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Vittorio Feltri compie ottant’anni.

Estate 1993. Feltri dirige l’Indipendente da un anno e mezzo e l’ha portato dalle 19 mila copie cui l’aveva lasciato l’ameba similanglosassone Ricardo Franco Levi a 120 mila, un exploit unico nella storia dei quotidiani italiani del dopoguerra. Tutto sembrava andar bene. Se Montanelli lascia Il Giornale, come doveva fare perché Berlusconi era diventato un uomo politico, ci sarebbero arrivate senza colpo ferire altre 40 o 50 mila copie e l’Indipendente sarebbe potuto diventare la Repubblica degli anni Novanta e del Duemila e oltre. In agosto Vittorio mi invitò a cena, in una normale pizzeria, perché allora non amava i locali eleganti che predilige oggi e non cercava di vestirsi “all’inglese” (nel Cyrano lo prenderò bonariamente in giro: “nessun inglese si è mai vestito all’inglese”). Feltri mi fa questa terrificante domanda: “Se vado al Giornale vieni con me?”. E io a cercare di spiegargli che era un errore, professionale, politico e anche, a parer mio, personale. Finita la cena, entrambi un po’ brilli, alzammo i calici di vino e Vittorio disse: “in culo al Berlusca, restiamo all’Indi”. Questa scena si sarà ripetuta almeno quattro volte. L’ultima: “in culo al Berlusca, restiamo all’Indi” il giorno dopo passava al Giornale. Al Giornale da forcaiolo che era (“il cinghialone” appioppato a Craxi trasformando così le legittime inchieste di Mani Pulite in una sorta di caccia sadica, Carra con le manette sbattuto in prima pagina, accanimento sui figli di Craxi, Stefania e Bobo che toccò a me difendere) divenne “ipergarantista”. Io gli diedi del “traditore”, del “voltagabbana” ma lui, che pur come ogni prima donna è permalosissimo, me la lasciò passare. Feltri si portò via tutta la struttura dell’Indipendente e tutti gli editorialisti. Io rifiutai. Il giovane editore Zanussi ebbe la dabbenaggine di chiedere proprio a Feltri di indicargli un direttore per l’Indipendente e Vittorio indicò ovviamente “il peio fico del bigoncio”, Pia Luisa Bianco. Avrei potuto farmi avanti e certamente la direzione me l’avrebbero data perché, dopo Feltri, ero la prima firma dell’Indipendente. Ma non lo feci perché non mi sentivo in grado di dirigere un giornale e comunque con Vittorio dall’altra parte non ci sarebbe stata partita (una volta Vittorio mi confidò: “Tu scrivi meglio di me”, “Può darsi, risposi, ma io non sono in grado di dirigere un giornale visto che non sono capace di dirigere nemmeno me stesso”).

Senza Feltri, senza la struttura che aveva creato, senza gli editorialisti che si era scelto, l’Indipendente capitombolò. Feltri più volte mi aveva fatto offerte perché andassi con lui al Giornale e alla fine, visto che la situazione precipitava, decisi di accettare. Combinammo i termini della collaborazione. Dovevo scendere solo di un piano e parlare con l’amministratore, Roberto Crespi, per formalizzare il contratto. Crespi mi parlò per mezz’ora, in termini quasi militari, delle strategie e delle tattiche del Giornale, cose che a me interessano nulla. Per interrompere quella insopportabile arringa chiesi a Crespi a che squadra tenesse. Disse: “Tenevo alla Juventus, ma adesso tengo al Milan perché mi piace il bel gioco”. Risalii le scale, tornai da Feltri e gli dissi: “Non vengo più”. Perché se non si poteva nemmeno tenere alla squadra del cuore era chiaro che, nonostante tutte le assicurazioni che mi aveva dato Vittorio, non avrei potuto scrivere liberamente.

Il miracolo dell’Indipendente fu dovuto anche al  fatto che Vittorio vi faceva scrivere tutti, di destra, di sinistra, di centro e pure estremisti di ogni sorta, ma il giornale conservava un’unità e un’identità ed era proprio Feltri a dargliela. Si era inventato il “feltrismo”.

Dopo che aveva lasciato l’Indipendente per il Giornale lo accompagnai a Bergamo, la sua città. Il pubblico, tutto leghista, rumoreggiava contro Vittorio. Dissi: “Non potete insultare così un uomo che vi ha sostenuto per parecchi anni”. Sotto il banco Vittorio mi strinse la mano. È l’unico contatto fisico che ho avuto con lui, ma ciò che davvero ci unisce è una forte malinconia di fondo.

Un altro exploit Feltri lo aveva fatto con L’Europeo diretto da Lanfranco Vaccari, lo portò da 80 mila copie a 120 mila. Dell’insuccesso dell’Europeo di Vaccari io ero in buona parte responsabile. Il giovane Vaccari mi aveva assunto perché oltre alle consuete inchieste ed editoriali, gli facessi anche un po’ da ‘consigliori’. Io, ispirandomi all’Europeo di Tommaso Giglio, volli un giornale molto rigoroso, direi quasi khomeinista. Ma non funzionò, altri tempi, di sbraco direi, stavano venendo avanti.

Di fronte al fenomeno Lega Feltri si comportò come sempre si dovrebbe comportare un giornalista, non lo demonizzò, come facevano tutti gli altri giornali, ma cercò di osservarlo e capirlo e poiché io questa posizione con la Lega l’avevo assunta almeno un anno prima di lui ciò spiega il successo di quell’Europeo: la Lega di Bossi al Nord prendeva quasi il 50 percento.

Anche quando eravamo in freddo come è stato spesso nella nostra altalenante amicizia, Feltri mi pubblicava pezzi che nessun’altro giornale avrebbe osato pubblicare. Mi piace ricordare l’inizio di un pezzo intitolato Cerco Ideali. E sono disposto a tutto : “Vorrei essere un talebano, avere valori fortissimi che santificano il sacrificio della vita, propria e altrui. Vorrei essere, per lo stesso motivo, un kamikaze islamico. Vorrei essere un afgano, un iracheno, un ceceno che si batte per la libertà del proprio Paese dall’occupante, arrogante e stupido. Avrei voluto essere un bolscevico, un fascista, un nazista che credeva in quello che faceva. O un ebreo che, nel lager, lottava con tutte le sue forze interiori per rimanere un uomo. Vorrei far parte dei ‘boat people’ che vengono ad approdare e spesso a morire sulle nostre coste. Perché sono spinti almeno da una speranza. Vorrei essere e vorrei essere stato tutto, tranne quello che sono e sono stato per sessant’anni e passa: un uomo che ha vissuto nella democrazia italiana”. Perché si può rimproverare tutto a Feltri tranne che gli manchi il fiuto del giornalista. Mi venne in soccorso anche in un’altra occasione.  In un giugno canicolare e patibolare la Rizzoli mi aveva liquidato, insieme ad altri giornalisti un po’ stupiti di vedermi lì, nell’agenzia del lavoro di via Lepetit 8. La Rizzoli non mi aveva fatto ricevere nemmeno dall’ultimo dei manager. Io rimuginai l’amarezza per un mese poi telefonai a Vittorio con cui in quel momento ero ai ferri corti e gli dissi: “Vuoi sapere cosa succede realmente al glorioso gruppo Rizzoli - Corriere della Sera?”. Feltri pubblicò due mie colonne in prima pagina, di spalla, e poi due pagine all’interno del giornale. Ogni frase era da querela, se non fosse stata vera. Ma i dirigenti del Gruppo Rizzoli-Corriere non alzarono orecchia. Aggiungo, di passata, che al Gruppo Rizzoli-Corriere avevo lavorato complessivamente per vent’anni, scrivendo più articoli di qualunque altro fosse passato, almeno a quel tempo, da quelle parti e lasciandoci anche qualche brandello di salute. Alla Pirelli avevo lavorato due anni dando più fastidio che altro. Ma fui ricevuto per mezz’ora dal capo ufficio stampa e pubblicità, Ghisalberti, e successivamente dall’amministratore delegato della Pirelli, Franco Brambilla, cognato di Leopoldo Pirelli, al prestigioso trentesimo piano del grattacielo di Gio Ponti e Pier Luigi Nervi. Brambilla mi accolse così: “Preferisce un caffè o un bourbon?”. “Bourbon, naturalmente”. E così in quello strano modo brindammo alla mia uscita dalla Pirelli. Brambilla mi parlò come un sessantenne può parlare ad un ragazzo di poco più di vent’anni. Disse: “capisco che a un ragazzo come lei un ambiente come quello della Pirelli provochi sofferenza. Ma nella vita ogni cosa serve. Lei è un ragazzo intelligente e vedrà che troverà la sua strada”. Non mi pare abbia sbagliato di molto. Se quelli del gruppo Rizzoli-Corriere avessero mostrato verso di me non dico dell’umanità, ma almeno un po’ di sensibilità, si sarebbero risparmiati quelle pagine feroci che scrissi poi sul Giornale.

A quell’epoca Feltri ed io non sapevamo neanche dell’esistenza dell’uno e dell’altro, lui era un cronista abbastanza anonimo dell’Informazione, io un disoccupato. Feltri lo conobbi veramente quando nel 1989 arrivò all’Europeo. La redazione fece uno sciopero sciocco, cui partecipai anch’io, perché gli si rinfacciava di essere arrivato a quella posizione perché legato a una figlia di Biagi, Bice. Mi telefonò per chiedermi un pezzo. “Non posso, c’è lo sciopero”. Ma poco dopo lo raggiunsi all’Indipendente e qui il cerchio si chiude.

Il Fatto Quotidiano, 25 giugno 2023

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Lo scorso pomeriggio Sky economia lo ha dedicato alla Confindustria che ha aperto una delle sue sedi negli Stati Uniti. Le reticenze di Bonomi,  di Tabacci e degli altri ospiti in studio le posso capire. Ma possibile che il conduttore non si sia chiesto e non abbia chiesto come mai tutte le grandi crisi finanziarie, da quella del 1929 a quella del 2008 vengano dagli Stati Uniti?.

m.f

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La condanna in primo grado di Piercamillo Davigo per “rivelazioni di segreto d’ufficio” ha dato la stura ai berluscones, ai paraberluscones, ai criptoberluscones, ai destri di ogni genere, ai conservatori (giornali e politici mixati) per cercare di delegittimare una volta per tutte le inchieste di Mani Pulite, basate non su rivelazioni di pentiti ma su conti correnti, su innumerevoli documenti bancari, su confessioni degli indagati, tentativo già messo in atto durante le stesse inchieste di Mani Pulite quando si profilò che a essere presi con le mani sul tagliere potessero essere Silvio Berlusconi e il suo grande protettore Bettino Craxi.

Ora i berluscones e adepti si sono sempre dichiarati “garantisti”, ammesso che questo termine abbia un senso nel diritto, e quindi queste garanzie dovrebbero valere anche per Piercamillo Davigo, condannato per ora solo in primo grado. Ma non era stato ipso Berlusconi a dichiarare che i magistrati e in particolare i Pubblici ministeri erano “matti, psicologicamente disturbati, antropologicamente diversi dal resto della razza umana”? E allora “matti, psicologicamente disturbati e antropologicamente diversi dal resto della razza umana” sono anche i magistrati che hanno condannato Piercamillo Davigo.

All’epoca delle inchieste di Mani Pulite, 1992-1994, i berluscones non dovevano considerare tanto “matti”, etc., etc. i magistrati se il Cavaliere, non ancora ex, propose ad Antonio Di Pietro, per il suo primo governo, il ministero degli Interni. Di Pietro rifiutò non ritenendo corretto assumere quella carica proprio mentre stava indagando su Craxi e il suo protetto Berlusconi. Ed Ignazio La Russa, questo bel “giglio di campo”, non perché “fascista” ma perché, attraverso il padre Antonino, fu protetto da Michelangelo Virgillito, di Paternò, in odor di mafia anche se mai incriminato.

L’errore più grave lo ha commesso proprio Antonio Di Pietro. Nell’aprile del 1995 lasciò la toga perché inseguito da sette inchieste giudiziarie da cui uscirà regolarmente assolto. In una di queste inchieste Berlusconi aveva arruolato due testimoni falsi perché accusassero l’ex magistrato. I due furono condannati, il mandante no. 

Durante le inchieste di Mani Pulite io non avevo mai nominato né Francesco Saverio Borrelli, né Di Pietro, né Ilda Bocassini, né Davigo, parlavo solo della Procura della Repubblica di Milano, rendendomi ben conto del rischio di personalizzare le inchieste, perché il magistrato può anche essere integerrimo, ma avrà pur sempre una moglie e dei figli, degli amici, attaccabili. Insomma il Magistrato, in un modo o nell’altro, è sempre attaccabile, la funzione no.

Quando Di Pietro, nel 1999, scrisse la sua monumentale autodifesa Memoria, chiese l’introduzione non a Paolo Mieli, che nel pieno del suo fulgore, di Di Pietro intendo, aveva scritto sul Corriere un editoriale intitolato “dieci domande a Tonino”, come se ci avesse mangiato insieme a Montenero di Bisaccia, ma a me che non lo avevo mai nominato e nemmeno conosciuto. Nacque un’amicizia. Gli chiesi perché dopo aver  lasciato la toga non si fosse presentato alle elezioni politiche nelle quali dato il clima di allora e il suo prestigio, avrebbe preso il novanta percento dei voti. “Perché, rispose, non sarebbe stato corretto approfittare della mia notorietà di magistrato, sia pure ex”. “Si, replicai io, ma non si può combattere con una mano dietro la schiena contro chi non solo le usa tutte e due e, quando non bastano, anche il bastone”. Concetto che ripresi al Palavobis di Milano, nel febbraio del 2002, il primo dei grandi “girotondi” affermando, appoggiandomi a Sandro Pertini, “a brigante, brigante e mezzo”. Cosa per cui il ministro della Giustizia Roberto Castelli, leghista, minacciò, nel salotto del sempiterno Vespa, di farmi arrestare. A parte il fatto che un arresto non dipende dal ministro della Giustizia, a meno che non si chiami Nordio, né al ministro degli Interni,  ne sarebbe nato uno scandalo che non conveniva a nessuno, tranne che a me.

Sulla Magistratura si possono avere due posizioni. Uno. Le sentenze della Magistratura si rispettano anche se ovviamente possono essere criticate ma il Potere giudiziario, nelle sue varie strutture, Corte Costituzionale, Corte di Cassazione, Appello, Tribunale di primo grado, magistrati di ogni ordine, non è messo in discussione. Due. Non si crede nel potere giudiziario considerandolo un covo di manigoldi e allora bisogna aprire tutte le carceri perché chiunque può essere stato vittima di questo Potere fellone.

Quanto a Piercamillo Davigo credo che, in buona fede, sia stato vittima, per ora presunta, di un pericoloso, e controproducente, eccesso di zelo.

Il Fatto Quotidiano, 23 giugno 2023