La morte di Madeleine Albright è passata quasi sotto silenzio, almeno sui giornali italiani, tranne un articolo abbastanza equilibrato di Massimo Gaggi sul Corriere della sera (24/03). In genere dei morti si suole parlare sempre bene, se invece li si copre di silenzio vuol dire che non è proprio possibile.
Madeleine Albright, benché democratica , ma forse proprio perché democratica, è stata una delle peggiori guerrafondaie, insieme a quella mezza nera e mezza democratica di Condoleezza Rice, degli ultimi trent’anni. Segretaria di Stato con Bill Clinton, sosteneva quella che in seguito, con George W. Bush, diverrà l’asse centrale della politica yankee: la superiorità morale ed etica degli americani, la “cultura superiore” che ha non solo il diritto ma anche il dovere di intromettersi, con le armi, negli affari interni di altri Stati. È lei a imporre il principio dell’“ingerenza umanitaria”.
Cominciò con l’Afghanistan del Mullah Omar. Inizialmente gli americani non erano ostili ai Talebani che avevano vinto e cacciato dal Paese i “signori della guerra” (Massud, Dostum, Gulbuddin Hekmatyar, Ismail Khan) perché pensavano che fosse meglio avere di fronte un solo interlocutore piuttosto che quattro e di poterne fare un sol boccone. Ciò che premeva in quel momento agli americani, siamo nel 1997, era di poter mettere le mani sul colossale affare del gasdotto che partendo dal Turkmenistan sarebbe arrivato al Pakistan, e quindi al mare, attraversando però per la maggior parte del suo percorso l’Afghanistan. La società che doveva condurre in porto l’operazione era l’americana UNOCAL dove erano direttamente interessati Dick Cheney, Condoleezza Rice e tutto il gruppo che farà poi parte dell’amministrazione Bush. Gli americani però, come al solito, non conoscevano gli usi locali e tantomeno il Mullah Omar. Si sa che da quelle parti, come del resto con gli arabi, le trattative vanno condotte in un certo modo, con certi rituali, davanti a una tazza di té fumante, e che si deve essere pazienti e disposti a perderci delle giornate. I rappresentanti della UNOCAL arrivavano in Afghanistan, non a Kabul ma a Kandahar dove il Mullah aveva stabilito il suo quartier generale sembrandogli Kabul già un po’ troppo moderna per i suoi gusti, ci stavano un giorno e ripartivano convinti di aver concluso l’affare. Non era nemmeno pensabile che quegli straccioni si opponessero a un colosso come la UNOCAL e agli Stati Uniti. Più smaliziati furono i rappresentanti della Bridas argentina diretta dall’italiano Carlo Bulgheroni . Si sottoposero alla lunga e defatigante trafila delle trattative. E Omar affidò alla Bridas l’affare del gasdotto. Non lo fece però solo per ragioni rituali, ma perché si rendeva perfettamente conto che la UNOCAL non era semplicemente la UNOCAL ma era la longa manus degli americani con la quale gli Stati Uniti avrebbero messo le mani sull’Afghanistan. Fu solo dopo questo “sgarbo” che gli americani, Madeleine Albright in testa, si accorsero che i Talebani non erano esattamente dei femministi. Dichiarò l’Albright: “É spregevole il mancato rispetto dei diritti umani da parte dei Talebani”. Comincia qui la sequela delle accuse, quasi sempre infondate, ai Talebani definiti sempre e comunque come “brutti, sporchi e cattivi” che porterà poi all’aggressione e all’occupazione dell’Afghanistan nel gennaio 2001 col pretesto, falso, che erano alle spalle dell’attacco alle Torri Gemelle. Nei commandos che presero parte a quell’attacco c’erano arabi sauditi, yemeniti, marocchini, tunisini ma non un solo afgano, tantomeno talebano. E non un solo afgano, tantomeno talebano, fu scoperto in seguito nelle cellule vere o presunte di Al Qaeda. Verrà dimostrato in seguito, in modo inequivocabile, che la dirigenza talebana dell’epoca era assolutamente all’oscuro dell’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono. Ma poco importa, gli americani erano già proiettati su un altro obiettivo, l’Iraq di Saddam Hussein, accusato di avere “armi di distruzione di massa”. E in effetti quelle armi il rais di Baghdad le aveva avute dagli americani, dai francesi e, via Germania Est, dai sovietici in funzione anti-iraniana e anti-curda. Ma al momento dell’attacco Nato-americano del 2003 non le aveva più perché le aveva già usate contro i curdi (ad Halabja, cittadina curdo-irachena, aveva “gasato” in un sol colpo 5000 abitanti, cioè l’intera comunità). L’invasione e l’occupazione dell’Iraq provocherà dalle 650 alle 750 mila vittime civili. Intervistata dalla CBS che le chiedeva conto di queste morti la Albright rispose: “Credo sia una scelta molto difficile, tuttavia il prezzo, non pensiamo sia troppo alto. E’ una scelta morale. Ma è una scelta morale anche quanto dobbiamo ai cittadini americani, ai soldati americani e ai paesi delle regioni limitrofe per assicurarsi che quest’uomo non sia più una minaccia”. Questa era Madeleine Albright.
A questo attacco all’Iraq parteciparono oltre agli Stati Uniti, la Gran Bretagna, inizialmente la Spagna e altri paesi europei fra cui l’Italia. Sarà questa carneficina che si protrarrà negli anni a incubare l’Isis. Negli anni in cui massacravamo uomini, donne e bambini del Medioriente noi europei vivevamo tranquilli nelle nostre città. Andavamo in discoteca, facevamo gli apericena, andavamo allo stadio, facevamo shopping, godevamo del nostro benessere, tanto che ci importava di quella gente così lontana dalle nostre terre? E non è un caso che in Europa gli attacchi Isis siano avvenuti nei luoghi del nostro divertimento e del nostro benessere: il Bataclan, la Promenade des Anglais, gli stadi, i supermercati. Amedy Coulibaly, l’attentatore al supermercato kosher di Parigi, dirà in una sorta di testamento postumo: “Tutto quello che facciamo è legittimo. Non potete attaccarci e pretendere che non rispondiamo. Voi e le vostre coalizioni sganciate bombe sui civili e sui combattenti ogni giorno. Siete voi che decidete quello che succede sulla terra? Sulle nostre terre? No. Non possiamo lasciarvelo fare. Vi combatteremo”. Potremmo prestare a Coulibaly le parole usate da De André ne Il Bombarolo, anche se nel 1973 Fabrizio non poteva certo pensare all’Isis: “Potere troppe volte delegato ad altre mani, sganciato e restituitoci dai tuoi aeroplani. Io vengo a restituirti un po' del tuo terrore del tuo disordine del tuo rumore”.
Il Fatto Quotidiano, 29 marzo 2022
“Quando si arriva a produrre e commercializzare ‘shampoo e linee di beauty per cani’, gli si fa indossare, oltre ai cappottini, t-shirt, cappellini, trench, bretelle, stivaletti di montone, occhiali da sole, gli si smaltano le unghie, li si irrora di eau de toilette alla vaniglia perché non odorino da cani, di ‘Color Highlight’ per fare le meches al pelo, striandolo di rosa, di arancione, di blu, di fucsia, di oro, li si fa massaggiare, in centri specializzati, con gli oli essenziali e si fanno loro impacchi d’argilla, li si vaporizza con spray anti-stress, li si porta dallo psicoanalista da 300 dollari l’ora e infine si stipulano polizze vita a loro favore del valore di 200 milioni di dollari, vuol dire che una società è giunta al capolinea. ”
Così scrivevo ne Il ribelle dalla A alla Z del 2006. Pensavo che avessimo toccato il fondo. Invece si può sempre scavare. Il New York Times ci informa che negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in parte anche da noi, è in crescita il fenomeno delle cerimonie di nozze per cani e gatti, “toelettandoli a festa e vestendoli con smoking, frac, pizzi, volant di tulle, fiocchi e merletti”. Alcuni, e sono i peggiori, per toelettarsi la coscienza, affermano che il tutto ha scopi benefici per supportare i rifugi dei randagi o dei cani trovatelli, altri, più sinceri, ammettono che è per il proprio puro piacere. In Germania, paese notoriamente sensibilissimo agli esseri umani, è stata approvata una legge che obbliga i padroni a portare fuori i loro animali almeno due volte al giorno e stando almeno un’ora a passeggiare. Negli Stati Uniti, come ha raccontato la nostra Camilla Tagliabue, non si può identificare un animale con il termine “pet”, è meglio utilizzare “animal companion, compagno animale, perché in America qualcuno, più di uno, pensa che l’espressione pet qualifichi l’animale come proprietà, mentre companion da l’idea della convivenza con esso, senza specificare alcun padrone o possesso”. Insomma siamo all’estremizzazione della cancel culture per cui gli Lgbtqi+, come se non bastasse, non possono essere semplicemente indicati così ma gli deve essere aggiunto un segno speciale, una sorta di e rovesciata, perché non ci siano indicazioni di genere.
In Grecia è vietato mangiare carne di cavallo. Ora l’uomo è un animale onnivoro, e quindi anche carnivoro, e perciò ha diritto di sfamarsi come meglio può. E’ antropocentrico, così come il gatto è gattocentrico e il leone leonecentrico. Il leone si stupirebbe molto se qualcuno andasse a dirgli che non è etico che si divori l’antilope. Lasciamo qui perdere il discorso, che riguarda i vegani e i vegetariani, se non sia peggio mangiarsi una sana cotoletta di una mucca allevata all’alpeggio o piuttosto tenere le mucche, i polli, i conigli, stabulati, sotto i riflettori 24 ore su 24, e quindi torturandoli, ingrassati così artificialmente per poterli smerciare a un peso che non è il loro, perché ci porterebbe troppo lontano.
In questi giorni di guerra abbiamo visto molti ucraini, non particolarmente coraggiosi, filarsela tenendosi stretti al petto i loro cani e gatti, senza capire, credo, che questi animali toglievano spazio ad altri umani in fuga.
In realtà cani, gatti e consimili sarebbero di per sé delle brave bestie se non ci fossero i loro padroni. Scriveva Ernest Hemingway in Morte nel pomeriggio: ”Io sono persuaso, per esperienza e osservazione, che coloro i quali si identificano con gli animali, vale a dire gli innamorati quasi professionisti di cani e altre bestie, sono capaci di una maggiore crudeltà verso gli esseri umani, di coloro che stentano a identificarsi con gli animali”.
Il Fatto Quotidiano, 26 marzo 2022
La guerra all’Ucraina, che già ai deboli stomaci occidentali pare eterna anche se è cominciata solo da poco più di due settimane, non durerà a lungo. Per la semplice ragione che gli ucraini, per quanto coraggiosi, non possono resistere più di tanto. Una resistenza “all’afgana”, che è andata avanti per vent’anni, non è nemmeno immaginabile. Innanzitutto per una ragione orografica. La resistenza si fa in montagna, mentre l’Ucraina ha un territorio pianeggiante. Se i Talebani hanno potuto resistere per vent’anni è anche perché l’Afghanistan ha montagne alte oltre 6.000 metri, con gole profondissime e strette dove non può entrare nemmeno un caccia e dieci uomini decisi bastano per fermare un reggimento. Si potrebbe organizzare, in alternativa, una resistenza nelle città, con una lotta casa per casa? Ne dubitiamo. Gli ucraini sono pur sempre degli europei non adusi da decenni alla guerra, e non nascono, a differenza degli afgani, col kalashnikov in bocca. Certamente ci sono molti ucraini coraggiosi disposti a battersi fino alle estreme conseguenze, a partire dal loro presidente, ma ce ne sono quasi altrettanti che preferiscono abbandonarlo rifugiandosi all’estero. Secondo le stime Onu di qualche giorno fa i profughi ucraini sono circa tre milioni e non possono essere solo donne e bambini ma, nel prosieguo, si prevede un numero di rifugiati molto più alto (otto milioni).
Ma anche se non sarà lunga per l’intanto la guerra c’è e approfittando della “copertura” della guerra ucraina, che distoglie l’attenzione dai nostri problemi interni, l’instancabile fairy band dei politici ladri e trafficoni è al lavoro per delegittimare definitivamente la Giustizia e la Magistratura e affermare un doppio diritto: uno per “lorsignori” che ne garantisca l’impunità, l’altro per i normali cittadini. Di tutti i recenti provvedimenti illiberali ha dato conto Travaglio in un editoriale del 10/03/2022.
Poiché comunque, guerra o no, della giustizia italiana bisognerà presto tornare a parlare, sia perché ce lo chiede l’Europa sia perché è nei programmi del governo sia perché è oggetto di un referendum dei radicali e della Lega, è necessario innanzitutto mettere qualche punto fermo sulla narrazione oggi in voga. Ripartendo proprio da Mani Pulite. Nel giro di trent’anni Mani Pulite è passata da “fiore all’occhiello”, non solo della Giustizia ma anche della società italiana che aveva avuto il coraggio di lavare in pubblico i propri panni sporchi, al suo opposto. Il “manipulitismo” è stato usato in termini spregiativi non solo da Luciano Violante ma da tantissimi altri.
Il presupposto di questa narrazione falsa è che Mani Pulite sia stata una “rivoluzione”. Al contrario fu piuttosto un atto di conservazione, il tentativo di ridare valore a quell’articolo 3 della Costituzione che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge senza distinzioni “personali e sociali”, mentre era invalsa la pratica che i ceti politici e imprenditoriali potessero impunemente violare la legge. I magistrati di Mani Pulite, favoriti da alcune circostanze, fra le quali emergeva una corruzione così dilagante che non era più tollerabile non solo dal punto di vista giuridico ed etico ma anche sotto il profilo economico, richiamarono anche “lorsignori” al rispetto della legge.
Poiché, guerra ucraina o no, una riforma della giustizia è ritenuta da tutti necessaria, mi permetterò anch’io di dire qui la mia, per quel che vale.
In via preliminare dirò che non ci sarebbe questo scontro quotidiano fra politici e Magistratura se i primi delinquessero un po’ di meno.
In un recente articolo sul Fatto (“I veri guai della Malagiustizia”, 15/02) ho scritto che il primo vero problema della giustizia italiana sta nell’abnorme lunghezza delle sue procedure. Lunghezza che ha origini storiche e quasi paradossali perché noi italiani abbiamo abbracciato il modello di Gaio e Giustiniano, cioè bizantino che fa onore al suo nome con una serie di ricorsi e controricorsi, di verifiche e controverifiche, di controlli sui controlli che appesantiscono le procedure, per arrivare a un’impossibile certezza assoluta del giudizio conclusivo, mentre gli anglosassoni hanno preso dal diritto latino, un diritto contadino, pragmatico, che prevede un processo svelto scontandone la possibilità di errore. Anche perché il processo ha la funzione di mettere dei punti fermi nei rapporti fra i cittadini. A questo retaggio storico si è aggiunto negli ultimi anni il diritto, chiamiamolo così, “berlusconiano” che con leggi garantiste, ipergarantiste, pseudogarantiste ha come principale obiettivo che il colpevole, se appartiene alla cricca di “lorsignori”, non venga mai raggiunto.
Depurare il nostro Codice di procedura penale di tutti questi intralci, tenendo ben fermo nello stesso tempo il principio fondamentale della “presunzione di non colpevolezza”, è un “vasto programma” che richiederà, se mai ci si volesse incamminare su questa strada, degli anni. Nel frattempo però ci sono anche altri problemi, alcuni legati proprio alla lunghezza delle procedure, altri no. Fra i primi c’è quello del segreto istruttorio. Si potrebbe riprendere dal codice Rocco rimasto in vigore, su questo tema, fino alla riforma del 1989. Secondo questo schema l’istruttoria deve essere segreta, il dibattimento naturalmente pubblico. La segretezza dell’istruttoria è necessaria perché nelle indagini preliminari dei Pm e della polizia giudiziaria, che vanno ovviamente a tentoni, possono rimanere impigliate persone che nulla hanno a che fare con i fatti criminosi. Il Gup vaglia gli elementi presentati dal Pm e manda al dibattimento solo quelli che ritiene necessari al processo. In assenza del segreto dei semplici indagati vanno incontro all’inevitabile massacro massmediatico.
Un tema su cui si dibatte molto oggi è quello della composizione del Csm. Lasciando qui perdere le modalità con cui devono essere eletti i suoi membri, ritengo che vadano tolti di mezzo i cosiddetti “laici”, cioè giudici designati dal Parlamento. Poiché uscivamo dalla dittatura fascista i nostri Padri costituenti vollero una Magistratura assolutamente indipendente dagli altri poteri dello Stato. Ma perché il Csm non fosse una torre eburnea totalmente avulsa dalla società stabilirono che, oltre ai membri di diritto e a quelli eletti dai magistrati (i “togati”), cioè eletti da altri magistrati, un terzo dei componenti del Csm fosse scelto dal Parlamento fra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno quindici anni d’anzianità. Com’erano ingenui i nostri Padri fondatori, è bastato poco perché i partiti gabellassero come magistrati da mandare al Csm dei politici.
Un altro tema su cui si sta ragionando e questa volta, mi pare, bene, è quello delle cosiddette “porte girevoli”: un magistrato che sia entrato in politica non può tornare a fare il magistrato. Per la semplice ragione che quand’anche abbia svolto la sua funzione in modo ineccepibile, viene naturale il sospetto che non abbia giudicato “in scienza e coscienza”, ma a supporto dell’ideologia del partito cui ha successivamente aderito. Io vieterei anche che i magistrati, una volta lasciata la toga, possano entrare in politica. Si dirà: è una violazione dei loro diritti civili. Ma quello del magistrato non è un mestiere come un altro, da lui può dipendere la vita, fino alla rovina, di un cittadino. E quindi ritengo plausibile questa limitazione dei loro diritti civili così come la Presidenza della Repubblica comporta limiti alla libertà di espressione.
Per lo stesso motivo andrebbero abolite le correnti all’interno della Magistratura. Perché evidenziano che ci sono magistrati di sinistra, di centro, di destra. Anche per un magistrato che appartenga a una corrente nasce naturale, e a volte giustificato, il sospetto che non abbia svolto la sua funzione in modo equanime. E, come si diceva una volta, il magistrato è come la moglie di Cesare che “non solo dev’essere onesta, ma anche apparire tale”.
Il Fatto Quotidiano, 22 marzo 2022