“La cattura di Matteo Messina Denaro, il più importante boss della Mafia, è una grande e storica vittoria dello Stato sulla criminalità organizzata”. Questo è l’unanime commento all’arresto di Matteo Messina Denaro. Ed è certamente importante che un criminale così efferato sia stato, come suol dirsi, assicurato alla Giustizia. Una vittoria, per la verità, un po’ tardiva, quasi fuori tempo massimo, diciamo ai supplementari, perché il sessantenne Messina Denaro era malato di cancro al colon e se per curarsi era costretto a sfidare tutte le norme di prudenza, vuol dire che, presumibilmente, non aveva più molto da vivere. Inoltre se i Ros sapevano, come pare, di questa malattia, non doveva poi essere così difficile sorvegliare gli ospedali oncologici siciliani, non di tutto il Paese, perché si sa che i mafiosi d’alto bordo preferiscono restare in loco dove si sentono più protetti.
La cattura di Matteo Messina Denaro che nella latitanza aveva preso il nome, curiosa ed esoterica coincidenza, di Andrea Bonafede, cognome dell’ex e contestatissimo (dai criminali) ministro della Giustizia, è un’arma a doppio taglio. Perché Magistratura, Ros e polizie varie perdono un punto di riferimento. Per la verità è da tempo che la Mafia ha cambiato tattica e rinuncia ad avere un capo unico, come furono Toto Riina e Bernardo Provenzano ,si è fatta “liquida”, è dappertutto e da nessuna parte. Questo vale soprattutto per la piu pericolosa delle quattro mafie che abbiamo, un vero record, Mafia propriamente detta , ‘ndrangheta, Camorra, Sacra corona unita, la ‘ndrangehta che ha esteso i suoi tentacoli al Nord Italia e anche oltre (in realtà quando ndranghetosi di medio calibro varcano i confini, come è avvenuto in Germania, vengono subito acchiappati dalla polizia e dalla magistratura tedesca che, come quelle belghe, non hanno tutti i lacci e lacciuoli che ci sono in Italia) dove, da Mani Pulite in poi, si conduce una guerra continua e feroce contro quella Magistratura che oggi si esalta. E’ trent’anni che la Magistratura viene combattuta in nome del peloso “garantismo” di matrice berlusconiana.
Oggi si dice apertamente che la Mafia siciliana ha goduto di ampi favori anche da parte imprenditoriale. Ebbene Silvio Berlusconi ha avuto vari contatti con la Mafia, dallo stalliere mafioso Mangano chiamato ad Arcore per difenderlo proprio dalla Mafia, come se in tutto lo Stivale non ci fossero stallieri un po’ meno compromessi, ai rapporti con Delll’Utri, cofondatore di Forza Italia, condannato a sette anni via definitiva per “concorso esterno in associazione mafiosa”. Nella sentenza definitiva su Dell’Utri, si legge che Berlusconi finanziò regolarmente Cosa Nostra almeno fino al 1992. L’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio.
Ora vorremmo suggerire a Giorgia Meloni, che più o meno lecitamente si fa bella di questa cattura, di guardare all’interno della propria coalizione dove c’è un soggetto come Silvio Berlusconi che oltre a se stesso, il che già basterebbe, ha nel suo gruppo e anche fra i parlamentari soggetti compromessi, o addirittura condannati, per rapporti con le tre maggiori mafie italiane, Mafia, ‘ndrangheta, Camorra ( la Sacra corona unita pugliese fa caso a sé, perché la Puglia e soprattutto il Salento hanno una faccia un po’ più pulita). Fino a quando Silvio Berlusconi sarà il perno, per il momento insostituibile, della politica italiana non ci sarà modo per la Magistratura, per la Direzione investigativa antimafia, per i Ros, per la polizia, per i carabinieri, per quanta competenza e buona volontà ci mettano, di sconfiggere la mafia.
Il Fatto Quotidiano, 17 01 2023
Secondo calcoli probabilistici, molto attendibili, quelli che sono giovani oggi riceveranno la pensione a 72 anni. Ma che bella festa, non fai tempo a raggiungere l’agognata pensione che sei già dre’ a murì. Che poi la pensione sia agognabile è molto discutibile, solo la Modernità poteva inventare un istituto così atroce: da un giorno all’altro tu perdi di colpo il ruolo, per quanto modesto, che hai avuto nella società, “e adesso vai a curare le gardenie povero, vecchio e inutile stronzo” oppure a interessarti di cose di cui non ti è mai fregato nulla, vedi le tragicomiche figure di Bouvard e Pécuchet in Flaubert.
È vero che l’aspettativa di vita media si è allungata, 79,4 anni per gli uomini e 84,5 per le donne (non si vedono in giro che vedove), rispetto all’era preindustriale in cui l’aspettativa di vita era intorno ai settant’anni: quando padre Dante nella Commedia scrive “Nel mezzo del cammin di nostra vita” ha 35 anni, il che vuol dire che a quei tempi si considerava ragionevole raggiungere i settant’anni, del resto il biblista dice “Settanta sono gli anni della vita dell’uomo”. Abbiamo quindi sgraffignato alla Natura una dozzina di anni, ma c’è da vedere come si vivono questi anni. Innanzitutto nessuno può togliere a una persona di quell’età l’angoscia di sapere che la Nobile Signora ha già alzato la sua falce ed è pronta ad agguantarti con un infarto devastante o si è accoccolata in te sotto forma di un tumore non ancora diagnosticato. È la storia degli ultimi anni di vita di Gianluca Vialli, forse sarebbe stato meglio per lui se la morte l’avesse colto quando giocava ancora, nello splendore della giovinezza (“Caro agli dei è chi muore giovane”, Menandro).
Lì per lì chi potrebbe essere contrario ad un allungamento della vita, non solo della sua ma del genere umano? In realtà l’allungamento della vita si è rivelato un boomerang. Ci stiamo confezionando un mondo di vecchi e Cesare Musatti, che era al di là di ogni sospetto perché aveva 90 anni, ha detto: “Un mondo popolato in maggioranza da vecchi mi farebbe orrore”. Inoltre questa gerontocrazia plebea incide sul tasso di fertilità, che è basso in tutto il mondo che chiamiamo occidentale, ma in particolare in Italia che negli ultimi tempi ha superato persino il Giappone e si pone come prima in questa sinistra classifica (1,24 nascite per donna nel 2020, il Giappone è a 1,34).
I vecchi sono per definizione “fragili”, tanto è vero che adesso gli si vuole imporre la quarta e la quinta dose del vaccino che a parer mio, insieme soprattutto al lockdown, è stato più devastante del Covid. Il lockdown ha imposto agli anziani un’immobilità pressoché assoluta e per un vecchio l’alternativa è: muoversi o perire. Ci ha imposto la solitudine ed è statistico che la solitudine uccide più del fumo (sia detto di passata, io sono abbastanza convinto che a furia di immunizzarci su tutto il nostro sistema immunitario ha perso, coperto com’è su tutto, la sua naturale capacità di risposta, per cui basta un niente come il Covid per metterci nell’angolo).
Ci sono poi delle fragilità che per quanto ci si berlusconizzi non possono essere evitate. Lo vediamo anche in molti governanti anziani. Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, 71 anni, durante una cerimonia si è pisciato addosso, Joe Biden sembra stare in piedi per miracolo.
Certo la mente può rimanere lucida, ma questo è il peggio del peggio perché assiste impotente all’inesorabile degrado del corpo, siano alzate lodi all’arteriosclerosi e all’Alzheimer (il dramma passa a chi deve accudirli).
Un mondo di vecchi presuppone che ci sia un manipolo di giovani che sostengono legioni di anziani. Il giovane di oggi e anche quello un po’ meno giovane, poniamo dei sessantenni, si trova in questa fourchette: da una parte c’è l’affetto che lo lega ai suoi vecchi genitori, che hanno avuto l’imperdonabile cattivo gusto di rimanere in vita, dall’altra se si dedica a questi non vive più lui oppure li manda, con grave senso di colpa, in una Rsa (attenzione: spostare un vecchio dalla sua casa e dalle sue abitudini, anche senza pensare alle Rsa, è quasi sempre mortale).
Abbiamo detto che l’allungamento della vita o il suo mantenimento a tutti i costi si è rivelato un boomerang. Sono le “trappole della ragione” come le chiamavano i filosofi quando esistevano ancora. E qui si innesta il discorso sulla Tecnica, affrontato di recente anche da Papa Bergoglio nel suo libro La dittatura dell’economia: “Di fatto la tecnica ha una tendenza a far sì che nulla rimanga fuori dalla sua ferrea logica”. Ma prima di lui ci era arrivato Max Weber nel 1918 con le sue lezioni poi raccolte in un volume titolato Il lavoro intellettuale come professione: “Prendete una tecnologia pratica così sviluppata scientificamente come la medicina moderna. Il ‘presupposto’ generale di questa attività è – in parole povere – che sia considerato positivo, unicamente come tale, il compito della conservazione della vita e della riduzione al minimo del dolore. E ciò è problematico. Il medico cerca con tutti i mezzi di conservare la vita al moribondo, anche se questi implora di esser liberato dalla vita, anche se la sua morte è e dev’essere desiderata – più o meno consapevolmente – dai suoi congiunti, per i quali la sua vita non ha più valore mentre insopportabili sono gli oneri per conservarla, ed essi gli augurano la liberazione dai dolori. Ma i presupposti della medicina (sia stramaledetto Ippocrate, ndr) impediscono al medico di desistere. La scienza medica non si pone la domanda se e quando la vita valga la pena di esser vissuta. Tutte le scienze naturali danno una risposta a questa domanda: che cosa dobbiamo fare se vogliamo dominare tecnicamente la vita? Ma se vogliamo e dobbiamo dominarla tecnicamente, e se ciò, in definitiva, abbia veramente un significato, esse lo lasciano del tutto in sospeso oppure lo presuppongono per i loro fini”.
Il problema di fondo è che ci siamo allontanati troppo dalla Natura e non siamo più in grado di governare ciò con cui l’abbiamo sostituita. Un Nobel, ma anche Steve Jobs, Bill Gates, Zuckerberg, può avere un’intuizione geniale ma non è in grado di prevedere le varianti che mette in circolazione. Per restare al tema di questo articolo abbiamo la necessità di sfoltire, siamo troppi e troppo vecchi. Il Covid avrebbe potuto essere un’ottima occasione, ma i suoi risultati sono stati deludenti.
Il Fatto Quotidiano 15 01 2023
L’altro giorno c’è stato un episodio divertente quanto significativo. Nella solita, lunghissima fila alle Poste, ore perse dagli schiavi salariati perché in Italia non si ha la consapevolezza che la Pubblica Amministrazione è al servizio dei cittadini, a differenza per esempio della Svizzera, Paese che ho bazzicato a lungo, dove si ha una concezione diametralmente opposta, a un certo punto si presenta allo sportello un signore sulla settantina che ha fatto la fila come tutti. Di cognome fa Andreotti. L’impiegato gli dice “certamente lei non è parente dell’Onorevole, altrimenti non sarebbe qui far la fila”. Era invece Stefano Andreotti, il secondo genito del “divo Giulio”. Questo era lo stile non solo di Andreotti, ma di buona parte dei politici della Democrazia cristiana che non ci hanno mai imposto i loro figli, le loro mogli, le loro amanti (ce le avevano anche loro) somigliando in questo alla nomenklatura sovietica dove le mogli di quelli che oggi chiameremmo ‘i boiardi di Stato’ si vedevano solo ai funerali dei mariti in lise pelliccette di astrakan. Né i capataz democristiani di allora hanno mai abitato in lussuose ville, ma in appartamenti normali o quasi. Non era il denaro che li interessava, ma il potere. Amintore Fanfani, al culmine della sua carriera politica, abitava all’ottavo piano di un condominio in viale Platone, in un bell’attico ma niente più, mentre il suo uomo di fiducia, Gian Paolo Cresci, aveva lussuose abitazioni disseminate un po’ dappertutto.
Una volta chiesi a Susanna Agnelli, che era stata Sottosegretario agli Esteri quando Andreotti ne era ministro, quante lingue conoscesse il “divo Giulio”. “Sa il francese, ma potrebbe benissimo non conoscere alcuna lingua straniera perché è di una levatura assolutamente superiore ai politici della sua generazione, per non parlare di quelli di oggi”.
Andreotti ha alcuni meriti che conviene ricordare. Sottosegretario di Sato alla Presidenza del Consiglio dei ministri riuscì a far passare, con la sua grande abilità di dribblatore, i film del neorealismo cui la DC si opponeva perché davano un’immagine troppo scalcagnata dell’Italia del dopoguerra (Ladri di biciclette, De Sica). Ma certamente più importante è la politica di appeasement che fece da ministro degli Esteri nei confronti del mondo mediorientale, di cui godiamo ancora i frutti. Politica difficile perché allora l’alleanza con gli Stati Uniti, in presenza dell’URSS, era obbligata.
Ho incontrato solo due volte il “divo Giulio”. Camminavo lungo il parterre dell’ippodromo di Tor di Valle, a Roma, sfiorando i picchetti dei bookmakers. Chino sulle pagine di Trotto Sportsman stavo studiando la 7 e l’8, le ultime corse della giornata nelle quali corrono i brocchi, ci sono anche driver semidilettanti, non ci sono favoriti affidabili e quindi può vincere anche un cavallo dato 10 a 1 e tu fare il colpo grosso. Andai a sbattere contro un uomo che stava facendo la stessa cosa. Gli caddero gli occhiali, mi piegai e glieli porsi. “Grazie”. Era l’onorevole Giulio Andreotti. Mi sorprese l’altezza dell’uomo. Non ho mai fatto, grazie a dio, il cronista parlamentare, ma naturalmente avevo visto Andreotti mille volte in tv. Però non avevo mai colto quel dettaglio (era alto 1,83). Mi voltai per seguirlo con lo sguardo. Continuava a camminare tranquillo, chino sul Trotto, e poi andò ai picchetti per puntare. Non vidi scorte, ci saranno anche state ma io non le scorsi. Dunque il divo Giulio non andava solo in chiesa alle sei del mattino, frequentava anche altri tabernacoli un po’ meno pii. Aveva, insomma, un vizio. E io ho sempre diffidato degli uomini che non hanno vizi, soprattutto se hanno le unghie molto curate, sono dei potenziali serial killer.
Il caso volle che pochi mesi dopo quello “strano incontro” Arturo Tofanelli, che dirigeva allora Affari Italiani, mi chiedesse di intervistare Andreotti. Aveva in mente di fare una serie di inchieste sulle grandi aziende italiane e sui loro rapporti con la politica e gli pareva interessante sentire, fra gli altri, il “divo Giulio”, romano de Roma. La cosa si presentava tutt’altro che facile. Andreotti in quel periodo era ministro degli Esteri, Affari Italiani un giornale di nicchia quasi sconosciuto, anche se fatto benissimo, come li sapeva fare quel genio, oggi dimenticato, di Tofanelli.
Telefonai alla segreteria di Andreotti. Rispose direttamente la segretaria personale del “divo Giulio”, la mitica Enea. Mi chiese l’argomento dell’intervista, la data di uscita del giornale e il tempo di cui avevo bisogno. “Ne parlo al senatore. La richiamo fra mezz’ora”. La cosa mi colpì, in Italia se vuoi intervistare un uomo politico di un certo livello devi passare per una mezza dozzina di portaborse i quali ne approfittano per chiederti qualche favore fuori ordinanza. Il metodo di Andreotti non era da sottobosco, ma anche qui di stile europeo, quello di cui avevo avuto esperienza in Germania quando avevo intervistato un’importante parlamentare tedesca, Anke Martini-Glotz. Puntuale, dopo mezz’ora, mi telefonò la segretaria di Andreotti. Mi spiegò che il senatore sarebbe stato a Milano il tal giorno, in un certo Istituto cattolico vicino a Linate perché poi doveva ripartire per Roma. Poteva darmi quaranta minuti di tempo. Arrivai con un po’ di anticipo. Andreotti era lì, circondato da una piccola corte. Fummo presentati e introdotti in un amplissimo salone, disadorno, con al centro un piccolo tavolo. Il “divo Giulio” fece un leggero cenno con la mano e la corte sparì chiudendosi la porta alle spalle. Così adesso mi trovavo vis à vis con Andreotti, a meno di un metro di distanza, soli. Mi passò per la mente un bizzarro pensiero: se avessi voluto avrei potuto strozzare l’onorevole Andreotti con le mie mani, ero giovane, Andreotti andava per la settantina, non certo un fenomeno fisicamente, e intorno a noi non c’era nessuno. Naturalmente non strozzai Andreotti. Fu una conversazione molto intensa, anche se solo di poco più che mezz’ora, parlò soprattutto lui senza che io avessi bisogno di stimolarlo. Era un uomo di grande cultura, profondo conoscitore delle Istituzioni, dei loro meccanismi, del funzionamento della Pubblica Amministrazione, della storia italiana e non solo, una lezione universitaria, data con mano leggera. Fu una conversazione piacevolissima anche perché Andreotti, com’è noto, era un maestro di un’ironia sottile e sempre elegante. Veniva puntualmente caricaturato con l’immancabile gobba, lui ne sorrideva e si faceva dare gli originali, soprattutto da Forattini.
Andreotti è stato sempre accusato di tutto, era il “Belzebù” per eccellenza. Molto discussi sono stati i suoi rapporti con la Mafia, ma rapporti con la Mafia li avevano tutti i leader politici. Anche l’integerrimo Ugo La Malfa li aveva attraverso Aristide Gunnella, il suo uomo in Sicilia. Andreotti attraverso Lima. E l’unica volta che l’ho visto perdere il suo tradizionale aplomb fu proprio quando assassinarono Lima. La Mafia aveva aperto le porte della Sicilia agli americani che la presero in due giorni (altro che il mussoliniano “fermeremo gli Alleati sul bagnasciuga”). E questi conti con la Mafia li abbiamo dovuti pagare e li paghiamo ancora oggi.
Comunque nei vari processi che ebbe, Andreotti, come del resto Forlani, si è sempre difeso nel processo e non fuori dal processo attaccando la “magistratura politicizzata” come hanno fatto invece, in seguito, tutti i corrotti pescati con le mani nel sacco da Mani Pulite. Perché una classe dirigente, consapevole di essere tale, si guarda bene dal delegittimare le Istituzioni, la Magistratura, le leggi dello Stato, perché sa bene che sono le sue Istituzioni, la sua Magistratura, le sue leggi e che dal disordine, dal caos, dall’anarchia istituzionale ha solo da perdere in particolare, alla lunga, il proprio potere, mentre i sudditi hanno da perdere soltanto, per dirla con Marx, "le proprie catene".
La vera, e a mio parere unica, ma grave, responsabilità di Andreotti, condivisa con Craxi e Forlani, è stata “il voto di scambio” per ottenere il consenso: pensioni di vecchiaia false, pensioni di invalidità fasulle, pensioni baby, pensioni d’oro. E questo ha portato a quell’enorme debito pubblico con cui hanno dovuto, e devono, fare i conti tutti i governi italiani, da Berlusconi in poi.
In qualsiasi altro Paese d’Europa Giulio Andreotti sarebbe stato un grande statista. Da noi è stato uno strano ircocervo: mezzo statista e, forse, mezzo delinquente.
Il Fatto Quotidiano, 12 gennaio 2022