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E così siamo riusciti a inquinare anche le Istituzioni europee con la corruzione, il reato per cui siamo maestri e ricercati specialisti, uno dei più squallidi perché non comporta, per esempio a differenza della rapina, nessun rischio fisico e vede molto spesso protagonisti soggetti delle Istituzioni,  parlamentari, sindaci, presidenti di regione, assessori, che già ricevono un lauto stipendio molto spesso nient’affatto corrispondente alle loro capacità e competenze.

Ma cosa dici, mi obbietterà qualcuno, non sai che nelle prigioni italiane solo 0,6 per cento della popolazione carceraria è in gattabuia per reati finanziari, mentre in Germania è il 14 per cento? Ma proprio qui sta il punto. In Germania si corrompe molto di meno che da noi, tanto che nella classifica del 2021 di Transparency International, partendo dai Paesi meno corrotti per andare a quelli più corrotti è decima  mentre l’Italia quarantaduesima, seguita da Bulgaria, Romania, Ungheria, Croazia, Grecia, Repubblica Ceca, Malta, Slovacchia, Cipro. Mentre in campo internazionale è più o meno a livello del Botswana. Il che vuol dire che in Italia i responsabili di reati corruttivi riescono quasi sempre a cavarsela, in un modo o nell’altro (leggine ad hoc, leggine “ad personam” e così via).

Per ora tutti gli inquisiti dalla Magistratura belga sono italiani, se si esclude Eva Kaili che è greca e la Grecia non sembra proprio un Paese da imitare. In questa situazione il neoministro della Giustizia Carlo Nordio vuole depenalizzare o addirittura eliminare tutti i reati fiscali che com’è noto, quando si parla di somme ingenti, sono soprattutto reati di “lor signori”. Nordio è una curiosa figura di ex Pubblico ministero. Mentre a Milano i Pm di Mani Pulite scoperchiavano l’immensa corruzione politica e imprenditoriale, Nordio che faceva il pm a Venezia non  riuscì a trovare un solo corrotto. Eppure la corruzione ci sarà stata, seppur in maniera minore, anche a Venezia. È livido di invidia verso quei magistrati milanesi e adesso gliela farà pagare eliminando o sminuendo di molto le leggi che permisero al Pool di mettere in gattabuia anche personaggi eccellenti ed eccellentissimi. Ma se Nordio, berlusconiano mascherato, dovesse in parte fallire nella sua missione, c’è pur sempre  come sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, che è uno degli avvocati di Silvio Berlusconi.

Come ho scritto più volte Mani Pulite è stata lo spartiacque. Era l’occasione per la classe dirigente di emendarsi  dai propri errori, chiamiamoli benevolmente così, in realtà erano reati, invece nel giro di soli due anni, con tutti i testimoni dell’epoca ancora in vita, i magistrati sono diventati i veri colpevoli e i ladri le vittime e spesso giudici dei loro giudici. Non ci si può quindi meravigliare se oggi anche una persona che di suo sarebbe normalmente onesta diventa un mascalzone (“devo essere proprio io il più cretino del bigoncio?”).

L’Italia è quindi un Paese intimamente, profondamente corrotto e direi che la classifica di Transparency International è anche generosa con noi. Senza contare che abbiamo il record delle mafie: la Mafia propriamente detta, la Ndrangheta, la Camorra, la Sacra Corona Unita.

Con Berlusconi il malaffare è diventato, per dir così, istituzionale e ha travolto le ultime barriere della legalità. Ma alle spalle di Berlusconi si intravede la figura del Grande Corruttore, Bettino Craxi, che, dopo un inizio promettente, in uno scambio di favori ha permesso all’uomo di Arcore di avere, con una legge ad hoc, tutto il comparto televisivo privato italiano ricevendo in contropartita non tanto 21 miliardi, quisquiglie, ma una posizione dominante del Partito socialista non solo nelle reti Fininvest poi Mediaset, ma in almeno due delle tre reti della televisione nazionale. Direi che la Rai è l’emblema stesso della spartizione partitocratica del nostro Paese, in ogni settore, non solo pubblico ma spesso anche privato. E nessun governo, anche quando animato da buone intenzioni, penso ai 5 Stelle, è riuscito a cambiare questa situazione indegna di un servizio che dovrebbe essere pubblico.

A me spiace che lo storico e glorioso nome “socialista” sia diventato sinonimo di ladro. Perché coniugare una ragionevole uguaglianza sociale con i diritti civili mi è sempre sembrata, nella modernità, l’idea più bella. Adesso dobbiamo andare a cercarla in Venezuela, da Maduro.

Il Fatto Quotidiano, 27 dicembre 2022


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Giorgio Bocca è morto il giorno di Natale del 2011 all’età di 91 anni. Colgo quindi l’occasione per farne un ritratto attraverso i rapporti molto stretti che ebbi con lui.

Ho cominciato a frequentare Bocca nei primissimi Ottanta. Il direttore di Prima comunicazione, Umberto Brunetti, si era inventato una rubrica “I Dialoghi sull’informazione” e l’aveva affidata a Bocca. Ma occorreva uno sparring partner. Avevo conosciuto Bocca agli esordi di Repubblica e fra di noi, nonostante il quarto di secolo che ci separava, era nata un’istintiva simpatia. Quindi scelse me. Naturalmente nei Dialoghi il protagonista era lui, io avevo la parte del cretino dei fratelli De Rege: dovevo porgergli la battuta, ma ci mettevo anche qualcosa di mio e i Dialoghi ebbero un’ottima riuscita. Un piccolo imprenditore milanese Cariaggi pensò di replicare la formula in una di quelle piccole radio che allora stavano nascendo come funghi.

Arrivavo la mattina presto a casa di Bocca in via Bagutta 12 e lo trovavo spesso indaffarato a incollare dei ritagli pescati chissà dove. “Che cosa stai facendo, Giorgio?”. “Una voce di enciclopedia”. “Hai tempo da perdere con queste cose?”. “Ma, sai, mi danno 100 mila lire” e calcava la voce sul “centomila”. Anche se eravamo nei primi ‘80 quella cifra non era granché, soprattutto per chi prendeva uno stipendio da Repubblica e uno da L’Espresso. Quando uscivamo dagli studi della radio lui si infilava in una misteriosa porticina azzurra, io dovevo attenderlo fuori. Usciva dopo cinque minuti e lo caricavo in macchina. Una mattina, non resistendo alla curiosità, gli chiesi: “Che ci vai a fare in quel bugigattolo?”. “Prendo i soldi, subito, cash, di quella gente non c’è mai da fidarsi”. Una sera ero a cena a casa sua. Giorgio sedeva a capo tavola, io alla sua destra. Uno dei suoi figli si era sposato da poco. A un certo punto avvicinò il suo viso al mio e mettendosi la mano davanti alla bocca per non farsi sentire dalla moglie, Silvia Giacomoni, mi disse: “Sai, questo matrimonio mi è costato dieci milioni” e calcò la voce su i “milioni”. Più che a taccagneria lo attribuirei a un sacro rispetto per il denaro come rassicurazione e concreta conferma del suo successo. Bocca non ha mai dimenticato di essere il figlio della maestrina di Cuneo e questo sentimento lo ha seguito per tutta la vita (quando diceva quelle cifre, in fondo modeste, assumeva un’aria quasi birichina, come se l’avesse fatta grossa a sua madre).

Questo rapporto col denaro spiega, insieme a una buona dose di masochismo, la fascinazione che Bocca provava per i ricchi, lo lusingava essere invitato a cena dai Pirelli, dai Brion, dalla Crespi. Ma si annoiava a morte, anche perché le cene dei ricchi, con la scusa della dieta, sono assai parche, mentre a lui, nel cui dna albergavano antiche fami contadine, piaceva mangiare e bere. “Perché ci vai, Giorgio?”. “Ma, sai, i Pirelli, i Brion…”. “Ma tu sei molto più importante di qualsiasi Pirelli o Brion o Crespi”. Bocca non ha mai avuto piena consapevolezza dell’importanza che ha avuto per più di mezzo secolo nella vita culturale italiana. Psicologicamente era rimasto un provinciale come ha scritto lui stesso in uno dei suoi libri più belli (l’altro è la coraggiosa biografia di Togliatti dove smaschera le nefandezze del “Migliore” cosa per cui lui, socialista, fu sempre odiato dai comunisti).

Il culmine del masochismo lo raggiungeva quando accettava l’invito che ogni anno Giulia Maria Crespi faceva ad alcuni importanti personaggi nella sua tenuta della Zelata sul Ticino. La sadica zarina costringeva gli uomini, quasi tutti in età, a una regata agonistica sul fiume. Lui ne tornava distrutto e furioso. “Perché ci vai, Giorgio?”. “Ma, sai, la Crespi…”.

Una volta chiesi a Bocca di Montanelli. “Mah, Montanelli ed io siamo stati spesso accomunati ma credo che non abbiamo nulla a che vedere. A Montanelli invidio il giro di frase elegante, la battuta, ma non credo fosse un uomo profondo”.

Giorgio Bocca ha fatto memorabili inchieste. Nel 1962 con un reportage a Vigevano ci fece scoprire il ‘boom’ economico che noi, che lo stavamo vivendo, non avevamo capito. È stato il primo giornalista italiano a tornare dall’Urss raccontando che cosa fosse veramente il “socialismo reale”.

Quando passeggiavamo nelle strade intorno a via Bagutta Bocca ogni tanto abbaiava. “Che fai Giorgio?”. “Scarico la tensione, me lo ha consigliato il medico”. Non l’ho mai visto veramente disteso. “Ogni mattina quando mi alzo sono preso dall’angoscia per tutto ciò che devo fare”. Ogni tanto Bocca, per tamponare la nevrosi, usciva da Milano in macchina e girovagava senza avere una meta precisa, poi rientrava.

Bocca era un uomo ruvido, spiccio, di poche parole, in questo un cuneese purosangue. Ma questa ruvidità mascherava una chiusa e scontrosa timidezza e anche una certa fragilità emotiva che contrastava con la sua figura di uomo solido, anche fisicamente (al Giorno, quando c’era un servizio faticoso da fare, Rozzoni diceva: “mandiamoci Bocca che è robusto”). Un Capodanno ero ospite dei Bocca a La Salle, sopra Courmayeur, insieme alla mia giovane moglie. A mezzanotte arrivò un’allegra combriccola non si sa bene invitata da chi. Fra i nuovi arrivati c’era una donna sulla cinquantina, sciapa, che diceva di essere un’editrice. Chiese al padrone di casa che lavoro facesse. Bocca lì per lì si incazzò di brutto: “Ma come, vieni a casa mia, dici di essere un’editrice e non sai nemmeno chi sono?”. Non ricordo cosa rispose la cretina, Giorgio si alzò e sparì nelle stanze interne. Dopo un po’ andai a cercarlo. Si stava ubriacando di whisky. Non aveva retto che una squinzia qualsiasi non l’avesse riconosciuto. Ci mettemmo a giocare a biliardo. Credo che di me lo divertisse la mia giovanile spavalderia e turbolenza: “Mi annoio, arriva Fini e comincia il casino”.

Silvia Giacomoni, la seconda moglie, è stata molto importante per Bocca. Lo proteggeva dal suo masochismo. Nei primi tempi in cui viveva a Milano Tommaso Giglio, Giuseppe Trevisani e, mi pare, Franco Pierini andavano quasi ogni sera a casa di Bocca e gli spiegavano quanto fosse cretino e provinciale. Bocca subiva. Sposò Silvia Giacomoni e la scena dei tre sadici si ripeté. Ma fu l’ultima volta.

Quando facevamo i Dialoghi Bocca si teneva coperto sui suoi giornali. Ma una volta sbottò contro Zanetti direttore de L’Espresso. Io registrai diligentemente e scrissi. Una mattina alle sei squilla il telefono. Vado a rispondere tutto insonnolito. “Ma che cazzo hai scritto”. “Ma quello che mi hai detto tu, Giorgio, e non a pranzo o a cena, ma proprio mentre stavamo registrando i Dialoghi. E poi è la verità”. “Se tu, alla tua età, non hai ancora capito che non si può dire sempre la verità sei un cretino”. E buttò giù la cornetta. Questa frase, detta da chi era considerato uno dei più coraggiosi giornalisti italiani, mi colpì. Ma avrei dovuto tenerla in maggior conto e mi sarei evitato tanti odii, esclusioni, fastidi.

I miei rapporti con Bocca sono sempre stati alla pari. Non si poneva come fratello maggiore. Gli insegnamenti me li dava col suo pragmatismo scevro da ogni sentimentalismo. Una volta mi disse: “Sai, ho capito che dopo una certa età se vuoi l’affetto devi pagartelo” (e intendeva l’affetto, non il sesso). A me che stavo allora con una donna bella e affascinante, “la morona” come la chiamava lui affettuosamente, sembrava una posizione troppo cinica. Quando ebbi l’età che aveva lui allora, capii che aveva ragione.

Bocca sulla pagina è rimasto lucido quasi fino all’ultimo, ma fisicamente era crollato. Credo che definitivo sia stato il trasloco dalla storica abitazione di via Bagutta alla più residenziale via De Grassi. In via Bagutta poteva scendere in strada, parlare col formaggiaio, col fruttivendolo, avere ancora una parvenza di vita sociale. In via De Grassi i negozi erano diventati troppo lontani, per lui irraggiungibili. Di questo tracollo credo di poter dare una testimonianza. Ero andato a trovarlo in via Bagutta con una bottiglia di rosso che ci scolammo di nascosto dalla Giacomoni. Io avevo passato i sessant’anni quindi lui doveva viaggiare verso gli 85 e oltre. Mi mise le mani sulle spalle. “Sei ancora solido”. Ma anche la sua presa era solida. Poco tempo dopo in via De Grassi Bocca, “il robusto”, era diventato un omarino che chiunque avrebbe potuto spazzar via con un soffio.

L’ultima volta che ho incontrato Bocca è stato a casa sua. Lui era vigile, ma preferì far parlar noi, Silvia ed io. In quel pomeriggio luminoso, d’inizio estate, tutti e tre ci rendevamo conto, anche per quel sole spavaldo fatto per altre età, di essere dei sopravvissuti. Bocca si è alzato per congedarsi. Gli ho chiesto: “Giorgio, hai più di novant’anni, che cosa pensi della tua vita?”. “Penso che, tutto considerato, mi è andata bene”.

Il Fatto Quotidiano, 24 dicembre 2022

Pubblico qui la versione integrale del ritratto di Giorgio Bocca che, per ovvi motivi di spazio, andando su carta stampata, è stato necessario ridurre.

Giorgio Bocca è morto il giorno di Natale del 2011 all’età di 91 anni.

Colgo quindi qui l’occasione per fare un ritratto della persona e dello scrittore, attraverso i rapporti molto stretti che ebbi con lui. È stato l’unico amico che ho avuto in giornalismo a parte Walter Tobagi che fu assassinato giovanissimo, a trentatré anni, da due ragazzi male educati.

Ho cominciato a frequentare Bocca nei primissimi anni Ottanta. Il direttore di Prima comunicazione, Umberto Brunetti, si era inventato una rubrica “I Dialoghi sull’informazione” e l’aveva affidata a Bocca preferendolo a Montanelli e Biagi. Ma occorreva uno sparring partner. Avevo conosciuto Bocca agli esordi di Repubblica e fra di noi, nonostante il quarto di secolo che ci separava, era nata un’istintiva simpatia. Quindi scelse me. Naturalmente nei Dialoghi il protagonista era lui, io avevo la parte del cretino dei fratelli De Rege: dovevo porgergli la battuta, ma ci mettevo anche qualcosa di mio e i Dialoghi ebbero un’ottima riuscita. Un piccolo imprenditore milanese, Cariaggi, peraltro più noto per essere il marito di Lara Saint Paul, pensò di replicare la formula in una di quelle piccole radio che allora stavano nascendo come funghi.

Arrivavo la mattina presto a casa di Bocca in via Bagutta 12 e lo trovavo spesso tutto indaffarato a incollare dei ritagli pescati chissà dove. “Che cosa stai facendo, Giorgio?”. “Una voce di enciclopedia”. “Hai tempo da perdere con queste cose?”. “ Ma, sai, mi danno centomila lire” e calcava la voce sul “Centomila”. Anche se eravamo nei primi Ottanta quella cifra non era granché, soprattutto per chi prendeva uno stipendio da Repubblica e un altro dall’Espresso. Quando uscivamo dagli studi della radio lui si infilava in una misteriosa porticina azzurra, io dovevo attenderlo fuori. Usciva dopo cinque minuti e lo caricavo in macchina. Una mattina di ritorno da i Dialoghi mentre guidavo, non resistendo alla curiosità, gli chiesi: “Che ci vai a fare in quel bugigattolo?”. “Prendo i soldi, subito, cash, di quella gente non c’è mai da fidarsi”.

Una sera ero a cena a casa sua. Giorgio sedeva a capo tavola, io alla sua destra. Uno dei suoi figli si era sposato da poco. A un certo punto avvicinò il suo viso al mio e mettendosi la mano davanti alla bocca per non farsi sentire dalla moglie, Silvia Giacomoni, seduta poco più in là, mi disse: “Sai, questo matrimonio mi è costato dieci milioni” e calco’ la voce su i “milioni”. Più che a taccagneria o avidità lo attribuirei a un sacro rispetto per il denaro come rassicurazione e concreta conferma del suo successo. Bocca non ha mai dimenticato di essere il figlio della maestrina di Cuneo e questo sentimento lo ha seguito per tutta la vita (quando diceva quelle cifre, in fondo modeste, assumeva un’aria quasi birichina, come se l’avesse fatta grossa a sua madre).

Questo rapporto col denaro spiega anche, insieme a una buona dose di masochismo, la fascinazione che Bocca provava per i ricchi, lo lusingava essere invitato a cena dai Pirelli, dai Brion, dalla Crespi. Ma si annoiava a morte anche perché le cene dei ricchi, con la scusa della dieta, sono assai parche (ma una volta Leopoldo Pirelli fu pescato in cucina che si strafocava con un pollo, mentre ai suoi invitati aveva fatto servire delle insalate condite con qualche salsina), mentre a lui, nel cui dna albergavano antiche fami contadine, piaceva mangiare e bere. “Perché ci vai, Giorgio?”. “Ma, sai, i Pirelli, i Brion… “ “Ma tu sei molto più importante di qualsiasi Pirelli o Brion o Crespi”.

Bocca non ha mai avuto piena consapevolezza dell’importanza che ha avuto per più di mezzo secolo nella vita intellettuale e culturale italiana. Psicologicamente era rimasto un provinciale come ha scritto lui stesso in uno dei suoi libri più belli (l’altro è la coraggiosa biografia di Togliatti dove smaschera alcune nefandezze del “Migliore” cosa per cui lui, socialista, fu sempre odiato dai comunisti.

Il culmine del masochismo lo raggiungeva quando accettava l’invito che ogni anno Giulia Maria Crespi faceva ad alcuni importanti personaggi nella sua tenuta della Zelata sul Ticino. La sadica zarina costringeva gli uomini, quasi tutti in età, a una regata agonistica sul fiume. Lui ne tornava distrutto e furioso. “Perché ci vai, Giorgio?”. “Ma sai, la Crespi…”. Questa signora l’ho incontrata una sola volta in vita mia e mi è bastato. Ero andato alla festa che Inge Feltrinelli teneva ogni anno a Villa Deati. L’ambientazione era proprio feudale: la villa sorgeva in cima alla collina, sotto a digradare c’erano i villaggi che un tempo erano stati abitati dai vassalli. C’era tutto il mondo radical chic di Milano e di Roma. Io stavo osservando il paesaggio dall’alto di un torricino insieme a Salvatore Veca. A un certo punto spuntò dalle scale interne a chiocciola di questo torricino una signora che si mise a sparare cazzate di sinistra che più di sinistra non si può. Tanto più grottesche in quel luogo e in quell’ambiente. Quando se ne fu andata chiesi a Salvatore: “Chi è quella lì?”. “Ma come non lo sai? È Giulia Maria Crespi”.

Una volta chiesi a Bocca di Montanelli. “Mah, Montanelli ed io siamo stati spesso accomunati ma credo che non abbiamo nulla a che vedere. A Montanelli invidio la chiarezza, il giro di frase elegante, la battuta, ma non credo che fosse un uomo profondo”.

Giorgio Bocca ha fatto memorabili inchieste. Nel 1962 con un reportage a Vigevano ci fece scoprire il ‘boom’ economico che noi, che lo stavamo vivendo, non avevamo capito. È stato il primo giornalista italiano di sinistra a tornare dall’Unione Sovietica raccontando che cosa fosse realmente il paradiso del “socialismo reale”.

Quando passeggiavamo nelle strade intorno a via Bagutta Bocca ogni tanto abbaiava. “Che fai Giorgio?”. “Scarico la tensione, me lo ha consigliato il medico”. Non l’ho mai visto veramente disteso. “Ogni mattina quando mi alzo sono preso dall’angoscia per tutto ciò che devo fare: pezzi, interviste, date o richieste, voci di enciclopedia. Ma alla sera mi accorgo che sono riuscito a fare tutto”. Ogni tanto Bocca, per tamponare la nevrosi, usciva da Milano in macchina e girovagava senza avere una meta precisa, poi rientrava. Ne ho conosciuto un altro, nevrotico come lui o forse peggio, anch’egli un ottimo giornalista: Franco Pierini. Nell’unico giorno di riposo alla settimana, che avevamo all’Europeo, Pierini inforcava la sua Ferrari e si catapultava a duecento all’ora a Roma. Scendeva al Caffè de Paris, in via Veneto, beveva qualcosa e poi rientrava subito, alla stessa velocità a Milano.

Bocca era un uomo ruvido, spiccio, di poche parole, in questo un cuneese purosangue. Ma questa ruvidità, come spesso accade, mascherava una chiusa e scontrosa timidezza e anche una certa fragilità emotiva che contrastava con la sua figura di uomo solido anche fisicamente (al Giorno, quando c’era un servizio particolarmente faticoso da fare, Rozzoni diceva: mandiamoci Bocca che è robusto). Un Capodanno ero ospite dei Bocca a La Salle sopra Courmayeur insieme alla mia giovane moglie. A mezzanotte arrivò un’allegra combriccola non si sa bene invitata da chi. Fra i nuovi arrivati c’era una donna sulla cinquantina, sciapa, che diceva di essere un’editrice. Chiese al padrone di casa che lavoro facesse. Bocca lì per lì si incazzo’ di brutto: “ Ma come, vieni a casa mia, dici di essere un’editrice e non sai nemmeno chi sono?”. Non mi ricordo cosa rispose la cretina, Giorgio si alzò e sparì nelle stanze interne. Dopo un po’ andai a cercarlo. Si stava ubriacando di whisky, non aveva retto che una squinzia qualsiasi, di cui poteva bellamente impiparsi, non l’avesse riconosciuto. Ci mettemmo a giocare a biliardo. Credo che di me lo divertisse la mia giovanile spavalderia e turbolenza. “ Mi annoio, arriva Fini e comincia il casino”.

I rapporti con sua moglie, Silvia Giacomoni, sono sempre stati difficili. “Eri insopportabile” dice lei oggi. “Ma anche tu non scherzavi” replico io. Una mattina che ero ospite dei Bocca mi chiese di accompagnarla in macchina a Courmayeur. Naturalmente mi prestai. Ma non avevamo fatto nemmeno cento metri che fu tutto un: guarda lì, attento, c’è un vigile, c’è una curva. Ad un certo punto fermai la macchina e le dissi: “Silvia, ancora una parola, scendi e vai a piedi”. Dopo, i nostri rapporti sono migliorati. E in vecchiaia, che tutto affievolisce, incomprensioni, odii, amori siamo diventati se non proprio amici, quasi.

Silvia è stata molto importante nella vita di Bocca. Lo difendeva dal suo masochismo. Nei primi tempi in cui viveva a Milano, Tommaso Giglio, Giuseppe Trevisani, il grande giornalista/grafico che ha impaginato Paese Sera, Il Manifesto, Il Giorno, e, mi pare, Franco Pierini, andavano quasi ogni sera a casa di Bocca e gli spiegavano quanto fosse cretino, incolto, provinciale. Bocca subiva. Sposò Silvia Giacomoni e la scena dei tre sadici si ripete’. Ma fu l’ultima volta.

Quando facevamo i Dialoghi Bocca si teneva piuttosto coperto sui suoi giornali, La Repubblica e L’Espresso, ma una volta sbottò contro Zanetti direttore de L’Espresso. Io registrai diligentemente e scrissi. Una mattina alle sei, squilla il telefono. Vado a rispondere tutto insonnolito. “Ma che cazzo hai scritto”. “Ma quello che mi hai detto tu, Giorgio e non a pranzo o a cena, ma proprio mentre stavamo registrando i Dialoghi. E poi è la verità”. “Se tu, alla tua età, non hai ancora capito che non si può dire sempre la verità sei un cretino”. E buttò giù la cornetta. Questa frase detta da chi passava per essere (ed era) uno dei più coraggiosi giornalisti italiani, mi colpì. Ma avrei dovuto tenerla in maggior conto, e mi sarei evitato tanti odii, tante esclusioni, tanti fastidi.

I miei rapporti con Bocca sono sempre stati alla pari. Lui non si poneva né come padre né come fratello maggiore. Gli insegnamenti, senza che intendesse fossero tali, me li dava col suo pragmatismo scevro da ogni sentimentalismo. Una volta mi disse: “Sai, ho capito che dopo una certa età se vuoi l’affetto devi pagartelo” (e intendeva l’affetto non il sesso, di cui qualche tempo addietro mi aveva detto: “ad un certo punto la fatica diventa più grande del piacere e lasci perdere”). A me che stavo allora con una donna bella, affascinante, intensa, “la morona” come la chiamava lui affettuosamente, sembrava una posizione troppo cinica. Ma quando ebbi l’età che aveva lui allora, capii che aveva ragione.

Bocca sulla pagina è rimasto lucido quasi fino all’ultimo, ma fisicamente era crollato. Credo che definitivo sia stato il trasloco dalla storica abitazione di via Bagutta alla più residenziale via De Grassi. In via Bagutta poteva scendere in strada, parlare col formaggiaio, col fruttivendolo, col salumiere, avere insomma ancora una parvenza di vita sociale. In via De Grassi i negozi erano diventati troppo lontani, per lui inarrivabili. Di questo tracollo credo di poter dare una testimonianza diretta. Ero andato a trovarlo in via Bagutta con una bottiglia di rosso che ci scolammo di nascosto dalla Giacomoni ( “Sai, ho un po’ di diabete”). Io avevo passato i sessant’anni quindi lui doveva viaggiare verso gli ottantacinque e oltre. Mi mise le mani sulle spalle. “Però sei ancora solido”. Ma anche la sua presa era solida. Poco tempo dopo in via De Grassi Bocca “Il robusto” era diventato un omarino che chiunque avrebbe potuto spazzar via con un soffio.

L’ultima volta che ho incontrato Bocca è stato a casa sua in via De Grassi. Lui era presente, vigile, ma preferì far parlar noi, Silvia ed io.In quel pomeriggio luminoso, d’inizio estate, tutti e tre ci rendevamo perfettamente conto, anche per quel sole spavaldo fatto per altre età, di essere dei sopravvissuti. Bocca si è alzato per congedarsi. Gli ho chiesto: “Giorgio, hai più di novant’anni, che cosa pensi della tua vita?”. ”Penso che, tutto considerato, mi è andata bene”.

m.f

 

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“Di fronte all’estrema nemica non vale coraggio o fatica. Non serve colpirla nel cuore perché la morte mai non muore” (La morte, De André).

La morte di Mihajlovic. Che Sinisa Mihajlovic, serbo dalla cima dei capelli alla punta dei piedi, sia stato un coraggioso combattente in campo e fuori e sino alla fine lo hanno detto tutti, ma, per riprendere De André, “di fronte all’estrema nemica non vale coraggio o fatica” come ha confermato uno dei suoi medici, il professor Cavo, di fronte a una leucemia acuta mieloide “l’atteggiamento del paziente non conta”.

Ma non scrivo qui per cantare le lodi del grande Sinisa, come uomo e come calciatore, delle sue doti agonistiche, delle sue punizioni micidiali, delle sue vittorie e delle sue sconfitte, ma dell’indegno trattamento di cui, per motivi politici estranei al calcio, fu vittima insieme all’intera squadra jugoslava nel 1992. Era quella la splendida Jugoslavia degli Stojkovic (serbo), dei Savicevic (montenegrino), del basilare bosniaco Bazdarevic (basilare perché in una squadra in cui tutti, anche i difensori, per temperamento, erano portati all’attacco, dava un po’ di ordine al gioco), dei Prosinecki (croato), degli Jugovic (serbo). Mihajlovic giocava ala sinistra e aveva il numero 11. Boban (croato) faceva, se non mi sbaglio, il libero. L’allenatore era l’ottimo Osim, bosniaco. Il dream team, come veniva chiamato, aveva vinto tutte le partite di qualificazione agli Europei del 1992 e noi le avevamo viste perché c’era ancora Capodistria che ovviamente dava le partite della Nazionale jugoslava. I giocatori erano già in Svezia quando l’Onu decise  che la Jugoslavia, dove era iniziata la feroce guerra fra serbi, croati e musulmani, non esisteva più e i ragazzi furono quindi cacciati con ignominia.

Io ho sempre scritto che eventi sportivi, di qualsiasi genere, e politica devono rimanere assolutamente separati e questo è anche il pensiero di Thomas Bach, il presidente del Comitato olimpico internazionale, che ha dichiarato: “Ciò che non abbiamo mai voluto fare è proibire agli atleti di gareggiare solo a causa del loro passaporto. Dobbiamo tornare ai meriti sportivi, non all’ingerenza politica”. Bach aveva anche fortemente criticato l’esclusione del tennista russo Medvedev, formalmente numero uno al mondo (in realtà il numero uno oggi è il serbo, serbissimo, Djokovic), da Wimbledon a causa della guerra russo-ucraina.

In realtà fra Stojkovic, il più campione, che non era ancora capitano, lo era il più ragionatore Bazdarevic, e tutti gli altri della squadra c’era una solida amicizia, gli avvenimenti della guerra non avevano toccato il campo di calcio. Si poteva quindi dare all’infamata Jugoslavia un nome e una bandiera diversi, com’è stato fatto in altre occasioni.

Il più scarso in quella squadra era il centravanti Pancev, macedone, che segnava gol a grappoli, ma avendo affianco due geni come Stojkovic e Savicevic tutto gli era facile. Infatti quando lo prese l’Inter, parecchio propensa agli abbagli (Lukaku docet), non segnò più.

Quei ragazzi non ebbero fortuna. Stojkovic fu acquistato dal Verona. Pur essendo un giocatore di classe finissima era pur sempre un serbo che giocava da serbo e si prese quasi subito cinque giornate di squalifica. Savicevic, acquistato dal Milan, fu messo da Berlusconi a palleggiare nel parco di Arcore perché aveva già i tre olandesi, Van Basten, Gullit, Rijkaard, e allora vigeva la regola che una squadra non poteva far giocare più di tre stranieri.

La nemesi per Sinisa Mihajlovic arriverà molti anni dopo, con la leucemia. Per niente casuale a mio avviso. Dei soldati italiani impegnati nelle varie guerre jugoslave 7.600 si sono ammalati di cancro e 400 ne sono morti a causa dei proiettili all’uranio impoverito usati dalla Nato. Eppure i nostri soldati erano avvertiti del pericolo e prendevano le giuste precauzioni. I bambini no e andavano a giocare con i bossoli contaminati. Quanti ne siano morti non si sa. Si sa però che la Corte suprema di Belgrado ha denunciato la Nato per l’uso dei proiettili all’uranio impoverito. Però gli americani, a differenza degli altri Paesi, rifiutano di essere portati davanti al Tribunale internazionale dell’Aja per “crimini di guerra”. Loro “crimini di guerra” non ne commettono, non sia mai.

Comunque la Serbia ha in Europa il record di malattie oncologiche, a dieci anni dall’aggressione Nato alla Serbia 30 mila si sono ammalati di cancro e 10 mila ne sono deceduti. In questa rete di morte è stato evidentemente impigliato anche Sinisa Mihajlovic.

Facciamo un passo avanti. Negli Europei del 2000 la Serbia affrontava l’Olanda che aveva un’ala fortissima, Overmars. Il ct della Jugoslavia, che si chiamava ancora così perché il Montenegro non si era staccato, era un indementito Boskov (che oltre che allenatore era stato anche un grande giocatore, nel film Papà in viaggio d’affari di Kusturica c’è una radiocronaca dove si sente il suo nome) che pensò bene di spostare il suo fortissimo centrale Dukic su Overmars mettendo al centro della difesa Mihajlovic. Sinisa, da sempre attaccante, non era abituato a quel ruolo. Il risultato fu che il centravanti dell’Olanda Kluivert, non esattamente un asso, fece 4 gol, togliendo così il primato dei gol segnati in Nazionale a Ruud  Van Nilstelrooij. Ma questa è un’altra storia, di un altro grande campione sfortunato.

Il Fatto Quotidiano, 21 dicembre 2022