Sul Fatto del 4 maggio lo storico Gianni Oliva ci offre una interessante versione, la trentaduesima per sua stessa ammissione, sulla fine di Benito Mussolini a Dongo. L’articolo è centrato soprattutto sui regolamenti di conti dei partigiani fra chi doveva assumersi la responsabilità della fucilazione del Duce e di Claretta Petacci e su chi si sarebbe appropriato dell’oro, molto presunto, che la carovana dei fascisti in fuga si sarebbe portato dietro (il cosiddetto “oro di Dongo”). Miserie.
Fa specie in questa ricostruzione che non sia nemmeno citato l’autentico protagonista della cattura di Mussolini e dei gerarchi al suo seguito, vale a dire il conte Pier Luigi Bellini delle Stelle, in arte “Pedro”. Nella ricostruzione c’è un palese errore perché si attribuisce a “Bill”, Urbano Lazzari, il ruolo di vicecommissario politico del piccolo gruppo di partigiani, sette in tutto, che catturarono Mussolini e gli altri. Il comandante di quel piccolo gruppo era “Pedro” e fu lui che prese la decisione, audacissima, di fermare la colonna di trecento tedeschi, comandati da Fritz Birzer, che erano in ritirata, una ritirata ordinata come furono sempre quelle dei tedeschi durante gli ultimi sgoccioli della seconda guerra mondiale e quindi armati di tutto punto. A questa colonna si erano aggregati Mussolini e gli altri gerarchi. Bill ebbe il compito di perlustrare l’autoblindo su cui si era nascosto il Duce mascherato da soldato tedesco. Bill individuò un uomo che di tedesco non aveva nulla. Insospettito si avvicinò. In un estremo tentativo di coprire il Duce i soldati che gli erano attorno dissero: “camerata ubriaco” ma quando sollevò l’elmetto del “camerata ubriaco” Bill che era di origine contadine esclamò: ”Madonna, el crapùn!”. Bill portò all’accampamento di Pedro Mussolini e gli altri gerarchi catturati che, insieme a Claretta Petacci, seguivano su una seconda macchina. Pedro trattò Mussolini e gli altri gerarchi catturati con la pietas che sempre si deve, o si dovrebbe, ai vinti. Da Milano arrivò un gruppo di partigiani che su ordine del CLN avevano l’ordine di fucilare Mussolini e gli altri. La sera prima alla notizia della cattura di Mussolini si era tenuta una riunione del comando CLN milanese a cui parteciparono fra gli altri Italo Pietra, futuro direttore del Giorno e Paolo Murialdi che ho conosciuto bene perché da vecchio abitava nel mio stesso condominio. Nessuno, mi raccontò Murialdi, voleva prendersi la responsabilità di un’azione che somigliava più a quella del boia che ad un atto glorioso. Fu scelto quindi l’ultimo fico del bigonzo, il ragionier Audisio, in arte “colonello Valerio”.
Quando gli uomini di Valerio arrivarono sul posto ci fu un momento di sconcerto. In un primo tempo i partigiani di Pedro e Bill li presero per fascisti, perché non si erano mai visti partigiani con divise nuove di zecca, cioè gente che la montagna non l’aveva mai praticata. Valerio presentò le credenziali del CLN e si fece dare da Pedro i nomi dei gerarchi catturati, quelli colpevoli e quelli meno colpevoli. Audisio mise una crocetta sulle persone che intendeva fucilare. Quando arrivò alla Petacci mise la crocetta. “Ma come, vuoi fucilare anche la donna?” obiettò Pedro. “Sì”. “Allora io ritiro i miei uomini dalla piazza perché con questa faccenda non voglio avere nulla a che fare”.
Il resto lo raccontò lo stesso Audisio in tre articoli sull’Unità. Articoli indecenti perché Audisio si soffermava sadicamente sulle mutandine della Petacci che cercava frettolosamente di rivestirsi. “Tira via” (L’Unità resasi conto dell’indecenza non ripubblicò mai quegli articoli).
Pedro l’ho conosciuto molto bene perché era amico di mio padre Benso Fini (l’unica introduzione della sua vita l’ha fatta al libro Dongo: la fine di Mussolini in cui molti anni dopo i fatti, nel 1962, Pedro e Bill scrissero sulla loro vita da partigiani). In seguito ebbi con lui una frequentazione e fu molte volte ospite a casa mia insieme alla moglie, sorella del compositore Luciano Berio. Non amava farsi bello, riluttava a parlare dei suoi trascorsi partigiani, bisognava strapparglieli con le tenaglie.
Pier Luigi Bellini delle Stelle fu anche, come rappresentante dei pubblicisti, membro dell’Associazione Lombarda dei giornalisti alla fine degli anni Settanta, quando in quella Associazione dominavano i giornalisti comunisti del Corriere della Sera, i Fiengo e i Pantucci, sembrava che la Resistenza l’avessero fatta loro. Una volta mi spazientii e dissi: “Voi fate i fenomeni dell’antifascismo, ma qui c’è una persona che la Resistenza l’ha fatto per davvero” indicando Pier Luigi Bellini delle Stelle, che si schermì.
Pedro non strumentalizzò mai la sua partecipazione alla guerra partigiana, ingegnere fece un’onesta carriera all’Eni, il ragionier Audisio morì parlamentare della Repubblica fra le file del Pci.
Ebbene se devo riferirmi alla lotta partigiana io penso a quella di Pedro, non a quella di Valerio.
Il Fatto Quotidiano, 10 maggio 2023
Del viaggio del Papa a Budapest i media, nazionali ed internazionali, hanno colto o cercato di cogliere solo gli aspetti politici: una possibile mediazione fra Ucraina e Russia attraverso il metropolita ortodosso di Budapest e un possibile, anche se parecchio improbabile, incontro col Patriarca di tutte le Russie Kirill, ortodosso ovviamente anche lui e sostenitore aperto di Putin. Hanno invece sorvolato sul discorso che Bergoglio ha fatto domenica 30 aprile all’Università di Budapest. Potendo parlare per una volta da persona colta a persone colte, invece che con politici più o meno bifolchi, Bergoglio ha tenuto un discorso di alto profilo che, mettendo da parte le questioni pratiche che appaiono più evidenti, la pace e l’immigrazione, tocca la sostanza del mondo che stiamo vivendo.
Bergoglio è partito da uno scritto, Lettere dal Lago di Como, del 1924, ripubblicato nel 2022, del teologo italiano ma naturalizzato tedesco Romano Guardini. Cosa scriveva Guardini nel 1924 e quindi in anticipo anche su Martin Heidegger che ha posto al centro della sua riflessione la questione fondamentale della Tecnica e della sua ambiguità? Guardini sostiene, in contrapposizione radicale alla attuale cultura dominante totalmente assoggettata alla Scienza tecnologicamente applicata -sono costretto ovviamente a semplificare- che c’è un modo diverso di porsi verso l’esistente “un creare secondo la natura, che non oltrepassa i limiti stabiliti” e prosegue affermando “le energie e le sostanze sono fatte convergere ad un unico fine: la macchina e così si sviluppa una tecnica dell’assoggettamento dell’essere vivente”. Facendo proprie le questioni poste da Guardini Bergoglio ha detto “cosa ne sarà della vita se essa finirà sotto questo giogo? Cosa accadrà quando ci troveremo davanti al prevalere degli imperativi della tecnica? La vita, ormai, è inquadrata in un sistema di macchine. In un tale sistema, la vita può rimanere vivente?”. E attualizzando il discorso ai giorni nostri con osservazioni che un secolo fa potevano anche sfuggire o non essere così evidenti ha affermato: “siamo succubi di un capitalismo selvaggio, gli uomini sentono come più dolorose le proprie debolezze, in una società dove la velocità esteriore va di pari passo con la fragilità interiore”. In qualche punto del suo discorso Bergoglio diventa quasi pasoliniano affermando, anche se non la nomina in modo esplicito, che esiste una dittatura del consumo che tutto appiattisce e tutto uniforma di fronte alla quale l’uomo si sente smarrito.
Un giovane prete -o meglio era giovane come lo ero io quando ci incontrammo per la prima volta- che fa un ottimo lavoro sociale nel disastrato quartiere siracusano di Ortigia mi ha scritto dicendo che i discorsi di Guardini e soprattutto di Bergoglio sono “finiani”. Non esageriamo. Però una cosa è se certi pensieri eterodossi li esprimo io altra se appartengono ad un Papa che meriterebbero quindi un’attenzione molto diversa da parte della cultura dominante.
Il Fatto Quotidiano, 6 Maggio 2023
Poiché Marco Travaglio continua a dilazionare i miei articoli anche quando riguardano il discorso di un Papa, a meno che non sia nella linea pacifista del giornale anche quando riguarda questioni profonde ed essenziali del mondo moderno, scriverò qui per me stesso e per chi abbia voglia di leggere.
Ci siamo salvati dal 25 aprile, dal primo maggio e ci salveremo anche dalla festa napoletana, cui si è iscritto anche Berlusconi, per la vittoria del Campionato seppure fosse assicurata da tempo. Sono un tifoso anch’io e capisco la gioia dei napoletani. Capisco meno che il telegiornale serale di Sky abbia dedicato un paio d’ore a questa vittoria costringendo i suoi telecronisti o commentatori a dire almeno 33 volte che erano 33 anni che non vinceva lo scudetto. Forse sarebbe stato più opportuno ricordare che il Napoli quest’anno ha mancato un obiettivo che sembrava abbondantemente alla sua portata. La finale di Champions. Si è fatto battere dal Milan. Così per una serie di coincidenze in finale ci andranno il Milan o l’Inter, due delle peggiori squadre a livello europeo. Il Manchester city ha spianato la strada battendo il Bayern e il Paris Saint Germain e probabilmente sbatterà fuori anche il Real Madrid. La finale tra City e Inter o Milan fra il City di Kevin De Bruyne e l’Inter o il Milan non dovrebbe avere storie a meno che il genio Guardiola non costringa De Bruyne all’ala, come ha già fatto altre volte, e insista coll’oggetto misterioso Grealish costato 117,5 milioni di euro, una cifra mai pagata per nessun calciatore.
Quando Sky approdò in Italia nel 2003 mi ci abbonai subito, pensavo che essendo proprietà di un australiano, Murdoch, sarebbe stato più obiettivo sulle vicende italiane. E non mi sbagliavo. Quando nel 2018 Sky è stata acquistata dalla Comcast americana tutto è cambiato. Oggi Sky è appecoronata al pensiero comune e al Governo. A Sky rimangono due eccellenze. Una è Omar Schillaci che si occupa di musica e nelle sue interviste è capace di far dire cose intelligenti persino a Baglioni o a far comprendere le canzoni di Battiato non sempre facili. L’altra eccellenza è Chiara Martinoli cui a volte, rare, fanno fare la rassegna stampa dell’una o delle due di notte. Non si tratta di una cosa facile, si tratta di leggere gli svariati argomenti dei giornali dando però loro un filo conduttore che riassuma la giornata appena passata. Lei la fa benissimo meglio di tutte le sue colleghe. Una volta sola le hanno fatto condurre anche il Tg, sola per ragioni credo di intuire ma che cercherò di chiarire più avanti. Chiara che deve avere trenta o trent’uno anni non è bella, ha qualcosa di più, ha grazia. Per capire cosa sia la grazia mi rifarò ad un estratto della voce così intitolata nel Dizionario Erotico: “nella grazia c’è qualcosa di primigenio, di infantile, di candido, di casto, di spontaneo, di non lezioso, di non manierato, di non artefatto e, insieme, di malizioso. La grazia, a differenza della bellezza, non è un fatto statico, ma dinamico, si esprime in uno sguardo, in un sorriso, in un gesto, in un movimento e talora anche in un’imperfezione birichina che anima il viso”. In Chiara questo qualcosa in più si esprime in un certo tono della voce, in una erre arrotondata per cui io le farei direi mille volte ramarro è questo, credo, il motivo per cui la tengono il più possibile a distanza. Perché quando legge Chiara non ti importa nulla di quello che dice e il telespettatore è incantato dal suo viso che ricorda la Venere del Botticelli (“grazia suprema, eterna, e quindi modernissima”). Una volta, una sola, hanno fatto vedere Chiara Martinaroli in piedi, in calzoni, non formosa ma sottile al punto giusto, e hanno cambiato subito l’inquadratura perché il telespettatore non pensasse di essere capitato in una trasmissione hard. Diciamo l’hard composto, non esagerato di una serie di cassette che andavano di moda negli anni novanta titolate “School Girls”.
Quindi viva Chiara Martinoli abbasso il ferrigno Travaglio.
Massimo Fini, 05.05.2023