C’è una barzellettina divertente. Un automobilista telefona a Isoradio: “C’è un pazzo che in autostrada va contromano”. Dopo cinque minuti Isoradio riceve un’altra telefonata: “Non è solo uno, sono centinaia”. Il pazzo in questa stagione Covid-lockdown sono io perché ho un’opinione che va, sia pur parzialmente, contro le scelte fatte da quasi tutti i paesi (Svezia a parte, ma per il mio bene sfioro solo l’argomento Svezia perché Travaglio va in convulsioni). Ma la Storia racconta che in qualche caso i pazzi che nel Medioevo si riteneva avessero uno speciale rapporto con Dio hanno avuto ragione sia pure sulla lunga distanza.
Non sono né negazionista né complottista, due categorie che si intrecciano, tra l’altro contraddicendosi a vicenda (uffa, ogni volta che si parla di Covid-lockdown in modo diverso dalla communis opinio bisogna premettere che non si è negazionisti, come quando si critica Israele bisogna premettere che non si è antisemiti, così rafforzando la convinzione che si è proprio antisemiti). Il negazionismo va contro la realtà dei fatti. I morti all’anno per influenza sono mediamente 20.000, col Covid sono arrivati a 100.000 e sarebbero certamente moltiplicati, in che misura nessuno è in grado di dire, se non si fossero attuate le misure di contrasto. I complottisti sostengono che il Covid è un parto dei cosiddetti “poteri forti”, non mai ben specificati. Quindi per i negazionisti/complottisti il Covid non c’è ma anche c’è. Quale sarebbe il disegno dei poteri forti? Aumentare appunto il loro potere e la loro ricchezza. Ma che bisogno c’è se il potere e la ricchezza ce l’hanno già, oltretutto creando uno scompiglio tale che proprio questo potere e questa ricchezza potrebbe intaccare? Io non li ritengo così intelligenti da creare un complotto mondiale cui parteciperebbero evidentemente USA, Russia, Cina, Brasile eccetera né così stupidi da darsi la zappa sui piedi.
La mia posizione è diversa. Secondo me non c’è proporzione fra la pericolosità del Covid e le misure che sono state adottate per contrastarlo, fra cui la più decisiva e anche la più devastante è il “distanziamento sociale”. Sostengo anche che nel tentativo, onesto, sincero, di salvaguardare la nostra salute, la stiamo compromettendo.
Sulla didattica a distanza tutti i governi all’inizio si sono concentrati sul fatto che interrompe la formazione degli studenti. Ciò è vero, ma fino a un certo punto. Io ho fatto tre prestigiosi licei milanesi, Parini, Berchet, Carducci, e c’erano ripetenti e gente che andava a ottobre con un mucchio di materie (io in seconda media con cinque, un record assoluto credo). Quindi studenti che non avevano studiato o lo avevano fatto malissimo. Eppure molti di costoro hanno avuto una buona riuscita nella vita, i “secchioni” spesso no. Solo di recente ci si è accorti che il vero e più profondo problema della didattica a distanza sta nel fatto che i ragazzi non possono conoscersi e socializzare fra di loro in un’età in cui questo è particolarmente importante per il loro equilibrio. Ma questa è solo la punta dell’iceberg. L’ambiente scolastico è solo uno dei luoghi della socializzazione giovanile, ci sono gli sport collettivi e, più semplicemente, la possibilità di incontrare amici e amiche o conoscerne di nuovi.
Alcuni ospedali pediatrici hanno registrato che i ragazzi fra i dodici e i diciotto anni che, ovviamente spinti dai genitori, si rivolgono a psicologi o psichiatri in periodo Covid sono aumentati del 17%. Le patologie sono psichiche ma hanno anche conseguenze fisiche: stati depressivi e ansiosi, attacchi di panico, autolesionismo, tentazioni suicidarie, stati ipocondriaci, anoressia che colpisce in prevalenza le ragazze e che, com’è esperienza comune, può avere esiti letali. I pediatri ritengono che quel 17% in più sia solo una frazione del disagio adolescenziale, perché ovviamente non tutti, pur soffrendo di quei sintomi, ricorrono allo psicologo o allo psichiatra. La psicologa italiana Giorgia Lauro scrive: “L’epidemia di Covid19 e i conseguenti e ripetuti lockdown possono produrre e hanno prodotto molteplici conseguenze sulla vita degli adolescenti, stress cronico e acuto, preoccupazione per i loro famigliari, interruzioni scolastiche, aumento del tempo trascorso su internet e sui social media, preoccupazione per il proprio futuro”.
Non ci volevano equipe di pediatri, psicologi, psichiatri per capire che la reclusione in casa, per un anno e più, avrebbe devastato il mondo adolescenziale (e anche, sia pur in proporzione minore, quello adulto di cui qui non ci occupiamo), sarebbe bastata un po’ di esperienza e di senso comune.
I conti per gli automobilisti che ritengono di andare nella direzione “giusta” si faranno solo fra qualche anno, solo allora si potrà fare un bilancio fra costi e benefici e se, come ci dicono gli esperti, l’epidemia diventerà endemica, è chiaro che non potremo continuare col meccanismo dei lockdown stop and go, ma dovremo rassegnarci all’idea che, o bella, si può anche morire.
Il Fatto Quotidiano, 31 marzo 2021
A parer mio c'è un'unica, sola e vera epidemia: l'epidemia della paura. E poiché la paura contagia più velocemente del Covid, oggi molte persone che avevano affrontato questa emergenza ai suoi inizi con una certa serenità adesso sono terrorizzate e disposte a tutto, anche a farsi mettere il collare vaccinale che, di fatto, viola l'articolo della Costituzione che dice che nessuno può essere sottoposto a una cura contro la sua volontà. Ma a furia di violare le norme costituzionali, in nome oggi di un'emergenza sanitaria, domani magari di un interesse nazionale prevalente, stiamo finendo in uno stato di polizia sottoforma di democrazia.
M.F.
Il 20 marzo invece della Milano-Sanremo, storica gara di apertura della stagione ciclistica, vinta da un belga, Jasper Stuyven, si è celebrata la Giornata internazionale della felicità, istituita dall’ONU nel giugno del 2012. Infinite sono le celebrazione delle giornate internazionali o mondiali nel corso dell’anno, non si salva un sol dì che il Signore manda in terra. C’è la Giornata internazionale della pace, il Giorno della memoria, la Giornata del velo islamico, la Giornata dell’alfabeto braille, la Giornata della vita, la Giornata del malato, la Giornata del sonno, la Giornata della voce, la Giornata della neve, la Giornata della guida turistica, la Giornata dell’orso polare, la Giornata del gatto, la Giornata della pizza italiana, la Giornata delle torte, la Giornata della nutella e qui ci fermiamo per pietas nei confronti del lettore.
A parte quella della memoria, sono celebrazioni pleonastiche, superflue quando non addirittura grottesche. Ma la più stolida è proprio la Giornata internazionale della felicità. È vero che l’ONU fa riferimento al “diritto alla ricerca della felicità” inserito nella dichiarazione d’indipendenza americana del 1776, però l’edonismo straccione contemporaneo l’ha introiettato come un vero e proprio diritto alla felicità. Sono i diritti impossibili creati dalle suggestioni dell’Illuminismo, come il diritto alla salute (esiste semmai un diritto alla sanità, cioè ad essere curati sempre che lo si voglia, proprio nei giorni scorsi la Spagna, paese cattolico, ha legalizzato l’eutanasia). Esiste la salute, quando c’è, non il suo diritto. Esiste, in rari momenti della vita di un uomo, un rapido lampo, un attimo fuggente e sempre rimpianto, che chiamiamo felicità, non il suo diritto. Pensare che l’uomo abbia un diritto alla felicità significa renderlo ipso facto e per ciò stesso infelice. La sapienza antica era invece consapevole che la vita è innanzitutto fatica e dolore, per cui tutto ciò che viene in più è un frutto insperato e ce lo si può godere.
“La vita oscilla fra noia e dolore” può affermarlo solo Schopenhauer, rentier già corrotto dal benessere. L’uomo occidentale, che ha creato un modello di sviluppo imperniato sull’inseguimento spasmodico del bene, anzi del meglio, invece che sulla ricerca dell’armonia e dell’equilibrio in ciò che già c’è, si è costruito, con le sue stesse mani, il meccanismo perfetto e infallibile dell’infelicità.
Non è il sonno, ma il Sogno della Ragione che ha partorito mostri.
Il Fatto Quotidiano, 25 marzo 2021
L’ ‘annus horribilis’ segna una straordinaria défaillance della Scienza medica. Si è fatta sorprendere da un’influenza, certamente molto aggressiva, ma pur sempre un’influenza, non un morbo sconosciuto venuto da Marte. Di influenze ce ne sono ogni anno, vengono studiate, classificate, monitorate. La Scienza medica si basa, come ogni altra scienza, sulla ricerca, il che vuol dire non solo ricercare strumenti nuovi e più efficaci per curare un morbo conosciuto, ma provare a prevederne gli sviluppi. È arrivato un profluvio di interventi di epidemiologi, di virologi, di infettivologi, nessuno dei quali era d’accordo con l’altro, segno appunto che non se ne sapeva e non se ne capiva niente, confondendo ulteriormente una popolazione già turbata. L’unica cosa che, all’inizio, la Scienza medica è riuscita a dirci è: restate a casa. Ma questo avrebbe potuto dirlo anche un bambino di 5 anni. Dopo aver utilizzato cure non solo inefficaci ma a volte dannose, dando così il colpo di grazia al malato, si è deciso di ricorrere ai vaccini. Con un certo ritardo direi, se la campagna vaccinale è cominciata, più o meno in tutti i paesi, da poco più di un mese.
Adesso per inoculare il vaccino si sono ingaggiati medici di base, odontoiatri, dottorandi, infermieri, farmacisti. Ma, logistica a parte, il problema non è questo: fare un’iniezione è cosa che è in grado di fare una domestica o un marinaio o lo stesso interessato, avendo le necessarie informazioni. Il problema sta nel fatto che il medico di base dovrebbe essere in grado di capire alla svelta se certi sintomi segnalati dal paziente sono Covid o col Covid non hanno nulla a che fare, ed eventualmente, nei casi meno preoccupanti, curarlo a casa evitando di intasare gli ospedali. Ma, pur con molte eccezioni, il medico di base non è in grado di farlo, di fare il medico, è un burocrate che ha bisogno dell’ausilio della tecnologia. Quando vai in ambulatorio non ti guarda nemmeno in faccia, ti prescrive subito una mezza dozzina di esami, con perdita di denaro e soprattutto di tempo che nel caso del Covid è particolarmente decisivo. C’è una differenza fondamentale fra l’attuale medico di base e il vecchio “medico di famiglia”. Il medico di famiglia conosceva bene la tua storia e appunto quella della tua famiglia ma, soprattutto, il suo unico strumento di conoscenza era proprio il corpo del malato, gli respirava addosso (adesso non vengono a visitarti nemmeno a casa, le diagnosi le fanno a distanza, magari utilizzando il video). E conoscendo il corpo e le reazioni, fisiche e psicologiche, dei suoi pazienti, era in grado di fare le necessarie comparazioni e valutazioni, la diagnosi. Il rapporto di fiducia col proprio medico è già una cura. Non si può avere lo stesso rapporto con una macchina.
Sui vaccini si è capito poco. Si sa che gli attuali vaccini antiCovid non immunizzano per sempre, ma hanno una durata limitata. Per un anno? Per soli sei mesi, per tre? Se fosse per tre mesi o anche per sei sarebbe un grosso guaio, non solo per i rifornimenti e la logistica, ma per la psicologia del cittadino il quale non ha troppa voglia di farsi ogni due per tre la trafila per rivaccinarsi, come fosse un malato di reni perennemente in dialisi. E questo potrebbe aumentare l’istintiva ripulsa verso i vaccini. Non è certo che chi è vaccinato non sia più contagioso. Non si sa a che livello di vaccinati si raggiunge l’agognata “immunità di gregge”.
C’è stato poi il ‘pasticciaccio’ Astrazeneca che ha creato il panico nelle popolazioni, ma anche nei governi. E la sfiducia nella Scienza medica su base tecnologica è giunta al punto che le rassicurazioni dei vari Enti di controllo, Ema, Aifa, Oms, hanno ottenuto l’effetto opposto. Le morti sospette in seguito al vaccino sono, ad ora, una trentina circa su decine di milioni di vaccinati (gli “effetti indesiderati” sono molti di più, questo è fisiologico, perché nessuna medicina, anche la più usata, poniamo l’aspirina, è del tutto innocente, perché altera comunque gli equilibri del nostro corpo, basta leggere un qualsiasi ‘bugiardino’). Una trentina di decessi su decine di milioni di vaccinati fanno in percentuale lo 0,000 virgola. Un’inezia (anche se poi vai a dirglielo a uno che è morto in seguito al vaccino che lui è irrilevante per la statistica, e questo vale anche per quel che dirò in conclusione). È quindi del tutto irragionevole aver paura per dei decimali di pericolosità. Ma questo vale anche per il Covid19. La percentuale, in un anno, di decessi per Covid in Italia è stata dello 0,16%. Poniamo pure che senza le misure di contrasto, fra le quali la più decisiva è il distanziamento sociale, i decessi sarebbero quadruplicati. Saremmo allo 0,60% della nostra popolazione. È stato ragionevole per questo 0,60 derubare il restante 99,4 di un periodo di vita che non tornerà più, frantumare la socialità, la struttura nervosa, l’economia di un’intera popolazione, oltretutto con gravi conseguenze che si protrarranno molto oltre la fine della pandemia, se mai fine ci sarà? Secondo me no.
Il Fatto Quotidiano, 23 marzo 2021