Ha sbagliato Giuseppe Conte nell’essersi lasciato andare a escandescenze pubbliche, fino a impedire, o almeno cercare di impedire, la presenza dei rappresentanti grillini nelle trasmissioni Rai, perché i 5 Stelle non sono stati adeguatamente rappresentati come primo partito del Paese nella spartizione dei ruoli di quello che è, o dovrebbe essere, un Ente pubblico. Ha sbagliato perché, pur contestando questa spartizione partitocratica, e proprio perché l’ha contestata, Conte l’ha avallata. Se i grillini fossero stati adeguatamente rappresentati in Rai, secondo quella che è la loro attuale forza parlamentare, Giuseppe Conte non avrebbe probabilmente proferito verbo. E questo è in totale contrasto con l’originaria concezione dei 5 Stelle secondo la quale la Rai avrebbe dovuto essere sottratta all’occupazione, del tutto arbitraria, della Rai da parte dei partiti. Se c’è un renziano in più o un grillino in meno la sostanza non cambia. È la spartizione partitocratica della Rai ad essere del tutto illegittima e che non può essere accettata.
Intendiamoci, la presa dei partiti sulla Rai esiste da quando esiste la Rai. Alle origini la Rai era in mano a un solo partito, la Democrazia cristiana, che aveva ben capito il potere di questo mezzo che non le deriva dal fatto di “far vedere” ( anche un film “fa vedere”) ma dall’essere piazzata nelle nostre case. Non è possibile ignorarla. Il Pci, il grande antagonista di allora, aveva scelto una strada diversa, quella di portare dalla propria parte gli artisti e, in modo particolare, i registi ( tutto il “neorealismo” è fatto di questa pasta ). Agendo in un regime di monopolio commerciale, e che quindi non era sottoposto ai diktat di Auditel, la Rai di Ettore Bernabei poteva permettersi di offrire trasmissioni di alto e anche di altissimo livello. Prendiamo il “varietà” del sabato sera, l’intrattenimento popolare per definizione. Si chiamava Un, due, tre di Tognazzi e Vianello; Il mattatore di Gassman; Alta fedeltà ( testi di Chiosso e Zucconi ); Studio uno di Walter Chiari (1963), Lelio Luttazzi (1964), Ornella Vanoni (1966); Il signore di mezza età a cura di Camilla Cederna, Marcello Marchesi, Gianfranco Bettetini, presentato dallo stesso Marchesi con Lina Volonghi e Sandra Mondaini; L’amico del giaguaro, con Bramieri, la Del Frate e Raffaele Pisu; Scarpette rosa con Carla Fracci, Walter Chiari, Mina; Quelli della domenica con Paolo Villaggio ( testi di Marchesi e Costanzo ). Erano tutti spettacoli che si sostenevano su professionisti di ottimo livello che, per necessità, dovevano essere presi tutti dalle arti e dai mestieri, fosse pure il circo di Moira Orfei, perché quella prima televisione non poteva alimentarsi di se stessa, come invece avviene oggi dove basta una comparsata di un signor nessuno per farne un personaggio che poi ripresentandosi per “saecula et saeculorum” sul piccolo schermo ci ossessionerà per anni pur non avendo nulla da dire e da dirci. Inoltre quella Televisione bernabeiana cercò di unificare l’Italia dei dialetti ad un italiano di buon livello, c’erano addirittura venature “puriste” in quel linguaggio, tanto lontano dal basic-english-romanesco di oggi. C’era poi lo sceneggiato all’italiana ( Riccardo Bacchelli, Il mulino del Po ) e la trasmissione dei grandi romanzi dell’Ottocento dai Fratelli Karamazov ai Demoni di Dostoevskij ( con la straordinaria interpretazione di Luigi Vannucchi nel ruolo del principe Stavrogin). Bernabei si permise di dare alle otto e mezza di sera, dove oggi dominano quiz demenziali in cui a una squiba viene chiesto di dire qual è l’infinito di “volo”, il settimo sigillo di Ingmar Bergman. Ognuno lo interpretò secondo la propria sensibilità, la mia segretaria ( lavoravo allora in Pirelli ) lo prese come un noir e in fondo ci stava anche quello.
In quella televisione c’erano ‘pruderie’ comiche, la parola “uccello” era proibita e quando il finto ingenuo Mike disse: “Ahi, ahi, Signora Longari lei mi è caduta sull’uccello” suscitò un putiferio, che ancor oggi si ricorda, ma sempre in termini bonari, come più bonaria era la società di quegli anni.
Né io sono così ingenuo da non conoscere i rischi di totalitarismo che ci sono in ogni dirigismo. Resta il dato di fatto che quella era una televisione che avrei fatto vedere a mio figlio senza dovermene vergognare. Mentre quella di oggi non è immorale ( magari ) è semplicemente volgare.
Il patatrac accadde quando nel 1975, con un’apposita Legge, fu introdotto il cosiddetto “pluralismo” televisivo, cioè le tre Reti Rai, con i loro addentellati, dovevano essere assegnate ai partiti: la Rete Uno di regola alla Dc, la Due al Psi, la Tre alla sinistra. Dovendo competere fra loro per acquisire audience le tre Reti Rai, aggiogate a questo o a quel partito, cosa che nessuno nega nemmeno fra i protagonisti di allora che pur se la danno da indipendenti, dovettero abbassare il proprio livello culturale. L’avvento delle “commerciali” ha fatto il resto. Quello culturale non è un “prodotto” come gli altri. Se io ti do una mela buona tu la mangi, se te ne do una un po’ meno buona tu la mangi, se te ne do una ancora meno buona tu la mangi lo stesso, ma se tu mi dai una mela marcia io te la butto in faccia. Il “prodotto” culturale può invece abbassare all’infinito il suo contenuto per ottenere audience più ampie, abituando così a un livello infimo i suoi consumatori che chiederanno un prodotto ancora più basso. E questo è il punto cui siamo arrivati oggi dove alle otto e mezza invece di Bergman c’è una squiba che deve rispondere, per qualche centinaia di migliaia di Euro, alla fulminante domanda postale dal solerte conduttore: “Qual è l’infinito di volo”?
Come si esce da questo avvitamento? Non è poi così difficile se ci rifacciamo al modello britannico. In Gran Bretagna la Bbc, che è considerata una delle migliori televisioni al mondo, dipende dal governo inglese, perché anche il governo, rappresentando il Paese, ha il diritto e il dovere di dare, ‘latu sensu’, una sua impronta culturale. All’infuori della Bbc ci sono poi network privati che si battono tra loro per avere la maggior audience possibile, senza dover badare agli interessi pubblici e più in generale del Paese. Londra è a un’ora e mezza di volo. È davvero così difficile riprendere da quel modello, che tiene ben fermo l’interesse pubblico senza castrare quello, commerciale, dei privati? Parrebbe di sì se ora anche i 5 Stelle, che dovevano spazzare via la presa partitocratica dei partiti sulla Rai, fanno, attraverso le parole di Conte, il ponte isterico perché ritengono di non aver avuto in questa spartizione il posto che pensano, non per Legge ma per consuetudine, che loro gli spetti. In fondo Conte dando l’aria di contestare la spartizione pubblica della Rai l’ha, di fatto, e del tutto involontariamente, avallata.
Caro Massimo, magari la lottizzazione Rai fosse illegittima! Purtroppo è non solo legittima, ma addirittura imposta dalla legge (Gasparri, peggiorata da Renzi). Il M5S ha presentato una proposta di legge per riformarla nel senso della Bbc, senza però trovare i voti necessari in Parlamento. Nell'attesa, il governo lottizza in base alla legge vigente: ed è vergognoso che lo faccia con tutti i partiti, fuorchè col più rappresentato in Parlamento. (M.TRAV)
Il Fatto Quotidiano, 26 Novembre 2021
Canto notturno di un pastore errante dell’Asia ( Giacomo Leopardi )
Nel libro: “Sbagliando non si impara” la psicologa Sara Garofalo scrive tra l’altro che “siamo bombardati di informazioni che il nostro cervello non può controllare”. Questa mancanza di controllo è in realtà un meccanismo di difesa che si rifà al principio dell’ “utilità marginale” che ti insegnano al secondo anno di Economia: il primo cucchiaio di minestra ti salva dalla fame, il secondo pure, il terzo ti fa star bene, il quarto anche, il centesimo ti uccide.
L’eccesso di informazioni finisce per uccidere l’informazione. Siamo come un Tantalo bulimico cui basterebbero pochi sorsi d’acqua per esaudire la sua sete, ma che messo davanti a un lago lo beve tutto e ne muore. Pubblicità, televisioni, radio, stampa, facebook, film, libri ( solo in Italia se ne pubblicano circa 80.000 l’anno) ci inondano di offerte, a volte anche di buon livello, ma noi finiamo per non ritenerne nulla. Ho amici abbonati a Netflix, un’orgia di film. Ma se gli chiedi chi è il regista di quel film, di cui ti hanno appena detto meraviglie, non lo sanno. La trama la confondono con quella di altri film visti, più o meno contemporaneamente o in un passato recente. Si ricordano gli attori, questo sì.
Ma questo rigetto della memoria del presente si ripercuote su quella del passato. Giulia Soncini ha notato lo straordinario declassamento culturale avvenuto nel nostro Paese, ma credo che la cosa riguardi l’intero Occidente che ha demonizzato le tradizioni a favore dell’ “innovazione” ( che cosa ci sia poi ancora da “innovare” non è facile capire ). Internet poi non aiuta o, per essere più precisi, aiuta anche troppo. Tu vuoi sapere qualcosa di un autore di cui hai vagamente sentito dire, clicchi su Wikipedia e hai dieci righe di spiega, ma è un’informazione totalmente superficiale. Vuoi sapere di Albert Camus? Non solo non bastano le brevi di Internet ma nemmeno conoscere le sue opere ( Lo straniero, La chute, poniamo ) ma bisogna aver letto prima Rimbaud, Baudelaire, Lautréamont, si deve cioè fare un percorso faticoso. Ma il mondo attuale è indotto a rifiutare qualsiasi fatica che non sia legata al nostro lavoro di “schiavi salariati”. La superficialità, è quasi tautologico dirlo, uccide la creatività. Il grande romanzo ottocentesco legato a una borghesia in ascesa, è scomparso insieme a questa stessa borghesia, sostituita da un’informe classe media senza idee e senza ideali. Nel Novecento però il romanzo è stato sostituito da grandi film più facili da assorbire perché, per quanto profondi, sono pur sempre “visivi”, mentre la lettura, anche quando è affascinante, vuole uno sforzo maggiore. Ma l’ultimo grande film: “Blade Runner” è di trent’anni fa. Poi abbiamo avuto solo degli spiccioli, a volte anche gradevoli, ma solo spiccioli.
Forse il mezzo migliore nel campo dell’informazione è la radio, perché vuole attenzione da parte di chi parla e di chi ascolta, mentre anche uno scimmione può schiacciare un bottone e vedere un’immagine. Ma dopo l’avvento della Tv la radio è retrocessa a media minore, tanto che i partiti pur non rinunciando ad occuparla, di fatto se ne disinteressano.
L’arte è ferma a Duchamp, alla sua geniale intuizione, quando mettendo una bicicletta sul podio disse: “questa è un’opera d’arte per la sola intenzione dell’artista”. Ed in effetti tutto dipende da come tu le guardi le cose. Gli oggetti di per sé sono atoni, siamo noi a dar loro un significato e un’anima (“L'apparenza delle cose come vedi non m'inganna/ preferisco le sorprese di quest'anima tiranna/ che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti / ma ti apre nuovi occhi”). Era nata l’arte concettuale. Ma dopo Duchamp qualcuno ha pensato di essere artista mettendo sul piedistallo un mongoloide, Biennale d’Arte di Venezia di qualche anno fa, un orso disteso con fra le cosce un enorme cazzo istoriato o le vasche di Jan Fabre. Per questo, credo, non si fan che scavi per trovare reperti antichi, di cui soprattutto l’Italia è ricca, un po’ più validi, più concreti e meno astratti.
Per tornare ai film non è un caso che oggi dominino le ‘serie’ che si basano su un meccanismo psicologico elementare, quasi ipnotico come certi giochi dalla capostipite Candy Crush ai suoi derivati o ultimo grido “i gattini”. Che aiutano a dormire, cosa che non è di poco conto, ma certamente non a riflettere. E non è nemmeno un caso che siano in ascesa i docufilm che stanno gradualmente sovrapponendosi ai film.
Senza profondità non ci può essere creatività o, più probabilmente, questa si indirizza in campi che non hanno nulla a che fare con l’arte, la poesia, la letteratura, ma piuttosto con la produttività e gli algoritmi. Come scriveva Marcuse ne: L’uomo a una dimensione: “Al di sotto della sua ovvia dinamica di superficie, questa società è un sistema di vita completamente statico, che si tiene in moto da solo con la sua produttività oppressiva”.
E in questa calma piatta mi pare del tutto improbabile, anzi impossibile, che possa rinascere un uomo che sappia unire al genio poetico quello filosofico, in modo magico e quasi sconvolgente, come Giacomo Leopardi ne “Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia”.
Il Fatto Quotidiano, 21 Novembre 2021
A settembre nell’ambito di una consultazione UE la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha sottolineato la necessità di costituire un esercito europeo. La questione era nell’aria già da tempo, tanto che ne aveva parlato persino il pavido Angelo Panebianco che nei decenni scorsi ogni volta che si avanzava l’ipotesi di un “esercito europeo” dava in scalmane e faceva il ponte isterico. In ottobre Mario Draghi era venuto in supporto a Von der Leyen dichiarando: “La Nato è meno interessata che in passato all’Europa e ha spostato altrove la sua attenzione”. La questione va posta in modo diametralmente opposto: siamo noi europei che non dovremmo avere più alcun interesse a restare nella Nato.
Già a metà degli anni Ottanta francesi e tedeschi avevano cercato di costituire un esercito comune che avrebbe poi dovuto essere allargato a tutti gli altri paesi europei. Gli americani si opposero: “Che vi serve? A difendervi ci pensa la Nato”. L’obiezione era allora comprensibile perché in presenza dell’Urss la Nato, vale a dire gli americani, perché la Nato è stata sempre un’organizzazione totalmente in mano agli Stati Uniti, anche se per pudore o piuttosto per mascherare la realtà vi si nomina a Presidente un danese, o come oggi, un norvegese. La Nato era la sola ad avere il deterrente necessario, alias l’Atomica, per scoraggiare l’ ‘orso russo’ dal tentare avventure militari in Europa Ovest. In realtà anche questa ipotesi era inverosimile e pretestuosa perché già nella Conferenza di Yalta del 1945 Roosevelt e Stalin, all’insaputa ovviamente dei propri cittadini i quali, come sempre, sono dei sudditi, avevano deciso quali erano le zone d’influenza. È questo, fra gli altri, uno dei motivi per cui il Partito comunista non avrebbe potuto andare al potere in Italia anche se avesse avuto la legittimazione delle elezioni cosicché il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, fu costretto, per non lasciare immobilizzata una forza consistente che era molto più larga di quella elettorale dato che dopo il Sessantotto tutta l’intellighenzia italiana si era spostata a sinistra, ad affermare che: “Si è spenta la funzione propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”.
Ma dopo il collasso dell’Urss nel 1989 la Nato non aveva più alcun ragion d’essere per noi europei. Continuava ad averne invece per gli Stati Uniti perché la Nato è stata uno dei principali strumenti, se non addirittura il principale, con cui gli americani hanno tenuto in stato di minorità l’Europa, in senso militare, politico, economico, culturale.
È quindi dal 1989, cioè trent’anni fa, che gli europei avrebbero dovuto porsi il problema di sganciarsi da una Organizzazione da cui non traevano più alcun vantaggio, ma solo rischi e danni. Fra i leader politici europei solo Angela Merkel lo aveva capito quando qualche anno fa dichiarò: “I tempi in cui potevamo contare pienamente su altri sono in una certa misura finiti. Noi europei dobbiamo veramente prendere il nostro destino nelle nostre mani” (Monaco, maggio 2017). E infatti la Germania si è tenuta fuori dalle disastrose guerre alla Serbia, all’Iraq e alla Libia, tutte targate Nato, cioè a stelle e strisce, anche se in quella alla Libia c’è il forte zampino dei francesi e, in secondo piano, degli italiani (Berlusconi premier) i quali sono riusciti nell’impresa di mettere in subordine i loro interessi economici alla inossidabile sudditanza agli americani. E se la Germania è stata anch’essa in Afghanistan è solo perché quella guerra, a differenza di Serbia, Iraq e Libia, aveva, almeno all’inizio, la copertura dell’Onu e quindi una legittimazione internazionale. Tutte queste guerre sono venute in culo all’Europa. La guerra all’Iraq ha partorito l’Isis la cui furia si è abbattuta inizialmente su Francia, Germania, Spagna, Belgio e che ora si è espansa in tutto il globo tranne che in America, troppo lontana e troppo poliziesca per essere raggiunta. La guerra alla Libia ha accresciuto le migrazioni bibliche che si abbattono soprattutto sulle coste italiane.
Sulla creazione di un autonomo esercito europeo tutti i leader del vecchio continente, anche quelli favorevoli, Mario Draghi in testa, si sono affrettati a dichiarare che “è complementare alla Nato, ma non la sostituisce”. E invece quello che si dovrebbe fare, come prima mossa, per sottrarsi all’eterna sudditanza americana, è proprio denunciare il Patto Atlantico e uscirne. “Pacta sunt servanda” dice il diritto internazionale, ma aggiunge: “Rebus sic stantibus”. E poiché dal 1989 ad oggi le cose sono cambiate, e di molto, il Patto potrebbe essere legittimamente stracciato.
La seconda mossa è togliere alla Germania democratica l’anacronistico divieto di possedere l’Atomica. Non è possibile che quest’arma, che è un deterrente indispensabile, la posseggano, oltre Russia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina, India anche il Pakistan, il Sudafrica, Israele, la Corea del Nord e non il più importante Paese europeo. “Vasto programma” avrebbe detto De Gaulle. Vero, ma la cosa è tanto più imprescindibile ora che la Gran Bretagna, potenza atomica, ha lasciato l’Europa e, per legittime ragioni storiche, i suoi interessi sono legati strettissimamente a quelli Usa. L’Atomica ce l’ha la Francia, ma dei francesi sul piano militare c’è da fidarsi pochissimo, sarebbero capaci di buttarsela sui piedi.
Gli americani sono anche dei competitors sul piano economico, sleali e pericolosi. Tutte le grandi crisi finanziarie da quella del ’29 alla Lehman Brothers del 2008 nascono negli Usa, per poi abbattersi principalmente sull’Europa. È l’allegra finanza americana che immette nel sistema trilioni di dollari che non rappresentano nulla se non un enorme debito contratto verso il futuro (e poi hanno anche l’impudenza di piangere lacrime di coccodrillo su “i nostri giovani, i nostri figli, i nostri nipoti, i nostri pronipoti”) creando una gigantesca bolla inflazionistica che prima o poi si abbatte non solo su chi l’ha creata ma su chi ha la sfortuna, o la dabbenaggine, di avervi rapporti. E per questo Merkel ha voluto per l’Europa una politica di austerità. Ma l’austerità diventa inutile se dall’altra parte c’è qualcuno che bara.
Il Fatto Quotidiano, 16 Novembre 2021