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Sul Corriere Aldo Cazzullo che tiene giornalmente una interessante rubrica di posta, rispondendo a due lettori angosciati per il suicidio della giovane pallavolista Julia Ituma, che gli chiedevano di dare una risposta a questo suicidio, si è affannato a spiegare il fenomeno del suicidio in termini generali, ricorrendo, fra l’altro, insieme ad altre ipotesi più intime, alla “rivoluzione digitale”.

A Cazzullo sembra sfuggire che l’esponenziale aumento dei suicidi nel mondo occidentale ha radici ben più antiche della “rivoluzione digitale”, che è un fenomeno degli ultimi vent’anni. Radici che affondano nel terreno del modello di vita che ci siamo creati  dopo l’avvento della Rivoluzione industriale e che l’Illuminismo ha razionalizzato nell’ideologia liberista e marxista. Cazzullo non può accettare, pur da riformista moderato qual è, di dover rispondere alla indecente domanda se “si stava meglio quando si stava peggio” intendendo qui come peggio il mondo pre industriale e pre illuminista.

Si potrebbero tirare in ballo per affermare le ragioni del peggio sul meglio, i fattori che erano patrimonio della società, in prevalenza contadina e artigiana, che ha immediatamente preceduto la Rivoluzione industriale:  l’identità, la minore solitudine, l’armonia, i forti sentimenti, la bellezza del paesaggio, l’illusione della fede. Mi si è sempre obiettato che questi fattori o valori non sono definibili e quindi qualsiasi raffronto con la società moderna che, al contrario, produce beni fisici e quindi quantificabili non è possibile e comunque è un esercizio ozioso. Ma non è così. Ci sono almeno due fattori, oserei dire quantistici, o  comunque statistici, per poter affermare che il peggio era meglio del meglio: i suicidi, appunto, e le malattie mentali. Secondo studi condotti, su una base di quattrocentomila persone, nella Londra del ventennio fra il 1640 ed il 1660, la percentuale dei suicidi fu di 2,5 su centomila abitanti. Naturalmente la base presa in esame è troppo ristretta e circoscritta per poter fare una statistica generale dei livelli dei suicidi nell’Europa pre industriale. Peraltro è molto probabile che il dato londinese di 2,5 pecchi per eccesso e non per difetto perché non è riferito ad una realtà rurale quale era, per i quattro quinti, quella della società pre industriale, ma ad una città come Londra che all’epoca, con più di 500 mila abitanti, aveva già le dimensioni di una metropoli moderna ed è noto, dai classici studi di Durkheim (il suicidio, 1970) che fra i più importanti fattori che determinano il livello dei suicidi c’è l’urbanizzazione, fenomeno peculiare della civiltà industriale. 

Ma veniamo a tempi più recenti e a statistiche più controllabili ed estese. Nel 1851 i suicidi, nel mondo industrializzato, erano già 6,8 su centomila abitanti e divennero 19,4 su centomila nel 1975. C’è da notare che le regioni più ricche e industrializzate sono più ‘suicidarie’, per dir così, di quelle più povere e meno industrializzate. Un buon esempio è l’Italia, che comunque, e per fortuna, in generale è agli ultimi posti di questa sinistra classifica. Leggiamo i dati ISTAT del 2008 che sono gli ultimi forniti in questo campo: “Con riferimento ai valori medi dell’ultimo biennio di disponibilità del dato ISTAT di mortalità (2007-2008), tra le regioni del Nord i tassi più elevati di suicidio si sono registrati in Valle D’Aosta (11,0 per 100.000), in Piemonte (9,2 per 100.000) e nelle Province autonome di Bolzano e Trento (10,7 e 8,8 rispettivamente). Nell’Italia centrale valori piuttosto elevati sono stati registrati in Umbria (9,7 per 100.000) e nelle Marche (8,3 per 100.000). Tassi di suicidialità particolarmente contenuti (inferiori a 6,0 per 100.000 residenti) si sono invece registrati nel Lazio (5,0), in Campania (5,1), Puglia (5,5), Molise (5,9), Calabria (5,95)”. Comunque anche questi dati mediamente bassi ci dicono che il suicidio è in costante e continuo aumento. Prendiamo la Campania, regione dove ci si ammazza volentieri ma ci si suicida meno: nel 1975 i tassi di suicidio erano 2,1 per centomila abitanti ora sono al 5,1, triplicati. In Calabria si è passati da 2,6 a 5,95, triplicati anch’essi.  

Comunque se prendiamo per buona l’analisi londinese di metà del Seicento, i suicidi sono prima triplicati e quindi, stando ai dati disponibili di oggi, decuplicati. Prendiamo il Giappone, aveva un tasso di suicidi del 15,6 nel 1975, nel 1980 era salita a 18,5. Ora è del 23,8. Del resto se siete stati in Giappone avrete notato come nelle stazioni c’è un piccolo pertugio per permettere ai viaggiatori di scendere e poi un reticolato che prosegue per chilometri per impedire che qualcuno si butti sotto il treno, modalità preferita dagli attuali giapponesi al posto del rituale harakiri.

Sulle malattie mentali non abbiamo, per le società pre industriali, dati attendibili. Sappiamo che erano abbastanza frequenti le forme di demenza dovute a tare ereditarie, lo “scemo del villaggio” che godeva però di considerazione e rispetto ritenendosi che, in qualche suo misterioso modo, fosse in diretto contatto con Dio (era il modo sapiente con cui i nostri predecessori inglobavano il “diverso” senza bisogno di  Lgbtq+). Della stessa considerazione (rapporto diretto con Dio) godeva il mendico. C’è da notare che in Europa i mendichi erano l’1 percento della popolazione ed in linea di massima erano tali per loro scelta, insomma dei clochard consapevoli e desiderosi di rimanere tali. Nell’Italia odierna sono in condizione di povertà assoluta circa 5,6 milioni di individui (dati ISTAT). Ma qui ci addentriamo in un altro discorso che è quello delle immense, spudorate, vergognose, volgari disparità sociali nell’universo mondo (Bezos, Elon Musk). Ritorniamo al tema del suicidio e del contesto che lo favorisce, quello ignorato da Cazzullo. Nevrosi e depressione sono malattie della modernità, l’alcolismo di massa nasce con la Rivoluzione industriale, il fenomeno della droga, non più ristretto a intellettuali e scrittori (Mika Waltari per fare uno dei tantissimi esempi) o all’alta borghesia, è sotto gli occhi di tutti. Si può dire in termini generali che tutti noi basculiamo tra nevrosi e depressioni per trovare una persona sana, equilibrata bisogna andarla a cercare fra i popoli indigeni peraltro in via di estinzione come i rinoceronti. Negli Stati Uniti, 556 americani su mille fanno uso abituale di psicofarmaci. Cioè nel paese guida del mondo occidentale più di un abitante su due non regge la società in cui vive, non sta bene nella sua pelle. Questi sono dati del 1983, perché essendo cambiato il sistema sanitario statunitense non è possibile fare confronti, ma non c’è ragione di credere che l’abuso di psicofarmaci sia diminuito o non piuttosto aumentato visto l’orgia di violenza che ci viene pressoché ogni giorno da quel Paese.

Ma lasciamo, per concludere, le fredde statistiche. Confrontiamo la stupenda Ninfa di Luca Cranach (1472-1553) esposta alla Nationalgalleriet di Oslo con l’Urlo di Munch (1893) esposto anch’esso alla Nationalgalleriet. Cranach aveva intuito le stesse cose che hanno intuito Munch o Kafka, ma mentre nella Ninfa, inquietudine, dubbio, sospetto si ricompongono in una superiore armonia estetica, etica e psicologica, nell’Urlo diventano angoscia allo stato puro, senza speranza.

 

Il Fatto Quotidiano, 22 Aprile 2023

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Walter Veltroni, sul Corriere della Sera (ma cos’ha fatto di male il giornale di via Solferino per averci un simile editorialista?) si esalta perché grazie ai vaccini contro il cancro e le malattie vascolari, vaccini peraltro ancora di là da venire, l’uomo potrà raddoppiare la durata della propria esistenza.

In termini assoluti la vita umana non è aumentata di un solo cent come testimonia Pierre Chaunu, uno dei più autorevoli storici della scuola degli Annales. Anche se il raffronto fra la vita media, o per meglio dire l’aspettativa di vita che, come vedremo, sono due cose ben diverse, non può essere fatta sugli assoluti, non posso risparmiare a Veltroni il bel racconto di John Locke (1632-1704) a proposito di una candida vecchia signora del suo tempo: “oggi ho incontrato una certa Alice George, una donna che dice di aver compiuto 108 anni a Ognissanti dello scorso anno. Ella vive nella parrocchia di St. Giles a Oxford ... è nata a Saltwiyche nel Worcestershire e da ragazza si chiamava Alice Guise. Suo padre morì a 83 anni, sua madre a 96 e la nonna materna a 111. Si è sposata a trent’anni e ha avuto quindici bambini, dieci maschi e cinque femmine, tutti battezzati, e ha avuto anche tre aborti. Tre dei suoi figli sono ancora in vita... cammina dritta appoggiandosi ad un bastone, e tuttavia l’ho vista chinarsi due volte senza cercare alcun appoggio, prendendo una volta una tazza e un’altra per raccogliere un guanto da terra. Ci sente benissimo. Dice che aveva sedici anni nel 1588 quando andò a Worcester per vedere la regina Elisabetta, arrivando però tardi di un’ora: e questo corrisponde con l’età che dichiara”.

I confronti fra l’epoca preindustriale e la nostra non vanno fatti sulla vita media ma sull’aspettativa di vita dell’adulto. In epoca preindustriale la vita media sconta l’alta mortalità natale e perinatale che lasciava in vita i più robusti. Ma è ugualmente inesatto dire che uomini e donne vivessero, quando andava bene, una trentina d’anni. Basta confrontare questo dato demonizzante con l’età in cui quella gente si sposava, a 28/29 gli uomini, a 24/25 le donne, cioè non avrebbero avuto nemmeno il tempo per allevare i primi figli (parliamo ovviamente della gente del popolo, i nobili si sposavano spesso giovanissimi, Giulietta e Romeo docent).

Diciamo che in termini di aspettativa di vita abbiamo guadagnato una dozzina d’anni (80,5 anni gli uomini, 84,8 le donne, dati Istat 2022) rispetto ai circa settanta dell’era preindustriale. Padre Dante fissa il “mezzo del cammin di nostra vita” a trentacinque anni il che significa che gli uomini del suo tempo pensavano fosse ragionevole morire a settant’anni, in accordo con il biblista “settanta sono gli anni della vita dell’uomo”. Ma bisogna vedere come si vivono questi anni che abbiamo sgraffignato alla Natura. Lasciamo anche qui perdere punte d’eccellenza, sappiamo benissimo che ci sono novantenni e addirittura centenari, come per fare un solo esempio il mio amico Gino Barile dell’omonima grappa, arzilli e alle volte persino gaudenti. Parliamo della gente normale che viaggia fra i settanta e gli ottanta e più. Che senso ha vivere con tre o quattro gravi patologie in una RSA (Berlusconi fa storia a sé non solo perché non vive in una RSA ma perché è dotato, bisogna pure ammetterlo, di una energia fisica e mentale eccezionale)?.

Ma torniamo allo speranzoso Veltroni, vivremo 160 anni: un incubo. Ha detto lo psicanalista Cesare Musatti, a novant’anni e quindi al di sopra di ogni sospetto: “un mondo prevalentemente abitato da vecchi mi farebbe orrore”.

C’è poi il modo indecoroso in cui oggi quasi sempre si muore ( si veda l’ampia antologia The Dying Patient, americana, 1980): il morente, intubato, irto d’aghi, monitorizzato, computerizzato, è un oggetto, una povera cosa umiliata la cui agonia può essere prolungata oltre ogni limite di decenza, per mesi a volte per anni. Insomma siamo in balia dei medici, che possono essere anche dei bravi guaglioni, ma soprattutto della medicina tecnologica che è la vera padrona della nostra morte.  In passato non era così. Scrive Ariés (Storia della morte in Occidente, 1978): “L’uomo è stato per millenni il padrone assoluto della sua morte e delle circostanze della sua morte. Oggi non lo è più. Prima di tutto era inteso, come cosa normale, che l’uomo sapeva di star per morire, sia che se ne accorgesse da solo, sia che bisognasse avvertirlo. Per i nostri vecchi autori era naturale che l’uomo sentisse la morte vicina. Di rado la morte era improvvisa e … molto temuta (oggi la morte improvvisa per eccellenza è l’infarto, malattia tipica della modernità quasi sconosciuta in passato), non solo perché non dava il tempo di pentirsi, ma perché privava l’uomo della sua morte. La morte, dunque, era quasi sempre preannunciata”. Non solo il morente non doveva essere privato della sua morte, la presiedeva: “La parte principale toccava al morente stesso. Egli presiedeva , senza mai incespicare, perché sapeva come comportarsi, tante volte era stato testimone di simili scene. Chiamava ad uno ad uno i suoi parenti, i suoi familiari, i suoi domestici fino ai più umili. Diceva loro addio, chiedeva perdono, dava loro la benedizione. Investito di autorità sovrana, soprattutto nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, all’avvicinarsi della morte impartiva ordini, faceva raccomandazioni (oggi in virtù della legittima non puoi nemmeno diseredare il figlio stronzo). L’uomo del Medioevo e del Rinascimento teneva a partecipare alla propria morte, perché vedeva in essa un momento eccezionale in cui la sua individualità riceveva la forma definitiva. Non era padrone della propria vita che nella misura in cui era padrone della propria morte. La sua morte apparteneva a lui ed a lui solo”. Insomma la morte, o meglio il modo del morire, dava il senso di un’intera vita. I Romani lo avevano ben presente, la morte supremamente degna era quella in battaglia o per suicidio. Una morte violenta dunque. Perché i calciatori del Torino periti a Superga o Ayrton Senna ci restano così impressi? Perché la morte violenta, soprattutto se giovane, li ha resi immortali. Non nel senso però che piace a Veltroni che vaneggia di una vita “senza data di scadenza”. Veltroni non si accorge che una vita immortale sarebbe, alla fine, la morte dell’umanità, perché riempiti tutti i buchi della terra e anche del sottoterra come nella mitica Agarthi non ci sarebbe più lo spazio fisico per fare nuovi figli, ammesso che con qualche altra diavoleria tecnologica una donna possa concepire a 160 anni.

Infine consiglieremmo a Walter Veltroni di leggere, prima di avventurarsi in argomenti tanto complessi che non sono alla sua portata, Ariés, Chaunu, Russel, Cipolla, Laslett, Reinhard, gli Annales e, perché no, La ragione aveva torto?.

 

Il Fatto Quotidiano, 19 Aprile 2023

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Le prepotenze di Zelensky e dei suoi hanno superato ogni limite. Per la recente Via Crucis l’ambasciatore Ucraino in Vaticano, Andrii Yurash, ha protestato perché vi hanno partecipato oltre ad un ucraino anche un russo: “dimentica di dire che i suoi parenti sono andati in Ucraina per uccidere, e non viceversa”.  Papa Francesco questa volta non ha chinato la testa, lo aveva fatto l’anno scorso quando la protesta ucraina aveva ottenuto che il discorso del Papa, che comprendeva nella Via Crucis due ragazze, una ucraina e una russa, non fosse letto. Di recente il Corriere pubblicava un articolo dal titolo “schiaffo all’Ucraina” perché il Cio si era opposto alla pretesa ucraina che gli atleti russi non fossero presenti alle prossime Olimpiadi. Presa di posizione peraltro a metà perché il presidente del Cio Thomas Bach, da non confondersi con il musicista, tedesco e quindi chiaramente nazista, aveva dichiarato che gli atleti russi e bielorussi sarebbero stati accettati se “non hanno mai partecipato a una manifestazione pro guerra, hanno avuto rapporti con agenzie di sicurezza nazionale o si siano fatti tatuare la famigerata Z”. La fondista russa Stepanova ha risposto a muso duro a Thomas Bach, che è tedesco come il musicista e quindi in pectore nazista: “io non permetterò a nessuno di analizzare le mie opinioni per decidere se parteciperò ai Mondiali”. Dichiarazione ineccepibile, cui va aggiunto che, moraleggiando allo stesso modo, si potrebbe chiedere agli ucraini che ci facciano, nel loro esercito, i nazisti della Azov.

Ma ritornando alle invasioni di campo di Zelensky nelle attività del Papa sarebbe bene ricordare allo stesso Zelensky che la missione del Papa di Roma è di tutelare tutti, senza distinzioni religiose e tantomeno politiche. Se c’è un’Entità dove “uno vale uno” è quella della Chiesa cattolica dove vige il concetto cristianissimo che il perdono (“porgi l’altra guancia”, Cristo, i Vangeli) vale per tutti anche per il peggiore degli uomini. Un concetto diversissimo da quello dell’ebraismo militante che privilegia la vendetta e a proposito del genocidio di Gerico nel Deuteronomio, 33-34, afferma: “votammo allo sterminio ogni città, uomini, donne, bambini; non vi lasciammo anima viva”, nemmeno le bestie ad ascoltare altri passi della Bibbia il libro più noir stando ad alcuni interpreti contemporanei.

Ma a parte tutto questo perché noi europei dovremmo difendere a spada tratta uno Stato, l’Ucraina, che Stato non è mai stato davvero, ma solo un regalo di Krusciov che ne volle fare una provincia autonoma all’interno dell’Unione Sovietica?. Uno Stato dove sono state cancellate tutte le opposizioni e non esiste, di fatto, libertà di espressione. Perché gli ucraini sono “eroici nella difesa del loro territorio”? A parte il fatto che “eroici“ non tutti sono visto che fra gli otto e i dieci milioni se la sono filata e non tutti possono essere donne e bambini (quando gli occidentali invasero l’Afghanistan talebano nessun afgano, talebano o meno,  lasciò il paese, questo per dire che cos’è il vero sentimento di identità nazionale). In ogni caso con l’appoggio degli Stati Uniti, della Germania, della Polonia e di altri addentellati USA sarebbe stato “eroico” anche il Lussemburgo.

E poi che cosa ha dato, culturalmente e artisticamente, l’Ucraina all’Europa a differenza della Russia? I “balletti russi” si chiamano così perché furono inventati e creati a Parigi dal Russo Diaghilev. I più grandi ballerini di tutti i tempi sono stati Nižinskij (“la grazia innaturale di Nižinskij”, Prospettiva Nevski di Battiato) e Rudi Nurejev a meno di non ricorrere all’antica Roma, a Paride “un danzatore che alla straordinaria bellezza univa grazia, agilità, intensità espressiva” (Nerone, Duemila anni di calunnie).

E che dire dei musicisti: Ciaikovski, Mussorgski, Prokofiev, Rimskij-Korsakov, Stravinskij e ci potremmo fermare qui perché l’elenco occuperebbe un paio di pagine del Fatto. Sugli scrittori russi si sono educate generazione di europei: Puskin, Dostoevskij, Tolstoj, Turgenev, Lermontov. C’è Gogol, le anime morte, che è ucraino ma non sarebbe mai esistito se non all’interno della grande letteratura russa.

A me pare che non sia la Russia di Putin a voler cancellare l’Ucraina dalla mappa del mondo, ma che sia l’Ucraina a voler cancellare la Russia con tutta la sua storia. E comunque io dovrei stare con l’Ucraina che ora, ricattando, tiene per le palle mezzo mondo? Io mezzo russo, ebreo per soprammercato, sto con “la grande madre Russia”, di cui Putin è solo un tragico esemplare che non può far dimenticare tutto ciò che questo grande Paese ci ha dato.

 

Il Fatto Quotidiano, 14 Aprile 2023