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“Avverto la Grecia di evitare sogni, atti e dichiarazioni che provochino rimpianti”. Di chi sono queste minacciose parole pronunciate in tono mafioso? Di Recep Tayyip Erdogan, il presidente turco. La materia del contendere sono le isole del Mar Egeo. Che cosa abbia da pretendere Erdogan dalla Grecia è difficile capire. Secondo il trattato di Losanna del 1923 le isole del Mar Egeo appartengono alla Grecia, la Turchia ha sovranità solo su due piccole isole, poco più che degli scogli, Imbro e Tenedo. Ma è evidente che Erdogan, approfittando della situazione che lo vede protagonista sullo scacchiere internazionale, vuole impadronirsi se non proprio delle isole greche dei diritti di sfruttamento del sottosuolo marino e dei diritti di pesca. Del resto la Grecia, pur appartenendo all’Unione Europea dal 1981, è sempre stata considerata la Cenerentola d’Europa. La Turchia gode invece dell’appoggio incondizionato degli Stati Uniti per la sua posizione strategica: piatta com’è, è una portaerei naturale e non a caso gli Usa vi mantengono a Incirlik la loro più importante base aerea piazzata tra Oriente e Occidente. Si potrebbe anche dire che tutte le guerre balcaniche, compresa quella alla Serbia ortodossa del 1999, sono state fatte per costituire una sorta di corridoio di islamismo non radicale (Albania + Bosnia + Kosovo) a favore della Turchia. Un calcolo comunque infame ma che, come quasi sempre per le iniziative americane, si è rivelato anche sbagliato. Perché la Turchia degli anni Novanta non era la Turchia di oggi, quella di Erdogan.

Sono stato parecchie volte in Turchia negli anni Settanta. Era un paese molto civile e accogliente come lo era, lo dico per incidens, la Cipro turca, a capitale Famagosta, molto più bella e affascinante, rispetto a quella greca. Si respirava ancora l’aria della Turchia laica fondata da Kemal Ataturk.

Ma la Turchia di Erdogan è tutt’altra cosa. Faceva notare il lettore del Fatto (20/06) Anilo Castellarin: “Putin viene etichettato giustamente come un criminale di guerra, un assassino, un nuovo Hitler, un pazzo, un bandito e tanti altri epiteti probabilmente tutti meritati. Mentre con Erdogan i media e gli uomini delle Istituzioni occidentali usano aggettivi diversi. Erdogan è chiamato benevolmente “sultano”, … Eppure il capo turco non è diverso da Putin. Sta massacrando la popolazione curda. Fa incarcerare gli avversari politici. Chiude i media che gli sono contro. Fa bombardare città in Stati sovrani come l’Iraq e la Siria, uccidendo civili”. Il lettore sottolinea anche come gli “sbandierati valori occidentali” siano accantonati ‘momentaneamente’ da Joe Biden e da tutti i Biden dell’Occidente. E’ la ‘real politik’, bellezza. Del resto lo stesso Biden non ha in programma un incontro col principe saudita Salman che, oltre che essere un noto difensore dei diritti delle donne (un vero “principe rinascimentale” a detta di Matteo Renzi), è il responsabile dell’assassinio del giornalista Khashoggi?

Con la ‘real politik’ si può andare molto lontano. “Real politik” potrebbe essere considerata anche quella di Adolf Hitler, finché non perde la partita. Ma lasciando perdere i criminali di ieri e tornando a quelli di oggi adesso il guerrafondaio Erdogan si permette di mettere il veto all’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia, due autentiche liberal democrazie e fra i Paesi più pacifici del mondo. Quale pretesto è addotto dal “sultano”? Che i due Paesi scandinavi ospitano dei curdi. Erdogan non si accontenterebbe dell’estradizione dei guerriglieri del Pkk, ma vorrebbe anche quella dei curdi della diaspora, che col Pkk hanno poco o nulla a che fare, che si sono rifugiati in Svezia e in Finlandia per sfuggire alle sue violenze. Se i Paesi occidentali avessero davvero a cuore i “valori occidentali” si opporrebbero alla strafottenza criminale di Erdogan, invece la subiscono. Per “real politik”, naturalmente. Ma allora verrebbe da chiedersi, come fa il lettore Anilo Castellarin, che cosa siano mai questi “valori occidentali” e se, al di là delle magniloquenti dichiarazioni, siano mai esistiti.

Il Fatto Quotidiano, 22 giugno 2022

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Nel docufilm, Il fronte interno, realizzato da Paola Piacenza, Domenico Quirico, importante inviato de La Stampa, afferma tra l’altro: “I poveri nel Medioevo erano visibili e mostrati orgogliosamente come i prediletti da Dio. Erano i ricchi a dover fare fatica, poverini, a passare dalla cruna dell’ago. Oggi invece i poveri si nascondono e sono nascosti, ignorati e censurati. Colpevolizzati, perché non sono stati capaci di obbedire alla prima delle regole sociali, quella che impone di raggiungere il successo”.

Anche se la cosa può apparire sorprendente aggiungerei che i poveri nel Medioevo europeo non esistevano. I mendichi erano l’un percento della popolazione europea ed era mendico chi voleva esserlo, un po’ come i nostri clochard che desiderano restar tali. Secondo la mentalità medievale, come ricorda anche Quirico, avevano, per misteriosi motivi, un rapporto privilegiato con Dio, lo stesso valeva per i pazzi. Insomma i nostri progenitori sapevano metabolizzare, in modo sapiente, anche le diversità più estreme senza dover ricorrere alla legge Basaglia.

Sarà il protestantesimo a introdurre in quella società statica un dinamismo che porterà all’avvento del mondo moderno. Il che è abbastanza strano perché secondo la teoria della predestinazione di Calvino gli uomini sono baciati in fronte o dannati da Dio dalla nascita, teoria che sembrerebbe aprire le porte a una società fatalista, statica, immobile. Che bisogno ho di darmi da fare se sono beato o dannato fin dall’inizio? Che speranze di riscatto ha il povero se, sempre secondo la teoria di Calvino, è un reietto, colpevole di esserlo, che va disprezzato, se non addirittura odiato come “un nemico di Dio che porta su di sé i segni della dannazione eterna” (Max Weber)? L’escamotage per uscire da questa situazione, come chiarisce Weber in L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, è il seguente. Come faccio a sapere se sono o no un prediletto da Dio? Elementare Watson. È la ricchezza, conquistata con il lavoro, che mi dà questa certezza. Scrive Weber: “ La valutazione religiosa del lavoro professionale laico, indefesso, continuo, sistematico, come il più alto mezzo ascetico, e al tempo stesso come della più alta, sicura e visibile conferma e prova dell’uomo rigenerato e della sincerità della sua fede, doveva essere la leva più potente che si potesse pensare per l’espansione di quella concezione della vita che noi abbiamo definito come spirito del capitalismo” (L’etica protestante e lo spirito del capitalismo). All’ascesi si arriva attraverso il duro lavoro e, con esso, alla conquista della ricchezza. Siamo lontanissimi dalla teologia cristiana per la quale non solo il dannato non è il povero ma il ricco (“È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco varchi le soglie del paradiso” – traduzioni più accurate chiariranno che non di un cammello si tratta ma comunque di qualcosa di sufficientemente grosso) e il lavoro, lungi dall’essere un’ascesi, è, almeno secondo San Paolo, “uno spiacevole sudore della fronte”.

Saranno quindi i paesi di cultura protestante a dare la spinta decisiva al capitalismo. Il mondo cattolico farà per lungo tempo resistenza a questa etica e quindi al capitalismo, ma alla fine ne verrà travolto.

Senza andare tanto lontano, ancora negli anni Cinquanta in Italia, Paese profondamente intriso di cultura cattolica, quando eravamo tutti poveri tranne una sottile striscia di borghesia ricca che aveva però il buon senso e anche la prudenza di non farsi vedere e soprattutto di non ostentare, non si dubitava che si potesse essere poveri e felici. In seguito si può essere poveri a condizione però che si sia anche belli. Qualcuno ricorderà il film Poveri ma belli. Adesso anche quel ma, congiunzione avversativa che già di per sé la dice lunga su tutta una mentalità, è stato abbattuto. Semplicemente: chi è povero non può essere felice, senza se e senza ma.

“I ricchi sono diversi dagli altri” diceva, sconsolato, Fitzgerald. Ed Hemingway gli rispondeva sarcasticamente: “Sì, perché hanno più denaro”.

Il Fatto Quotidiano, 17 giugno 2022

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Non so se per dabbenaggine o piuttosto per malizia tutti i media, alla chiusura delle urne, si sono concentrati sul flop dei referendum sulla Giustizia. Non era questa la notizia perché quel flop era abbondantemente annunciato.  La notizia riguardava il livello di astensionismo alle comunali che poteva essere accertato già mezz’ora dopo le 23 e sul quale i media hanno preferito sorvolare non solo in prima battuta ma anche molte ore dopo cercando comunque di far confusione fra elezioni e referendum.

L’affluenza alle urne per le amministrative 2022, dove pur si votava per alcune importanti città, è stata del 54,7 %. Nella precedente tornata, quella del 2017, l’affluenza era stata del 60,07 %. Sei punti in più. Nel 2013 aveva votato il 75 % degli aventi diritto. In dieci anni un buon quarto della popolazione se l’è squagliata, ha disertato le urne . Non si tratta, come si dice e si scrive, di disaffezione per la politica e nemmeno per la democrazia, ma per quella sua forma degenerata che si chiama partitocrazia. Più che di disaffezione siamo di fronte a un autentico rigetto nei confronti dei partiti per il progressivo discredito che sono venuti accumulando anno dopo anno. Che i partiti godano di una cattivissima fama presso una buona parte della popolazione se ne sono accorti persino gli uomini politici anche se ne parlano a bassa voce. Alle comunali di Parma di quest’anno solo un candidato, Priamo Bocchi, si è presentato con un partito, Fratelli d’Italia. Tutti gli altri hanno preferito nascondersi nelle “liste civiche”. Ma quello di Parma non è stato un caso isolato, ha riguardato molti dei 978 comuni su cui i cittadini sono stati chiamati a votare. Sono diventati tutti, o quasi, “civici”. C’è anche chi ci tiene a precisare, puntigliosamente, di non esser mai stato iscritto a un partito (Vignali, candidato del centro-destra a Parma).

I cittadini, quasi la metà per il momento ma la percentuale potrebbe aumentare nei prossimi anni fino a mettere in dubbio la legittimità del sistema, hanno capito che i partiti sono delle lobbies che si autoproteggono e proteggono i loro adepti. Chi vota non sceglie un candidato per chissà quali meriti o programmi o ideali, ma per ottenere protezione. Molto significativo è quanto dice, intercettato, Pietro Polizzi, candidato nelle liste di Forza Italia a Palermo, a due noti esponenti mafiosi, Manlio Porretto e Agostino Sansone che ospitarono Totò Riina negli ultimi tempi della latitanza: “Se sono potente io… siete potenti voialtri”. Si dirà che qui siamo in ambito prettamente mafioso, ma il metodo dei partiti è lo stesso anche fuori dalla mafia propriamente detta: protezione in cambio di consenso. Ciò che non si tollera in un candidato è l’onestà, quando mai l’avesse. L’affermazione di Benjamin Franklin “L’onestà è una virtù perché dà credito” si è trasformata nel suo contrario. L’onestà è un handicap perché la persona onesta si sottrae a quei traffici, più o meno loschi, di cui è tessuta la vita dei partiti e più in generale la politica italiana. Lo stesso Norberto Bobbio, che ha dedicato buona parte della sua lunga vita allo studio della Democrazia, ammette che il voto d’opinione, quand’anche ci sia, non conta nulla e aggiunge: “Oserei dire che l’unica vera opinione è quella di coloro che non votano perché hanno capito, o credono di aver capito, che le elezioni sono un rito cui ci si può sottrarre senza danni”. E Max Weber afferma che i programmi dei partiti sono delle fanfaluche, prive sostanza. A contare sono i legami clientelari, familiari e, spesso, dichiaratamente mafiosi. In questa situazione in cui minoranze organizzate sono dominanti (oltre ai partiti naturalmente ce ne sono anche altre, soprattutto economiche) naufraga l’uomo libero che sarebbe il cittadino ideale di una democrazia, se esistesse davvero, e ne diventa invece la vittima designata. Questo gli italiani lo hanno capito e l’astensione è l’unica forma che può assumere la protesta.

Come se non bastasse a questa situazione si è aggiunto il referendum proposto dai radicali e dalla Lega sulla Giustizia. Si è detto e scritto che gli italiani non sono andati a votare questo referendum perché della Giustizia gli importa poco. E vero il contrario. Non ci voleva un esame accurato e approfondito dei vari quesiti per capire che quel referendum era contro la Giustizia e volto a salvaguardare i soliti noti dalle loro malefatte penali. Basti dire che si voleva abrogare la legge Severino che dispone che non possono essere candidati alle elezioni o ricoprire cariche di Governo coloro che sono stati condannati in via definitiva per reati non colposi. Insomma: un “salvaladri” in piena regola.

Fra le pieghe del referendum c’era poi una norma comica che voleva che a partecipare alla valutazione della professionalità dei magistrati fossero anche “esperti in materia giuridica come avvocati e docenti universitari”. Poiché gli avvocati sono, per professione, i principali avversari dei magistrati, con cui si scontrano ogni giorno in aula, è come chiedere a un gatto quando un cane è buono.

Il Fatto Quotidiano, 14 giugno 2022