che c'hai il cappello per comandare, pane e fortuna, moglie mia che reggi l'ombrello per riparare, per riparare questi figli dalle ondate del buio mare e le figlie dagli sguardi che dovranno sopportare, e le figlie dagli oltraggi che dovranno sopportare… Ma soprattutto ci vuole coraggio a trascinare le nostre suole da una terra che ci odia ad un'altra che non ci vuole” (Pane e coraggio, Ivano Fossati).

Questa bellissima canzone di Ivano Fossati dovrebbe essere fatta ascoltare a Matteo Salvini e a tutti i Salvini della terra in modalità Guantanamo dove i torturatori americani (sul suolo immacolato e ipocrita degli States la tortura è, almeno ufficialmente, proibita, ma si può sempre farla nei Paesi altri – Guantanamo è territorio cubano – oppure per interposta persona come fu per Abu Omar, rapito a Milano e portato, via Aviano, con la complicità dei nostri servizi segreti e del nostro governo, premier Berlusconi, in quel simpatico luogo di soggiorno che è la prigione cairota di Tora, dove oggi è rinchiuso Patrick Zaki) assordano i prigionieri giorno e notte fino allo sfinimento, l’abbruttimento, l’impazzimento.

In Pane e coraggio Fossati si riferisce all’emigrazione degli albanesi, quando, caduta la dittatura comunista, gli albanesi, che dalle vicine coste d’oltreadriatico potevano vedere la televisione italiana, credettero di trovare nel nostro Paese (“E sì che l’Italia… sembrava a tutti fin troppo bello che stesse lì a farsi toccare”) la loro fortuna senza poter sapere, come sanno invece coloro che lo vivono, di che “lacrime e sangue” grondi il modello di sviluppo occidentale.

Ma l’emigrazione albanese è niente rispetto alle migrazioni attuali che coinvolgono milioni di persone che si muovono verso di noi, in genere dai Paesi dell’Africa subsahariana, disposte ad affrontare qualcosa di peggio degli oltraggi alle loro donne: l’attraversamento dell’inferno libico, che proprio noi abbiamo creato, le tempeste e, molto spesso, la morte.

È estremamente ipocrita dire “aiutiamoli a casa loro” come fa Salvini e non solo lui. È la nostra stessa presenza ad essere ammalante, anche quando non abbia cattive intenzioni. Mi scrive il lettore Enzo Formisano che ha lavorato molti anni in paesi dell’Africa Nera: “Non ammazzavamo nessuno. Costruivamo linee elettriche, niente di più. Ma bastava la nostra presenza (persone ricche, ben pasciute e piene di oggetti) per portare tra quelle popolazioni un senso di smarrimento e di povertà”. È la distinzione sociologica fra poveri e miserabili. Non c’è nessun problema ad essere poveri dove tutti, più o meno, lo sono, una volta che si abbia l’essenziale, cibo, socialità, abitazione e vestire (per alcuni popoli africani, per esempio i Masai, non c’è, o meglio non c’era, nemmeno il problema dei vestiti, giravano nudi coperti solo da un minuscolo perizoma). Il problema sorge nel confronto con un’opulenza più o meno sfacciata, creando invidie, frustrazioni e frantumando la solidarietà della comunità.

Ma questo è solo (solo) l’aspetto esistenziale e sociale della questione. Il fatto è che più introduciamo, con le buone o con le cattive, il nostro modello economico fra quelle genti, più le strangoliamo ulteriormente e definitivamente, senza possibilità di ritorno. Da qui, oltre la perdita di identità, la fame che spinge a migrazioni bibliche che cerchiamo di stoppare in ogni modo.

Una trentina d’anni fa, durante una riunione del G7, i sette paesi più poveri del mondo, con alla testa l’africano Benin, organizzarono un controsummit al grido di “Per favore non aiutateci più!”. Non li abbiamo ascoltati, siamo o non siamo “la cultura superiore”? E così continuiamo quotidianamente a cibarci, oltre che delle crostatine mangiate “prima dal bordo e poi dal centro” come recita una pubblicità del Mulino Bianco, di carne umana.

Il Fatto Quotidiano, 25 giugno 2021

0
0
0
s2sdefault
powered by social2s

Io faccio il tifo contro l’Italia, benché Mancini abbia messo in piedi una bella squadra, che non è fatta di fenomeni ma che ha un gioco, va costantemente in avanti, abbandonando l’antica abitudine italica, sparagnina ma redditizia, di difesa e contropiede.

Non posso tifare Italia. Non oso immaginare cosa succederebbe se vincesse, come può, gli Europei. Draghi si approprierebbe della vittoria come fecero nel 1982 il presidente Pertini e persino Giovanni Spadolini, premier, che non solo non aveva mai visto un pallone in vita sua, ma era l’uomo meno fisico che si sia mai visto. Il generale Figliuolo, prendendo da Berlusconi (“il Milan vince perché adotta la filosofia della Fininvest”) direbbe che l’Italia vince perché adotta la sua logistica.

Non posso tifare Italia perché è un paese di corrotti, a tutti i livelli, anche i più infimi (alla Canottieri, antico e prestigioso Circolo meneghino per la cui iscrizione si pagano circa 1300 euro, dove vado a nuotare, mi hanno rubato anche le mutande sporche).

Non posso tifare Italia perché non mi ha dato nulla tranne i natali. Vogliamo ricordare Cirano, lo spettacolo televisivo dove, per la prima volta, a 60 anni suonati avevo il ruolo nemmeno di conduttore ma solo di commentatore, bloccato il giorno prima che andasse in onda, senza che nessuno l’avesse visto, dalla filiera Berlusconi-Socci-Cattaneo e il don Abbondio leghista Marano? Vogliamo ricordare Pagina, il bellissimo settimanale diretto da Aldo Canale, stoppato dai socialisti che ci fecero togliere tutta la pubblicità? Vogliamo ricordare che quando Guglielmo Zucconi mi propose per la vicedirezione del Giorno si mise di traverso il mio ex compagno di banco Claudio Martelli (facendomi, in realtà, senza saperlo, un favore, perché io non so dirigere neanche me stesso)? Vogliamo ricordare l’ostracismo, costante, continuo, capillare, che mi è stato fatto per anni da tutti i principali network televisivi e radiofonici, berlusconiani e non, per cui io posso essere invitato dall’Università di Kyoto a tenere una conferenza ma non da Lilli Gruber la cui carriera comincia perché davanti allo schermo non si mise difronte ma di traverso, una vera genialata, di grande spessore, giornalistica? Certo, ci sono giornalisti anche importanti che mi stimano (e in passato giornalisti anche più importanti, da Montanelli a Bocca, ma quelli erano altri tempi). Ma mai che a qualcuno di costoro venga in mente di nominarmi anche quando sarebbe ovvio. Dopo il ritiro delle truppe occidentali dall’Afghanistan le Tv e i giornali hanno intervistato tutti, ma proprio tutti, anche gente che a malapena sapeva dove si trova quel Paese, ma non me che in una serie infinita di articoli e in un libro (Il Mullah Omar) quella sconfitta avevo previsto da tempo. Devo ringraziare Giorgio Dell’Arti che su Anteprima ha ripreso per intero il mio ultimo pezzo su Afghanistan, ma Dell’Arti, come Antonello Piroso, come Cesare Lanza, è uno di quelli che si son messi fuori dal coro e sono stati di fatto estromessi dal mestiere.

No, non posso proprio tifare Italia. Tifo Belgio, nonostante i nostri cugini d’Oltralpe chiamino i belgi, non senza qualche ragione, dei “francesi stupidi” (mi pare che questa icastica definizione sia del solito Baudelaire). Tifo Belgio perché vi gioca quello che, a parer mio e non solo mio, è oggi il miglior giocatore del mondo, Kevin De Bruyne. Anche questo cognome ha per me un qualche significato. Il ciclista Fred De Bruyne faceva parte di qual formidabile gruppo di corridori belgi, Rik van Steenbergen, Rik van Looy, Stan Ockers, Leon van Daele, che negli anni Cinquanta dominarono, insieme agli italiani, Coppi e Bartali su tutti, e ai francesi, Louison Bobet, Jacques Anquetil, lo sfortunatissimo Roger Riviere, in quel campo e mi ricordo un tempo in cui non solo i nostri ciclisti erano migliori, ma gli italiani erano migliori, per onestà, spirito di solidarietà (chi non ricorda lo scambio di borracce fa gli arcinemici Bartali e Coppi?), senso di appartenenza nazionale.

Io, come Giorgio Gaber, all’Italia di oggi non mi sento di appartenere. Ma torniamo al calcio dei nostri giorni. Giovedì s’è giocata la partita Danimarca-Belgio. C’è stato anche un momento di autentica commozione, non retorica alla Fabio Caressa, quando l’arbitro olandese Kuipers ha fermato il gioco e in omaggio allo sfortunatissimo Chris Eriksen si è messo ad applaudire, seguito dai giocatori e da tutti i tifosi, danesi e belgi. Un minuto di applausi che Kuipers non ha ritenuto nemmeno di dover recuperare.

È stata una partita bellissima. I danesi motivatissimi, per tutto il primo tempo non han fatto toccar palla ai belgi che pur sono molto più tecnici. In campo sembrava che ci fossero solo loro. Il risultato del primo tempo era 1-0 per i danesi.

A questo punto l’allenatore del Belgio Martinez si è trovato difronte a un dilemma. In panchina aveva De Bruyne, ma De Bruyne solo venti giorni fa, nella finale di Champions, era stato vittima di uno spaventoso incidente, testa contro testa, che gli aveva spaccato il setto nasale e l’arcata sopraccigliare, era stato al limite del collasso. Martinez pensava di risparmiarlo per le partite a seguire se il Belgio avesse passato il turno. Ma con quell’1-0 il turno poteva non passarlo affatto. Quindi, alla disperata, ha mandato sul terreno di gioco De Bruyne, senza poter sapere quale fosse la sua condizione fisica e soprattutto mentale. Con De Bruyne in campo è stata un’altra partita. Prima un assist meraviglioso, con una finta mette a sedere due avversari, potrebbe tirare lui ma passa ad Thorgan Hazard completamente libero, poi si mette in proprio e segna il gol decisivo del 2-1. Raramente ho visto un giocatore, si chiami pure Cristiano Ronaldo, cambiare in questo modo il corso di una partita.

Quindi forza Kevin e fanculo Italia, con tante scuse a Mancini e ai suoi bravissimi ragazzi.

Il Fatto Quotidiano, 22 giugno 2021