Camminate sullo stretto sentiero di un bosco. È scesa la sera, è iniziata la notte. Il buio e il silenzio, abbastanza impressionante per chi viene dalla città, inducono alla meditazione. Ma man mano che procedete e le vostre orecchie si fanno più attente sentite un rumore di sottofondo un po’ inquietante. Che cos’è? Acufene? O venite da una lettura recente di un racconto di Buzzati dove tutto, anche le più normali cose, assume un aspetto angosciante? O è forse il ronzio delle api che, anche nottetempo, stanno organizzando, in modo militare, il loro alveare con ordini precisi e inderogabili che riguardano le operaie, le infermiere, i fuchi destinati alla morte, sia quelli che perderanno la partita sia il solo che riuscirà a fecondare l’Ape Regina soccombendo subito dopo l’amplesso, o l’Ape Regina stessa? Ordini che nessuno ha dato, ma rispondono a quella che l’entomologo Jean-Henri Fabre ha definito “la Legge” e che noi chiameremo più semplicemente l’istinto. No, quello che sentiamo in sottofondo non è il classico ronzio delle industriose api. È piuttosto un cric, crac, uno sbocconcellare di qualcuno, migliaia di qualcuno, nascosto nel tronco degli alberi o nelle loro radici. Sono “i divoratori della foresta”, un cerambice eroe, cioè un tarlo, un cervo volante, uno scolito, una saperda, un sirice. Questi insetti, minuscoli, sbocconcellano il legno dell’albero o la sua cellulosa, sia per alimentarsi sia per trovare cavità più profonde dove starsene al sicuro. Sbocconcella un giorno, sbocconcella un altro, l’albero, dai e ridai, cadrebbe stecchito a terra. Ed in effetti qualche vecchio pioppo, abitato dalla saperda, ogni tanto crolla a terra, come ben sappiamo. Ma in linea di massima i boschi e le foreste rimangono intatti. Com’è possibile? È possibile perché questi insetti, e mille altri che si potrebbero nominare, hanno un antagonista, un parassita chiamato icneumone che distrugge i “distruggitori”. Se non esistesse l’icneumone, le piante, i boschi, le foreste, rase al suolo, non potrebbero mettere in atto la loro vitale funzione dello scambio fra anidride carbonica e ossigeno. E quindi senza il minuscolo icneumone non perirebbero solo le foreste ma anche l’uomo cui l’ossigeno è indispensabile come l’ossigeno.
Questa favoletta, che favoletta non è, ci racconta dello straordinario equilibrio con cui la Natura, di cui l’uomo fa parte, tiene se stessa (“un equilibrio sopra una follia” per dirla con Vasco).
“La Natura ci parla e sa” scrive Fabre. Ma è da quel dì che noi non ascoltiamo più la Natura. Da quando la rivoluzione scientifica del Cinquecento / Seicento (Copernico, Keplero, Galilei, Newton) ha innescato quella industriale di metà del XVIII secolo, razionalizzata poi nell’Ottocento dall’Illuminismo sia in versione liberista che marxista. Da allora l’uomo è stato preso da un ubris, da un delirio di onnipotenza incontenibile, al cui centro c’è la domanda: che cosa dobbiamo fare per dominare tecnicamente la Natura e la vita? Ma che senso, e quale, abbia questo dominio la Scienza, come già notava Max Weber intorno al 1920 (Il lavoro intellettuale come professione), non ce lo dice, lo dà solo come presupposto, un “a priori” incontestabile. E invece un senso ce l’ha, purtroppo. Ed è quello di portarci il più rapidamente possibile, alterando costantemente i delicati meccanismi della Natura (che in realtà è la Tecnica che sovraintende a tutte le tecniche), verso l’autodistruzione.
La biodiversità (come peraltro ogni diversità) è fondamentale per la sopravvivenza dell’intero ecosistema. È stato calcolato, in modo ovviamente approssimativo, che le specie vitali, non solo animali evidentemente (perché tutto ciò che è vivo, che non è minerale, fa parte dell’ecosistema) fossero circa 11 milioni. Negli ultimi cinquant’anni ne abbiamo distrutto l’83 per cento. Finora la Natura è riuscita a metterci, in qualche modo, una pezza. Di questo ciclo vitale le industriose api sono un elemento fondamentale e le api stanno via via scomparendo a causa delle pratiche agricole intensive, l’uso dei fertilizzanti, l’inquinamento e le elevate temperature dovute al cambiamento climatico. Tout se tient. Diceva Albert Einstein che il giorno in cui non ci saranno più le api sarà anche l’ultimo giorno della vita dell’uomo sulla Terra.
Il cronista del Giornale Stefano Zurlo intervistando Giuliano Pisapia, figlio di Gian Domenico Pisapia un giurista di grande valore, con cui mi onoro di essermi laureato a pieni voti, ma peraltro autore, con le migliori intenzioni, della disastrosa riforma del codice di procedura penale del 1989 (un incrocio fra sistema accusatorio e inquisitorio). Lì Pisapia jr. ha affermato che bisogna andare oltre “la solita litania sulla lentezza dei dibattimenti”. Peccato che questa litania sia “solita” per la semplice ragione che la lentezza dei processi va ad incidere pesantemente su alcune questioni fondamentali: la carcerazione preventiva, la “presunzione di non colpevolezza”, la certezza della pena, la libertà di stampa.
È ovvio che più lunga è la durata dei processi, più lunga può diventare la carcerazione preventiva. Senza arrivare ai casi clamorosi di Giuliano Naria, il presunto terrorista rosso che fece nove anni di carcerazione preventiva per essere poi riconosciuto innocente, oggi le nostre carceri sono zeppe di persone in attesa di giudizio. Questo per gli stracci, gli altri vanno agli “arresti domiciliari”, anche questa una discriminazione sociale inaccettabile motivata dalla considerazione che i “colletti bianchi” soffrirebbero di più il carcere perché non ci sono abituati.
La “presunzione di non colpevolezza” fino a condanna definitiva è un principio fondamentale del diritto. Ma se i processi si allungano all’infinito diventa di fatto una presunzione di impunità perché i processi finiscono inevitabilmente sotto la mannaia della prescrizione o della “improcedibilità” con cui la ministra della giustizia Marta Cartabia, con un gioco direi quasi di parole, ha cercato di mascherare la prescrizione. Teniamo presente che se un imputato è sempre, e giustamente, un presunto innocente, la vittima del reato è però certa e ha quindi più diritto degli altri di avere una giustizia che invece, prescrizione operans, non avrà mai.
La prescrizione poi annulla la certezza della pena che è un altro dei cardini di un buon funzionamento della giustizia e della società stessa. Le pene non devono essere troppo dure né tantomeno “esemplari”, come s’è detto e fatto troppe volte sotto spinte emozionali, ma devono essere certe.
L’abnorme durata dei nostri procedimenti impedisce di tutelare la loro segretezza. Nel codice di Alfredo Rocco (ministro della giustizia durante l’era fascista) le cui norme hanno avuto valore fino al 1988, l’istruttoria era segreta, il dibattimento ovviamente pubblico (nei sistemi totalitari è segreto anche il dibattimento). Ciò a tutela delle persone che durante la fase, per forza di cose incerta e a tentoni delle indagini preliminari, possono essere impigliate in un’inchiesta alla quale sono estranee. Cioè in un sistema ben regolato la polizia giudiziaria e il pubblico ministero portano alla valutazione del Gip il materiale che hanno raccolto. Il Gip scarta i fatti irrilevanti e porta al dibattimento solo quelli che sono utili al processo e così, a parer mio, dovrebbe essere. Ma così non è stato. Perché in questi anni i media hanno potuto violare un segreto istruttorio che di fatto non esiste più. Con conseguenze devastanti. Oggi basta che un personaggio pubblico sia raggiunto da un “avviso di garanzia”, che in teoria dovrebbe essere a sua tutela, perché si scateni il “tritacarne massmediatico” da parte di questa o quella formazione politica e dei media ad essa aggiogati. Ma, d’altro canto, se le istruttorie durano anni, impedire ai media di raccontarle finisce per essere un’inaccettabile mordacchia alla libertà di stampa. Ritorniamo quindi e sempre al problema dell’abnorme lunghezza delle nostre procedure. In Gran Bretagna durante le istruttorie i media forniscono solo le iniziali dell’indagato indicato come “persona informata dei fatti” e non possono fare nemmeno il nome del giudice inquirente ad evitare che costui voglia farsi pubblicità evitando così la canzoncina che da anni è il leitmotiv delle destre italiane per squalificare le indagini. Ma in Gran Bretagna se c’è un imputato detenuto le istruttorie durano dai 28 ai 32 giorni a seconda della diversa composizione del Giurì cioè della diversa gravità del reato. Ma questo da noi è impensabile. In attesa che si metta mano seriamente a una riforma del codice di procedura penale che lo ripulisca degli infiniti ricorsi e controricorsi, esami e controesami e delle leggi cosiddette garantiste con cui è stato inzeppato il codice durante l’era Berlusconi, che in realtà si risolvono in un danno per l’innocente, il cui interesse è essere giudicato il prima possibile, e in un vantaggio per il colpevole il cui interesse è esattamente l’opposto, troviamo ragionevole la mediazione proposta dal procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi che ha inviato una circolare a tutti gli uffici giudiziari raccomandando di limitare al massimo le conferenze stampa e di non indicare come “colpevole” l’indagato. È già qualcosa. Anche se in passato, un passato ormai lontano, era una norma di civiltà che il magistrato si esprimesse solo “per atti e documenti”. Ma quelli erano altri tempi, altri uomini, altro tutto.
Il Fatto Quotidiano, 15 febbraio 2022
Lo dico al Fatto, 11 Febbraio 2022
Caro Fini, quando Lei scrive sul Fatto ne sono felice e la prima cosa che cerco sulla front page e'
il Suo nome. L'articolo in rubrica e' molto interessante. Mi sembra che Lei sia affascinato dai Talebani cosi' come alcuni autori francesi affascinati dalla Legione Straniera. Ma veramente Lei baratterebbe la nostra civilta' o mondo dove puo'scrivere cio' che vuole, dichiararsi ,se lo crede, ateo, bere un whishey e corteggiare una donna (anche sposata) senza incorrere nella pena di morte comminata in questi casi in quel Paese?
Mi risponda sinceramente e scriva qualche nuovo libro.
Con stima e cordiali saluti.
Rodolfo Kaufmann
Risposta al lettore