Curzio Malaparte è stato un avventuriero. Nella vita e nel giornalismo. A sedici anni, quando frequentava ancora il Liceo Cicognini di Prato, dove era passato anche Gabriele D’Annunzio, andò a combattere come volontario nelle Ardenne, prima in una pattuglia di anarchici e poi nel Regio Esercito dove verrà decorato con una medaglia di bronzo al valore militare. Sarà nelle Ardenne che si intossicherà di quell’iprite, l’arma chimica dei tempi, che molti anni dopo gli provocherà quel cancro (“lo stramaledetto” come lo chiamava lui) ai polmoni che sarà causa della sua morte a 59 anni.
Malaparte agli inizi della sua carriera giornalistica sarà fascista (“Sorge il sole, canta il gallo, Mussolini monta a cavallo” Don Camaleo, 1928). Del resto non c’erano allora molte alternative per un giovane di belle speranze e grandi ambizioni. Ma abbandona presto l’atmosfera provinciale di “strapaese” e assume nei confronti del fascismo una posizione ambivalente, per un verso ne fa parte, per un altro non risparmia critiche feroci, alla sua maniera sbarazzina e sempre molto personale, al regime, contando anche sulla stima personale di Mussolini. Nel 1929, a soli 31 anni, diventa direttore de La Stampa di Torino. È il più giovane direttore italiano di un grande giornale. Vi fa collaborare la creme degli intellettuali dell’epoca, da Mino Maccari, che è il suo vice, a Corrado Alvaro. Compie un viaggio in Unione Sovietica dove incontra, fra gli altri, Stalin. Ma è affascinato soprattutto da Trockij (Malaparte conserverà sempre il mito soreliano dell’azione) più che da Lenin che considera solo un buon burocrate (Lenin bonhomme). Trockij lo definirà, con un misto di ammirazione e di sospetto, “l’enfant terrible” della cultura italiana. Mentre Piero Gobetti lo chiama “la migliore penna del fascismo”. Ma soprattutto sulla Stampa condurrà una feroce polemica contro il “sistema Bedaux” che è qualcosa di peggio del fordismo. Agnelli sopporta, ma decide che è venuto il momento di liberarsi di Malaparte, troppo ingovernabile. Il pretesto è risibile. La Stampa aveva pubblicato fra i nomi degli intervenuti al tradizionale omaggio di Capodanno al Re anche quello del conte della Trinità, morto da vari mesi. Agnelli chiese il licenziamento immediato di Maccari, il redattore capo. Malaparte difese Maccari e fu cacciato. L’addio alla Stampa fu in perfetto stile malapartiano. Curzio radunò tutta la redazione, fece portare due fiaschi di vino, mise Maccari, che era piccolo di statura, in piedi sulla scrivania e concluse il suo discorsetto così: “Me ne vado dalla Stampa senza rimpianto. Del resto, credetemi, è meglio vivere un giorno da leone che cent’anni da Agnelli”.
Accusato di attività sovversive fu condannato a cinque anni di confino nell’isola di Lipari. Da lì, per rassicurare la madre, la bella e dolce lombarda Edda Perelli, così diversa dal padre tedesco, Erwin Suckert, che non crederà mai a questo suo figliolo così stravagante e irregolare anche quando era al massimo della sua gloria (“Io non capisco perché tutta questa gente sta a imitare Curtino. È un imbecille.”), mandava delle sue fotografie a torso nudo mentre sollevava un’enorme pietra. Era pietra pomice. Il confino a Lipari fu poi convertito in una sorta di “arresti domiciliari” al Forte dei Marmi. Sulla spiaggia del Forte incontrò Virginia Agnelli, vedova di Edoardo, e fra i due ebbe inizio una relazione. Susanna Agnelli, che era allora adolescente e che non aveva molti motivi per incoraggiare questa relazione della madre, mi ha detto: “Malaparte era un uomo estremamente affascinante e bellissimo”. Del resto nella sua vita Malaparte ha affascinato moltissima gente, anche personaggi che gli erano politicamente e umanamente lontanissimi, come Togliatti e Secchia, e non certo per la sua bellezza ma per la sua straordinaria conversazione e la passione che metteva in qualsiasi cosa diceva e faceva. Altri invece lo hanno detestato con pari veemenza. Lui stesso, una volta, disse arrogantemente: “Non mi hanno mai perdonato di essere venti centimetri più alto della media degli scrittori italiani”. Si azzuffò insomma con mezza Italia, e con l’altra mezza fece l’amore.
Malaparte è un personaggio unico nella storia culturale e politica italiana del Novecento. Non c’è suo scritto, anche minore, che non abbia suscitato furibonde polemiche. Ma lo scandalo maggiore ci fu dopo la pubblicazione de La pelle, un best-seller internazionale, dove Malaparte, attraverso Napoli, descriveva con crudezza spietata l’Italia che aveva svenduto se stessa, a cominciare dalle sue ragazze (“la vergine”), agli Alleati americani. Il libro fu considerato un oltraggio alla dignità nazionale e quasi tutti i giornali italiani, soprattutto quelli conservatori e di destra, presero parte al linciaggio del blasfemo. Vi partecipò anche il Corriere lombardo, giornale diretto da mio padre, Benso Fini. E Malaparte fece avere a mio padre una copia de La pelle con una dedica molto malapartiana, che conservo gelosamente, che diceva così: “A Benso Fini che lascia pubblicare sul suo giornale, contro di me, certe prose vili e stupide che fanno disonore a chi le firma. Molto cordialmente Curzio Malaparte”. Del resto lo stesso libro porta in testa una dedica molto polemica che recita: “All’affettuosa memoria del Colonnello Henry H. Cumming, dell’Università della Virginia, e di tutti i bravi, i buoni, gli onesti soldati americani, miei compagni d’arme dal 1943 al 1945, morti inutilmente per la libertà dell’Europa”.
Riletti ad anni di distanza sia La pelle che Kaputt rivelano qualche limite. La ricerca ossessiva del coup de théatre. Del resto è noto che Malaparte inventava molto. Anche se, come tutti i grandi giornalisti, sapeva inventar bene. Ed Ettore Della Giovanna ha detto: “Rimane il fatto che lui l’ha scritto ed è diventato vero”. Malaparte sapeva cogliere l’insieme da un dettaglio. Mi ricordo un reportage dalla Svezia dove partendo da una banale questione di sali da bagno smaschera l’ipocrisia nordica che in materia sessuale pareva così libera e liberata. Lo stesso vale per certi reportage dal Cile che fotografano la realtà sudamericana di oggi.
È bene ricordare che Malaparte non è un romanziere. La pelle e Kaputt sono dei reportage solo un po’ più lunghi di quelli che scriveva abitualmente sui quotidiani. Quando tenta la via del romanzo, non sulla carta stampata ma nel cinema (Il Cristo proibito), la sua enfasi diventa insopportabile. Credo che il miglior Malaparte si trovi in altri saggi, meno celebrati, come La rivolta dei santi maledetti dove la responsabilità di Caporetto è addebitata non ai fanti contadini, stufi di farsi ammazzare in omaggio alla teoria omicida-suicida dell’“attacco frontale” del generale Cadorna, ma alla vigliaccheria dei borghesi delle retrovie che, in un fuggifuggi di suppellettili, imprecano contro i fanti che non si vogliono più immolare per loro. Ma questo momento centrale de La rivolta dei santi maledetti è preceduto da pagine in cui emerge la profonda conoscenza di Malaparte delle diverse culture europee. Altro libro importante è Tecnica del colpo di Stato del 1931 dove Malaparte intuisce, in largo anticipo sui tempi, che le rivoluzioni non si vincono spiegando grandi forze materiali ma impadronendosi dei gangli vitali di un sistema, oggi diremmo la Tv e l’informazione, come ci racconta la vicenda ucraina.
Inoltre Malaparte ha una cultura figurativa che non ho mai trovato nei giornalisti di ieri né tantomeno in quelli di oggi. Si veda la “Crocifissione” di Matthias Grünewald conservata nel Musée d'Unterlinden a Colmar dove Malaparte paragona quel Cristo “putrefatto” alla marcia Europa dei suoi tempi. E forse di oggi.
Il Fatto Quotidiano, 8 luglio 2022
E’ una ben strana guerra, pardon “operazione militare speciale”, quella fra Russia e Ucraina. Una guerra in cui i paesi alleati dell’aggredito continuano a ricevere materie prime essenziali da quello aggressore. E lo stesso aggredito, grazie a un gasdotto che partendo dalla Russia attraversa tutta l’Ucraina per arrivare in Europa, lucra quattrini dall’aggressore, a vantaggio proprio ma anche dello stesso aggressore.
E’ una guerra che non ha nulla di epico. Nei video non abbiamo visto sparare un solo colpo di fucile, ma scontri fra mezzi tecnologici sempre più sofisticati di offesa e di difesa. Il solo evento epico di cui abbiamo conoscenza è stata la difesa a oltranza dei combattenti ucraini dell’ Azovstal. Saranno stati anche “nazisti“ (ma è tipico delle guerre-non guerre contemporanee negare ogni legittimità al nemico, bollandolo come “terrorista” se gli aggressori sono americani o, in questo caso, come “nazista”) ma si sono battuti con grandissimo coraggio, bisogna pur ammetterlo (e in questo caso sono, una volta tanto, d’accordo con Adriano Sofri). Se erano “nazisti” sono stati all’altezza della loro fama (un nazista, ce lo dice l’ultima guerra mondiale, non cala le braghe al primo stormir di fronde) se non lo erano tanto meglio. Comunque onore al merito.
A me indispettisce molto l’atteggiamento di Zelensky che, montatosi la testa, crede di essere al centro del mondo, vuole dettare l’agenda politica delle nazioni europee e non fa che chiedere armi su armi a queste ultime oltre che, naturalmente, agli Stati Uniti che in questa vicenda sono i veri competitor della Russia (mentre i cinesi, che sono un po’ più intelligenti, stanno sostanzialmente a guardare contando che le due Superpotenze si logorino a vicenda).
I russi, almeno quelli del dopo secondo conflitto mondiale, non sono affatto invincibili. Nel 1979 aggredirono l’Afghanistan pre talebano con grande superiorità di mezzi e gli afgani li hanno cacciati. Ci hanno messo dieci anni, ma li hanno cacciati. E’ vero che i grandi “signori della guerra” afgani, Massud, Heckmatyar, Ismail Khan, Dostum, ricevettero un qualche aiuto dagli americani, ma non si trattava di gran cosa di fronte allo strapotere sovietico, erano missili terra-aria Stinger. E quando cominciarono a cadere gli aerei e gli elicotteri l’’invicibile armada’ sovietica se la diede, direi saggiamente, a gambe. Se si hanno fortissimi ideali e un altrettanto forte senso della propria terra non c’è Superpotenza che, alla lunga, possa averla vinta. L’esempio forse più clamoroso è l’aggressione delle Superpotenze, mediopotenze, piccole potenze occidentali, e non, all’Afghanistan talebano. I Talebani, a differenza dei loro predecessori, non avevano nemmeno gli Stinger, tantomeno l’appoggio di chicchessia, e armati solo di kalashnikov, mitra, ied hanno cacciato il più potente esercito del mondo. Ci hanno messo vent’anni, ma l’hanno cacciato. Inoltre nessun afgano, talebano, non talebano, anti talebano, è fuggito all’estero dopo l’aggressione del 2001. Non mi pare che questa sia esattamente la situazione degli ucraini, nonostante Zelensky non perda giorno per gonfiare il petto d’orgoglio nazionale. Otto milioni di ucraini, cioè circa il 18 per cento della popolazione, hanno già lasciato il Paese e non possono essere tutti donne e bambini. Anzi Zelensky si fida così poco dei propri connazionali che, pur senza riuscirci, proibisce loro, ‘manu militari’, di lasciare il Paese.
Della “russofobia”, dell’embargo a Dostoevskij, della diatriba “putinismo-antiputinismo” non voglio qui occuparmi. Più che una “guerra alle idee” mi sembra uno scontro fra opposte imbecillità.
Massimo Fini
27 giugno 2022
Impegnati e implicati come siamo nella vicenda russoucraina, per parlar della quale bisogna premettere obbligatoriamente che c’è “un aggressore e un aggredito”, anche se quando gli attaccanti erano gli occidentali su questo sottile dettaglio si sorvolava, e ora anche sui pericolosi dispetti della Lituania alla Russia per cui Vilnius impedisce il passaggio di merci verso l’enclave russa di Kaliningrad che non ha continuità territoriale con la madre patria, concentrati solo sull’Ucraina, quest’ambiguo Paese di cui, in corso d’opera, si è scoperto che era zeppo di armi americane molto prima dell’invasione russa, come se l’Ucraina fosse il centro dell’universo e il resto del mondo, che pur a nostro dispetto esiste, non contasse nulla, i giornali italiani (a eccezione del Fatto che ne ha dato notizia nel bel servizio di Roberta Zunini) hanno quasi ignorato un importante fatto avvenuto in America latina che potrebbe cambiare il destino di quel subcontinente. Il fatto è questo. A presidente della Colombia è stato eletto Gustavo Petro, ex guerrigliero da anni convertitosi alla democrazia. Un uomo di sinistra che ha chiarito subito le cose: ampliamento dei programmi sociali, la fine dell’esplorazione di petrolio e gas in mare e sulla terraferma, molti investimenti in ambito agricolo e, per arrivare a tutto questo, una forte tassazione dei soggetti più ricchi. Ma forse, più importante della vittoria di Petro, è la sconfitta del suo avversario, l’imprenditore Rodolfo Hernandez che rappresenta le 4000 famiglie più ricche del Paese che ne detengono la gran parte del patrimonio e sono spesso intrecciate con il narcotraffico. Insomma la Colombia di oggi si trova nella stessa situazione del Venezuela pre Chavez e pre Maduro (di cui bisogna obbligatoriamente dire che è un “dittatore” anche se non lo è affatto visto che il suo principale avversario politico, il “giovane e bell’ingegnere” Juan Guaidò che, tra le altre cose, sostenuto dagli Stati Uniti, ha tentato un colpo di Stato, è felicemente a piede libero). In quel Venezuela poche migliaia di famiglie governavano, economicamente e politicamente, il Paese e tutti gli altri erano in povertà.
La Colombia è un Paese determinante in America latina. Per ragioni geografiche e geopolitiche occupando col suo milione e 142 mila km2 una posizione strategica, centrale fra il Nord e il Sud del subcontinente sudamericano. Per ragioni storiche e politiche perché in Colombia è nato il “socialismo bolivariano”, che è la forma che il socialismo prende in America latina, così chiamato dal nome del suo fondatore Simon Bolivar che, nonostante il colonialismo, non aveva un atteggiamento ostile nei confronti degli europei o quantomeno di noi italiani, visto che dette a quella terra il nome di Colombia in onore di Cristoforo Colombo (e così i cultori della cancel culture sono serviti). Vedremo se Gustavo Petro riuscirà a realizzare i suoi programmi, in tutto o in parte, e soprattutto se non verrà fatto fuori al più presto, manu militari, perché il “socialismo bolivariano” è visto come fumo negli occhi dalla grande Potenza, che tutto veglia e tutto sorveglia in qualsiasi area del mondo, vale a dire gli Stati Uniti.
Intanto in Francia c’è stata una forte affermazione della sinistra di Melénchon. Insomma il socialismo sembra dar segni di risveglio non solo in America latina ma anche in qualche paese d’Europa. Ma non in Italia dove dopo i latrocini del trio Craxi, Martelli, De Michelis e di decine di loro accoliti, un Partito Socialista propriamente detto non esiste più o rispunta fuori, qua e là, in diversa forma, con percentuali da albumina. A inserire qualche elemento sociale nella nostra legislazione ci han provato i Cinquestelle, ma non è certamente un caso che, anche per loro gravi errori, oggi siano ridotti sul pavé con grande giubilo dei partiti turbocapitalisti vale a dire, salvo qualche piccola eccezione, tutti gli altri.
Il Fatto Quotidiano, 25 giugno 2022